Ustione

{di Brock Adams}

{Gli amici di Round Robin ci hanno dato il permesso di pubblicare un racconto Brock Adams. La traduzione è di Davide Martirani e se volete sapere qualcosa in più su Brock Adams, sulla sua raccolta Cose che puoi fare con un barattolo di zuppa Campbell e sulla casa editrice Round Robin, trovate tutto quello che vi serve qui.}

Ha lasciato di nuovo l’arricciacapelli acceso sul piano del bagno, e stavolta, quando inciampo nel buio e appoggio la mano sul piano mentre sto facendo pipì, avvolgo il palmo attorno al metallo ustionante. Lo tengo lì per un attimo prima di capire cosa sta succedendo; è sufficiente perché la pelle bruci e il dolore salga su per i nervi fin dentro al cervello, sufficiente per farmi urlare una cosa tipo Yeeeeeoooooooow prima di tirare via la mano di scatto facendo rotolare l’arricciatore sulle mattonelle.

Ma perché poi si stava arricciando i capelli?
È evidente fin da subito che quella pelle è andata. È pallida e sottile come carta nel punto in cui ho stretto il ferro, quattro centimetri di epidermide arrostita al centro del palmo. Lo punzecchio con l’unghia; la pelle si stacca come cellophane da un pezzo di carne. Sotto c’è la pelle nuova, bianca e lucida. Non pronta per il sole.
Si arriccia i capelli quando vuole farsi carina. Arriccia le punte, verso l’interno, un’onda in direzione del suo collo.
Nella doccia, il resto della pelle se ne va via con l’asciugamano. Si spiaccica leggera sulle piastrelle, si raggrinzisce e scivola via con l’acqua, scompare nello scarico. La pelle nuda della mano fa male sotto l’acqua, diecimila scottature da sole compresse in una cosa che ha le dimensioni del cappuccio di una penna. La pelle nuova è candida, rilucente come la luna, circondata da pelle più scura e ruvida. È una parte del mio corpo che normalmente non dovrei vedere. Mi costringo a smettere di fissarla.

Asciutto, vado a cercare dei cerotti nell’armadietto delle medicine. Ce ne sono alcuni sul piano superiore, dietro la crema solare. Marca Scooby Doo. Copro l’ustione con un cerotto blu con sopra Velma.
Rimango a leggere a letto finché Kitty torna a casa. Sono le 3:15 della mattina quando sento la porta che si apre e si chiude. Barcolla sul pavimento nell’altra stanza. Prova ad essere silenziosa, ma fa comunque rumore; porta i tacchi alti. Sporge la testa dalla porta.
«Non sapevo che eri ancora sveglio,» dice.
Ha messo un rossetto rosso scuro. Troppo cupo per la sua pelle chiara. È scuro quasi quanto i suoi capelli. I capelli sono arricciati in dentro, verso il collo.
«Ti stavo aspettando alzato,» dico.
«Non dovevi.» Scompare. La sento barcollare ancora.
Metto il libro nel cassetto accanto al letto. «Stavo cominciando a preoccuparmi.»
«Ero solo in biblioteca,» dice dalla cucina. Il frigo si apre e il suo ronzio freddo ed elettrico riempie la stanza. «Te l’ho detto. Stavo studiando.» Torna in camera da letto e getta le scarpe nell’angolo strusciando i piedi uno contro l’altro. Ora che è scalza non fa rumore. Silenziosamente raggiunge il bagno.

La biblioteca non è aperta fino a quest’ora.
«La biblioteca chiude all’una» dico. «Mi stavo preoccupando.»

«Tengono aperto più a lungo per gli esami.»

«Davvero?»
«Ti sei tagliato?» dice. È in piedi all’ingresso del bagno con la scatola di Scooby Doo in mano.

«Bruciato» dico. Spengo la luce e mi arrotolo nelle coperte. «Col tuo arricciacapelli.»
«Oh, piccolo» dice. Entra nel letto. «L’ho lasciato di nuovo acceso?»
Faccio cenno di sì.
«Mi dispiace. Fammi vedere.»
Tiro fuori la mano dalle coperte e gliela mostro. Mi apre le dita come i petali di un anemone; dà un bacio al cerotto. Le sue labbra sono come marshmallow umidi. «Meglio?» dice. «Un po’.»

