IP... for the rest of us (12)

This is (almost) the end
{di Virginia Paparozzi}


Tempo d’estate, tempo di bilanci.
Dato che ci stiamo avviando verso la fine di questa avvincente rubrica, mi sembra opportuno fare il punto della situazione, prima delle ultime battute. Se non altro rendo note le mie intenzioni, e traccio un filo di sensatezza tra i pezzi che sono stati pubblicati.

La mia intenzione prima è stata quella di spostare l’attenzione su quanta proprietà intellettuale c’è tutta intorno a te, per parafrasare una nota pubblicità. Se non erro i
Post-it sono protetti quattro volte: il marchio “Post-it”, il marchio della casa madre, il brevetto sulla colla magica, anche il colore giallo canarino è un marchio. O basta leggere sulla confezione della bevanda MacDonaldiana, e anche lì si spende qualche riga per dire che la “M”, l’inquietante pagliaccio e per fino il motivetto “I’m loving it”, orrore di tutti gli insegnanti di inglese, son protetti. È davvero un piccolo universo di diritti: brevetti, marchi, copyright e diritto d’autore, creati per bilanciare interesse pubblico e riconoscimento di qualche prerogativa all’autore/inventore.

Ho voluto poi affrontare come la proprietà intellettuale toccasse le varie forme di arte (cultura? boh, quella roba lì), influenzandone l’accesso e la fruizione. Francesco ci ha introdotto il tema della musica e del sistema iTunes, io ho raccontato della mia prima volta con la SIAE nel bel mezzo delle quinte di uno spettacolo teatrale. Tanto per cambiare, anche in tema di proprietà intellettuale emergono questioni di soldi. Certo, si compra un prodotto e si paga per un servizio, ma teniamo sempre a mente che abbiamo a che fare con un bene particolare, che se non circola non ha ragion d’essere. Come disse Newton: “Se ho visto più lontano, è perchè stavo sulle spalle di giganti”. È una frase che mi è molto cara, per ovvi motivi legati al mio metro e mezzo di altezza. Peccato che questa frase sia stata copiata. Io stessa sto copiando il mio professore che la cita spesso a lezione. Insomma: cito qualcuno che cita un altro che cita un altro. Insomma: oltre l’atmosfera scimmiesca, mi sembra che la natura cumulativa, in senso lato, del bene “informazione” o “cultura” sia stata ben evidenziata.

Con il professor Caso abbiamo chiaccherato di modelli di business, contrapponendo un modello chiuso, controllato e accentrato, a un modello aperto (come Creative Commons), sempre fondati sul diritto d’autore. Il quadro è stato ancor più completo con il prezioso contributo di Marco Caponera, che ci ha parlato di NO copyright. Un confronto tra modelli estremamente importante per non convincersi che il modello chiuso è adottato dai “cattivi” e il modello aperto dai “buoni”. Per esempio, nota come la logica “open” può essere compatibile con il vile denaro. Per esempio, segui il ragionamento di Marco su come entrambi i modelli usino le stesse strutture concettuali.

Ci sono stati anche poi interessanti intermezzi: Antonella Beccaria ci ha raccontato del rapporto perverso tra yoga e brevetti, e Didem Ozgur direttamente dalla Turchia ci ha regalato il suo punto di vista sulla circolazione della conoscenza. Leonardo Maccari ci ricorda di stare attenti, come sempre, alla retorica, in particolare alla retorica della pirateria. Continua Marco Montanaro, che discute con il professor Formenti sulle problematiche legate al mondo digitale.
Infine, e così vorrei concludere, la rubrica è focalizzata su esperienze concrete, come quella della
casa editrice Tanit, che pubblica sotto l’egida della dea e sotto Creative Commons. E nell’importante passaggio dalla teoria alla pratica, con Liberalarte3!, abbiamo avuto modo di testare le licenze Creative Commons anche sotto il profilo musicale.

Eccoci quasi alla fine, dunque. Il punto, prima di continuare nelle prossime settimane.