Uguale
Ti ho trovato in un
cul-de-sac,
Ed eri quanto me meravigliato.
Thomas Pynchon, L’arcobaleno della
gravità
ormai intrattengo relazioni con altri esseri umani al solo scopo di convincermi di non essere al punto di aver bisogno dell’aiuto di uno specialista. no. scherzo. io ce l’ho, l’aiuto di uno specialista. una, anzi. la dottoressa amalia cambiasi negretti – o AMANDA. è così che la chiamo quando non può sentirmi. AMANDA, credevi che avessi preso sul serio la tua idea? credevi davvero che questo fosse un “diario” o com’è che l’hai chiamato? ricordo solo che c’entrava la coscienza di zeno. ma tanto che importa? comunque si chiami, non è quello che sto facendo. cioè, non proprio. lo potresti prendere come un diario molto intimo. intimissimo. no. scherzo. facciamo che questa è una storia. facciamo che è la storia di una persona – una persona che saresti tu, AMANDA. facciamo che all’inizio di questa storia tu entri in una sala d’aspetto e no, aspetta. prima ci stai tu che dormi. dormi e sogni delle cose magari anche belle oppure orribili. facciamo che hai gli incubi, così ti svegli tutta sudata, nel cuore della notte – come succede nei film. facciamo che ti svegli e a quel punto cosa vuoi fare? ti alzi dal letto, vai a prenderti un bicchiere d’acqua in cucina. le coperte ti si appiccicano addosso, sembra che non vogliano farti scappare. te le levi da sopra con uno strattone e fai male: bisogna sempre ascoltare quello che dicono le coperte. attraversi il corridoio facendo più rumore possibile con i piedi e tutto. ma sai che non riesco ad immaginarmeli più di tanto i tuoi piedi scalzi che fanno rumore, AMANDA? facciamo che hai le ciabatte. o le scarpe. facciamo che prima di dormire eri a una festa. una festa elegante da amici dottori o quello che ti pare. facciamo che portavi le scarpe col tacco, quelle nere che ti ho visto anch’io almeno un paio di volte. sei tornata a casa ed eri troppo stanca per metterle nella scarpiera insieme alle altre. le hai sfilate senza nemmeno usare le mani e le hai lasciate lì sotto il letto, sopra il tappeto bianco peloso. ho esagerato col vino, hai pensato. facciamo che ti sei addormentata così, vestita – non lo so come, scegli tu, basta che sia bello e sexy ma non volgare. ti alzi e percorri il corridoio facendo rumore con le scarpe col tacco che hai ritrovato sotto il letto come ti sei liberata delle coperte. troppo vino. ma non senti un fischio? cioè, più che un fischio, un sibilo, a tratti quasi un rantolo. non sei tu, vero? non è nemmeno il gatto che russa. io non ce l’ho un gatto, pensi. ma non deve essere necessariamente un suono prodotto da una persona, non è così? lo sai come vanno queste cose. una donna sola che ha bevuto quel bicchiere di vino di troppo si sveglia nel cuore della notte, tutta sudata – il sudore è importante –, si alza dal letto per una sorsata d’acqua, sente dei rumori strani, un respiro trattenuto, sente – ne è sicura – la presenza di qualcuno. comincia ad accendere le luci in tutte le stanze. niente nel bagno. niente in cucina. niente nell’altra camera da letto. niente nello studio. niente nel salotto. no, aspetta! ma che stupida! era solo il gatto! ma tu non hai un gatto, vero AMANDA? sei sicura al cento per cento di non avere animali domestici in giro per casa. e allora? cosa vogliamo fare? facciamo che alla fine del corridoio ci arrivi quasi di corsa? entri di filato in cucina, come se fosse una fortezza. prendi un bicchiere di vetro colorato dalla credenza e la bottiglia d’acqua lievemente frizzante dal frigo. il ticchettio dell’orologio appeso alla parete è più forte del normale. adesso mi concentro, dici, e faccio andare i battiti del cuore in sincrono con quelli dell’orologio. finisci di bere e – hai visto? non è successo niente! era solo un brutto sogno. è tutto ok. adesso torna a letto, AMANDA. e togliti quei tacchi, per favore. nessuno gira coi tacchi appena alzato dal letto. ecco, così. torna in camera scalza. il gelo del marmo del corridoio ti arriva fino in testa passando dai piedi. significa che sei ancora viva. il tepore del parquet della camera da letto invece significa che ce l’hai proprio fatta. meglio che mi rimetta a dormire ché domani ho un paziente, dici. ma non dimentichi qualcosa? no? ti do un aiuto: inizia per a e finisce per a. l’acqua. hai lasciato la bottiglia fuori dal frigo e il bicchiere nemmeno sai bene dove. e tu non vuoi che quelle due cose passino il resto della notte non esattamente al proprio posto. tu sei or-di-na-ta. corri di nuovo in cucina e niente, cadi per terra, lunga lunga sul marmo freddo del