Torna in bagno e tiene l’acqua aperta per un po’. Si lava I denti. Si strucca. Indossa una delle mie magliette e entra nel letto con me. Ci diamo la buonanotte. Stiamo in silenzio per dieci minuti. Poi si alza.

«Dove vai?»

«Devo chiamare mia sorella» dice. Si mette un paio di short. «Mi ero scordata, le avevo detto che la chiamavo.»
Sua sorella lavora la mattina presto. Non può essere sveglia a quest’ora.
Prende il cellulare dalla borsa, si infila i sandali e va fuori. Non torna prima di un’ora e mezza.

La mattina tolgo lentamente il cerotto. Si porta dietro un bel po’ di pelle morta. L’ustione ha un aspetto peggiore della sera prima. È piena di piaghe, ma non di quelle secche, da guarigione; è tutta ancora umida e disgustosa. Il bianco acceso è coperto di croste marroni e poltiglia rossa. Sembra bacon sminuzzato. Sembra più grande della scorsa notte.

Sembra più grande solo per via delle piaghe.
Ci metto sopra un cerotto nuovo. Su questo, Shaggy e Scooby scappano da un fantasma col lenzuolo. Avvolgo la mano in una striscia di garza per tenere fermo il cerotto.

Kitty è ancora a letto quando mi vesto. Respira rumorosamente, con una specie di rantolo, quasi come se russasse. La bocca è appena aperta, in un accenno di sorriso.
Al lavoro, il capo gironzola intorno alla mia scrivania alla stessa ora tutte le mattine. «Bel cerotto» dice oggi, «hai dieci anni?»
«Era l’unico che avevo» dico.

«Che ti sei fatto?»
«Ustionato. Kitty ha lasciato acceso l’arricciacapelli.»
«Che stronza.»
A fine giornata i bordi del cerotto sono marroni. Quando lo tiro via, l’ustione è più larga, più lunga e più profonda. Ci vogliono due cerotti per coprirla.
Sembra più grande solo perché sta guarendo.
Kitty torna a casa un’altra volta dopo le tre. Quando apre la porta sono sul divano. Non ha i libri con sé.

«Stavo studiando su internet» dice.
La mattina dopo i cerotti sono caduti perché la pelle a cui erano attaccati è andata. Chiudo la porta del bagno e accendo le luci. Il neon ronza. Le lampadine gettano luce gialla. La ferita occupa quasi tutto l’interno della mano, si stende tutto intorno ai polpastrelli, in un’esplosione di rosso che arriva al polso e all’avambraccio.
I bordi sono rossi per l’infiammazione. La pelle è tutta a scaglie, in infinite tonalità color ruggine.
L’ustione è lunga e profonda adesso, un buco nel braccio. È come se mi avessero svuotato con un cucchiaio da melone. Al centro dell’ustione, nel punto più profondo in mezzo al palmo, c’è una cosa liscia, dura e rossa. Strofino via il rosso; sotto è bianco scintillante. Osso lucido.
Ho perso un paio di unghie. I piedi mi prudono.
Avvolgo tutto nella garza ed entro nella doccia. Cerco di lasciare il braccio all’asciutto. Mi lavo con una mano sola. C’è un rigagnolo di sangue che corre giù nello scarico.

Ora sanguina. Merda.
La garza è ancora immacolata. Niente sangue. Il sangue sulle piastrelle è una striscia rosso fuoco che va dallo scarico al piede. C’è qualcosa nello scarico, un bozzolo color carne.

Non è il mio dito. Non è il mio dito, cazzo.
Mi inginocchio e lo tiro fuori dallo scarico. È un mignolo del piede.
Nella stanza accanto, Kitty parla nel sonno.
Il capo mi fissa. Si torce le mani.

Lasciami lavorare.
«Tutto a posto?» dice.
«Sì» dico io. «Perché?»

«Hai un’aria, sai, malaticcia.» Dà un’occhiata all’ufficio. «Non hai niente di contagioso, vero?»
«Mi sono solo ustionato.»
«Ma l’altro braccio.»
Guardo il mio braccio sinistro. Ci sono due nuove ustioni, una vicino al polso, grande come una moneta, e un’altra che si attorciglia intorno al bicipite. Appena le guarda cominciano a fare male.
«Dannato arricciacapelli» dico.
«Il tuo naso.»
«Cosa?»

