{Sì, siamo andati un po’ lunghi: sì, è il numero di aprile: sì, è bello e più bello ancora. Come sempre, è riservato ai nostri soci: per diventare socio e riceverlo in abbonamento, in versiona cartacea o digitale, dai un’occhiata a questa pagina.}

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editoriale

La copertina di questo numero è un arcobaleno per noi e per voi: per quelli che sono stanchi e abbattuti, la siamo andati a recuperare direttamente da Yuanyuan Yang, artista cinese che lavora a New York. L’abbiamo scelta perché abbiamo bisogno di quell’arcobaleno, noi e voi: e perché per racchiudere i pezzi di questo numero nient’altro ci è sembrato migliore.

C’è Gianluca Nativo col suo racconto in grado di saltare da qui a là senza farti mai fermare; c’è Francesca Ballarini con la sua Ninopoli, che c’ha fatto innamorare; c’è Marco Montanaro che ci ha fatto riflettere, come sempre fa lui; c’è Fabio Deotto che cerca di metabolizzare lo scioglimento dei Mars Volta; c’è la Micronarrativa di Andrea Maggiolo, come sempre; c’è Andrea Pomella che si fa torturare dalle nostre domande riguardo quell’argomento tabù che sono i soldi nel mondo editoriale.

E c’è l’arcobaleno. Di altro, non avete bisogno. E neanche noi.

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{Il nostro #50 fu un numero di sole interviste: fatte alle persone che ci avevano aiutato, anche incosciamente, influenzandoci, durante questi 50 numeri: Gianluca Didino intervistò per noi Jennifer Egan, che nel 2011 ha vinto il Premio Pulitzer. Su Twitter vi avevamo promesso che l’avremmo pubblicata: eccola.}

439px-Jennifer_Egan_Occupy_Wall_Street_2011_ShankboneIl tempo è un bastardo è un libro incredibilmente coraggioso. Parte di questo coraggio sta nel fatto che hai scelto di trattare un tema enorme come quello del tempo rinunciando in maniera pressoché totale all’ironia come strumento privilegiato di approccio ai problemi. In un’intervista al Mucchio Selvaggio hai detto che, ti cito, «l’ironia distrugge i significati e uccide la differenza» e che tu scrivi «da un punto di vista di fede». Potresti spiegarci meglio cosa intendi?

Credo che utilizzare un approccio ironico porti a una perdita di vicinanza. Nell’ironia è insita una distanza che alla fine diventa noiosa e produce un effetto che è esattamente l’opposto di quello che voglio quando scrivo: invade totalmente la privacy delle persone. Ciò che a me interessa è scavare nel profondo dei miei personaggi e muovermi liberamente, mentre l’ironia relega lo scrittore su una specie di isola dalla quale è impossibile andarsene. Gli strumenti che utilizzo di più nel mio lavoro (e questo credo che sia vero per tutti i miei libri) sono l’empatia e lo straniamento, nel senso che non scrivo mai di mie esperienze dirette e quindi devo trovare un modo per rendere comprensibili e interessanti punti di vista lontanissimi dal mio. Per questo non ho mai sentito la necessità di utilizzare l’ironia, tranne forse come una trappola da tendere a qualcuno. Prendi ad esempio Jules Jones. Lui prova a essere ironico, e più o meno ci riesce, ma tutto crolla perché non riesce a mantenere le distanze – e voglio dire in senso letterale. Credo che questo episodio possa essere interpretato come un caso di fallimento del distacco ironico come espediente letterario. continua a leggere ➛

Le avventure di John McAfee rasentano già la leggenda. Dopo la sua fuga dal Belize e il tentativo di asilo in Guatemala, è stato reimpatriato negli Stati Uniti e ora vive a Portland (pare che stiano realizzando una biografia, una graphic novel, e un film dalla sua vita, e il disegnatore e il produttore abitano a Portland). Si è sottoposto al fuoco di fila dei lettori di Slashdot, e le risposte sono incredibilmente divertenti (al netto del gran casino che dev’esser stata la sua vita) e sincere, di quella schiettezza che a molti dà fastidio.

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La lettura delle risposte vale da sola una mattinata produttiva, qui riportiamo e traduciamo una delle più significative: ma è stata dura sceglierla.

Domanda: Ti secca che il tuo nome sia associato a uno dei peggiori antivirus sul mercato?

McAfee: Non sono più coinvolto nell’antivirus da 21 anni. Quando gestivo la società il software era il migliore e il meno invasivo che uno potesse trovare, e nel 1991 avevamo l’87% del mercato. Cos’è successo dopo che me ne sono andato non mi interessa. Per quel che riguarda l’associazione col mio nome, sono un maestro nel macchiare la mia reputazione, e tutto sommato essere associato col peggior software del pianeta non è così importante. È a malapena un puntino nell’oceano delle voci contro di me – pazzo, paranoico, molestatore di bambini, assassino, tossico, squilibrato, bugiardo, tanto per dirne un paio. Grazie a dio ho 67 anni e presto sarò abbastanza sordo per non sentirli ovunque vada. Amy, per fortuna, ha già fatto metà del lavoro rompendomi il timpano sinistro quando ha cercato di spararmi in testa nel 2011.

Massimo Vignelli è un designer italiano che lavora dalla fine degli anni ’50 negli Stati Uniti: ha creato l’identità aziendale di American Airlines (nel ’67: fu usata fino a quest’anno), ha realizzato la segnaletica della metropolitana di New York. (È il primo designer a parlare nel bellissimo film Helvetica.)

In questo video spiega come fa i libri: neanche due minuti e mezzo, tutti da vedere.

Massimo Vignelli Makes Books from Pentagram on Vimeo.

Per la prima volta nella storia possiamo ascoltare la voce di Alexander Graham Bell: alcuni scienziati hanno creato una ristampa in 3D degli antichi supporti sui quali erano state registrate alcune parole da Bell e hanno poi digitalizzato la copia 3D (per poter ascoltare l’audio e non rovinare il supporto in cera originale).

Un autoritratto di Bell.

Un autoritratto di Bell.

La registrazione qui sotto è stata fatta il 15 aprile 1885, un anno in cui nessuna delle nonne dei redattori di inutile era nata, ancora. Bell scandisce bene: «Hear my voice – Alexander Graham Bell». La biografa Charlotte Gray dice, ascoltando quella registrazione:

In that ringing declaration, I heard the clear diction of a man whose father, Alexander Melville Bell, had been a renowned elocution teacher (and perhaps the model for the imperious Prof. Henry Higgins, in George Bernard Shaw’s Pygmalion; Shaw acknowledged Bell in his preface to the play).

I heard, too, the deliberate enunciation of a devoted husband whose deaf wife, Mabel, was dependent on lip reading. And true to his granddaughter’s word, the intonation of the British Isles was unmistakable in Bell’s speech. The voice is vigorous and forthright–as was the inventor, at last speaking to us across the years.