corridoio. devi stare attenta a dove metti i piedi, AMANDA. fai per rialzarti ed eccoti là, di nuovo per terra. l’hai sentito il piede che ti spingeva a terra, vero? adesso ripensi a quel rantolio, alla paura, ai tacchi, al sogno – lo era, poi? credi che fosse davvero un brutto sogno? non è stato il gatto. ché poi tu nemmeno ce l’hai, un gatto. ma non perdiamoci in supposizioni, AMANDA. sangue freddo. sei pur sempre una dottoressa, cristo santo. ti giri in direzione della scarpa e chi cazzo sei? sono il paziente di domani. no? no. scherzo. AMANDA, tu non meriti una storia simile. tu non meriti questo. tu non ti meriti niente. tu, tu non meriti il mio amore, né la mia stima – ma che dico, tu non meriti nemmeno la mia attenzione. e non attaccare a piagnucolare. io sono tua madre. hai capito? sono tua madre. e adesso per favore finisci i compiti e va in camera tua. – ho già finito i compiti –. lo vedi? non presto attenzione. e sai che ti dico? se non la smetti di guardarmi in quel modo ti presto al signore tanto gentile che viene a trovare mamma due volte la settimana. sai, è tanto gentile, quel signore. spesso mi chiede di te. mi dice che fa tuo figlio? ti assomiglia, tuo figlio. perché non lo vai a chiamare? perché non dici a tuo figlio se si unisce a noi? mi ha anche detto che lui conosce un sacco di bambini come te, vivono tutti a casa con lui. lo aiutano, lui gli compra un sacco di giocattoli e loro in cambio fanno delle cosette per lui. non è gentile? io gli ho sempre detto che non si doveva preoccupare per te, che eri un bravo bambino, ma lo sei? lo sei? da come ti comporti si direbbe di no. mi sa proprio che la prossima volta che viene quel signore faremo una lunga chiacchierata. anzi, faresti meglio a preparare le valigie già da ora. e vedi di essere carino con lui. ma mi stai ascoltando? mi stai ascoltando, AMANDA? io sto aprendo il mio cuore. il mio cuore, cazzo. mamma! AMANDA non mi dà retta! mamma! mamma!? niente. no, scherzo. mia madre era una santa donna, la mia infanzia è stata sublime, un idillio, una pubblicità di qualche merendina che si fece carne – ma non in un modo assurdo che poi quando diventi grande ti parte la brocca o inizi a pensare a cose strane quando guardi un paio di tette. la mia infanzia non c’entra. non so nemmeno per quale motivo sto qui a parlartene. ma che dico: non so nemmeno perché sto qui a parlare. parla tu, AMANDA. dicci qualcosa di te. cosa sappiamo della dottoressa amalia cambiasi negretti detta AMANDA? be’, ovviamente sappiamo che sei una dottoressa, o – come preferisci tu – una terapeuta. sappiamo dove ricevi i tuoi pazienti e sappiamo dove abiti, perché dove abiti è sullo stesso pianerottolo di dove ricevi e questo, lasciatelo dire, AMANDA, è molto più di un errore imperdonabile. sappiamo inoltre che vivi da sola e che questo non ti impedisce in alcun modo di andare in giro a divertirti e rincasare a notte inoltrata. sappiamo che sei troppo stanca per cambiarti e vai a letto vestita. sappiamo – ma non potremmo giurarci – che hai bevuto una quantità di vino leggermente superiore al dovuto e che il vestito è elegante e lascia che la splendida donna che è in te, altrimenti costretta sotto gli abiti da terapeuta, fiorisca e risplenda. sappiamo che non hai un gatto. sappiamo che se ti svegli di soprassalto, assalita dagli incubi (o forse no), ti alzi, indossi le calzature che trovi ai piedi del letto e vai a berti un bel bicchiere d’acqua in cucina. sappiamo che indossi le scarpe col tacco che ti sei sfilata senza usare le mani perché eri troppo stanca ecc. sappiamo che hai avvertito un sibilo o forse un fischio o forse un rantolo. sappiamo che il pavimento della tua camera è di parquet e quello del corridoio che porta in cucina di marmo. sappiamo che prendi l’acqua lievemente frizzante dal frigo e bevi e gli incubi sono solo stupidaggini e tutto va bene. sappiamo che ti togli le scarpe. sappiamo che non hai un gatto. sappiamo che sei or-di-na-ta e che, quando ti accorgi di aver lasciato la bottiglia d’acqua fuori dal frigo, sappiamo che anche se stavi per tornartene a letto tranquilla e gettarti tra le braccia di morfeo sei tornata in cucina a mettere tutto a posto. sappiamo che il corridoio è di marmo. sappiamo che qualcuno ti colpisce. sappiamo che cadi a terra. sappiamo che non hai un gatto. sappiamo che è stato un tuo paziente o forse no. sappiamo che c’è un flashback su un bambino turbato. sappiamo che però non era così. sappiamo che il problema non è di chi racconta questa storia. scherzo. questa non è una storia. questa, questa è una dichiarazione d’amore.