Sento odore di rame.
Tira fuori un fazzoletto dalla tasca e me lo porge. Lo porto al naso e quando lo tolgo è rosso. Il sangue scorre a profusione, sopra le labbra, sulla camicia.

«Penso che dovresti prenderti il resto della giornata libero» dice il capo.
Kitty mi aspetterà al ristorante. È la nostra serata fuori.
Ci vuole gran parte del pomeriggio per avvolgere le ustioni. La madre di tutte le ustioni, la prima, si estende dal centro del palmo fino alla spalla. Ha i bordi frastagliati. Afferro un pezzo di pelle vicino alla clavicola e gli do uno strattone; si stacca in un lungo velo liscio dalla spalla destra al fianco sinistro. Sotto c’è quella pelle nuda e bianca, come una fascia tutto intorno al torace. Ci sono altre ustioni fresche: una sotto il capezzolo sinistro, un’altra a forma di mezzaluna sullo stomaco, molte a forma di puntino in cima alle gambe.

E le altre dita. Quelle due che sono venute via nelle scarpe, a un certo punto.
Servono quattro rotoli di garza per coprire tutto quanto. Sono arrotolato dalla testa ai piedi. Dio santo, come una vittima di ustioni. Metto i vestiti invernali per andare a cena, anche se è estate. Tutto è coperto, eccetto la parte sul palmo e la pugnalata rossa sul collo, una sonda che sale furtivamente dalla ferita lungo il torace. Tengo i pugni serrati. Fuori, la sera è avvolta da quella luce del tardo pomeriggio di mezza estate che trasforma tutto in oro. Vado a piedi al ristorante. Camminare mi fa male. Le gambe non sembrano a posto nel bacino.

Lei è al tavolo, al telefono, e ride forte al telefono. I capelli non sono arricciati. Quando mi vede attacca.
«Perché sei vestito così?» dice.
«Non volevo sfoggiare il cerotto di Scooby Doo a cena» dico. «E poi questa camicia mi piace. A te non non piace questa camicia?»
«È ridicola.» Dà un’occhiata al menu. Non parliamo. Il cameriere prende gli ordini e se ne va.
«Come va lo studio?» dico.
«Ok.»
«Quando hai gli esami?»
«Ne ho uno giovedì e uno venerdì.» Tamburella le dita sul bicchiere e gira l’acqua con la cannuccia. Si guarda intorno, nel ristorante, fuori dalla finestra.
«Pensi che andranno bene?» dico. La schiena è tutta prurito e dolore.

Si stanno aprendo nuove ustioni.
«Dove sono le nostre insalate?» dice.
Finirò per avere più piaghe che pelle.
Continua a guardare fuori dalla finestra. Prende il telefono dalla borsa e lo osserva. Beve tutta l’acqua nel bicchiere.

Il cameriere porta le insalate. Prendo la forchetta e infilzo un pezzo di lattuga: l’anulare si stacca e atterra accanto a un pomodorino. Kitty sta guardando nel suo piatto, mischiando le verdure con la salsa.

Dille che è un’acciuga. Dille che è un grosso crostino.
Non vede. Metto il dito in tasca. Alza lo sguardo e le sorrido. Torna a mangiare.

Squilla il telefono. «Torno subito» dice. Esce col telefono.
I miei denti sono come allentati. Posso farli dondolare tutti con la lingua.
Anche la lingua è allentata.
Kitty torna e resta in piedi accanto al tavolo. «Devo andare» dice. Annuisco. «Aspettami stasera. Non torno troppo tardi.» Dà un’occhiata alla stanza. Si morde il labbro. «Dobbiamo parlare.»
Le faccio ciao con quattro dita, ma se n’è già andata.
Il sole sta tramontando quando torno a casa. Mi siedo sul divano e osservo il rettangolo di luce liquida arancione che scivola sul pavimento e sopra il muro. Si sta facendo buio, quindi mi alzo per premere l’interruttore accanto alla porta e accendere la luce. Faccio un passo e il mio piede destro rimane indietro, tutto solo lì a terra dove l’ho lasciato. Allora saltello fino all’interruttore e poi indietro sul piede sinistro, e crollo di nuovo sul divano. Accendo la TV.

Mi sto disfacendo.
Il piede che ho perso sta collassando su sé stesso. Sta cadendo nella scarpa. Come un castello di sabbia quando si alza la marea. È un grumo, poi solo una cosa marroncina e granulosa all’interno della scarpa. Prendo la scarpa. È vuota.
Scomparendo.
Faccio per prendere il telecomando, ma la mano mi si spezza all’altezza del polso. Non fa male, solo un breve suono di rottura, e un po’ di polvere che si alza e ondeggia alla luce calante del sole, e poi svanisce. La garza si disfa lentamente, cade a terra come il nastro di una telescrivente. Non riesco nemmeno a voltare la testa per vedere cosa c’è sotto. Ingoio i denti, uno per volta.

Poi la stanza sobbalza, stride, si inclina in avanti, rimbalza e gira. Vedo il divano e le scarpe e il fondo del tavolino, poi il pavimento, poi di nuovo il divano, e la stanza ruota, poi rallenta, ondeggia un po’, ed è ferma. Mi trovo sotto il mobile della TV. Non ha senso. Non posso entrarci, sotto il mobile della TV.

I miei occhi c’entrano, sotto il mobile della TV.
Dal punto in cui sono finiti i miei occhi posso vedere il mio corpo sul divano. Le gambe si stanno disfacendo dalle caviglie in su, pelle, tendini e ossa colano come sabbia attraverso le fessure del pavimento. Il mio corpo è immobile e vuoto. La bocca e gli occhi sono buchi neri nella testa.
E Kitty aveva ragione. Quella camicia è ridicola.
Il pavimento è sporco, pieno di polvere. Si vede bene da qui. Vedo i miei pantaloni che si appiattiscono e collassano mentre le gambe scivolano via; l’orologio batte per terra quando il polso se ne va. La testa si inclina sempre più avanti finché non si stacca e atterra sul grembo, poi si scioglie nelle pieghe dei cuscini.
Dopo un po’ non c’è più niente sul divano oltre ai vestiti.

Non succede niente per molto tempo.

Poi Kitty torna a casa. È al telefono. «Sì, sono qui adesso. Glielo dico» dice. Attacca. Mi chiama. Va da una stanza all’altra.
Provo ad attirare la sua attenzione.
Si ferma in camera da letto. Compone un numero al telefono, lo porta all’orecchio, batte il piede. «Non c’è» dice. Viene in soggiorno e si ferma proprio davanti al mobile della TV. Ha i piedi troppo grandi per quelle scarpe coi tacchi alti. «No, no. Non lo aspetto. Non so dov’è. Ha lasciato la sua roba sparsa sul divano.»

Torna all’ingresso. Provo a strizzare l’occhio, sbattere le palpebre o muovere le ciglia, storcere, ruotare o incrociare gli occhi, ogni cosa per avere la sua attenzione, ma gli occhi non fanno molto quando non sono nella testa. Quindi la trafiggo con lo sguardo, scavandole due fori gelidi nel lato della testa.

Ha sempre amato i miei occhi.
«’Fanculo» dice al telefono. «No. Non c’è bisogno che vieni qui. Prendo la mia roba. Lo capirà.» Attacca il telefono e lo mette in borsa. Si muove in giro per la casa, prende le foto dagli scaffali, I CD dalla libreria, mette tutto in borsa. È una borsa grande. Va nell’altra stanza e fruga nei cassetti. Poi torna in soggiorno. Voglio così tanto che mi veda.
Amava i miei occhi. Diceva che erano come i cieli immensi del Colorado. Come piscine immacolate.
Kitty si guarda intorno; l’occhio le cade sulla camicia sopra il divano. Si muove, si contrae. La tira su e ci infila dentro una mano. La sento su di me, elettrica, fredda e risoluta. Butta via la camicia e tiene in mano il mio cuore. Da sotto il mobile TV il cuore sembra piccolo e triste, come una cosa tirata fuori da un tacchino prima di cucinarlo. Lo tiene alla luce e lo guarda, lo soppesa come se stesse scegliendo i pomodori al supermercato. Nella sua stretta, il cuore batte debolmente. Apre la borsa e ce lo infila dentro. Poi esce dalla porta e spegne la luce.

La stanza è buia. Sento le pupille che si dilatano. Si allargano, la parte scura si espande come una macchia d’inchiostro sopra l’azzurro dell’iride. Il nero supera i confini della cornea e si spande sul bianco; i miei occhi si oscurano finché non c’è altro che nero, nero come la notte sul fondo dell’oceano, come un buco aperto all’estremità dello spazio profondo.

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