Teatrismi (6)
29/04/10 20:54 Archiviato in:teatrismi
{di Paolo
Zaffaina}
Nell’ultima rubrica lo spazio di cui mi sono appropriato era un po’ superiore a quello concesso normalmente (vero) ma l’ho fatto involontariamente (falso).
Di conseguenza e giustamente, questo mese ridurrò il numero di caratteri in modo da mediare il computo totale e, siccome ritengo che ridurre le dimensioni di un articolo non ne debba compromettere la qualità, userò il lavoro di un altro. Nella fattispecie userò il lavoro del sig. Elia Kazan.
Elia Kazan è stato uno dei registi e produttori più prolifici ed importanti del secolo scorso. Oltre a lavorare nel cinema dirigendo film come: Un tram che si chiama desiderio, Fronte del porto, La valle dell’eden e molti altri nonché aver fondato con Lee Strasberg l’Actor’s Studio, Kazan ha curato per il teatro la regia di tutti gli spettacoli di Tennessee Williams e Arthur Miller. Insomma, diciamo che questo omino due cose le conosceva e le sapeva fare. Per capirci, se dovessimo paragonarlo ad un regista italiano dei nostri giorni potremmo fare il nome di... fare il nome di... di...
Il lavoro di Kazan che voglio utilizzare spudoratamente in questa puntata di degustazione teatrale si riferisce ad una scena presente nell’ultimo film dell’regista americano.
Il film in questione è: Gli ultimi fuochi (The Last Tycoon)del millenovecentosettantasei. Tratto da un libro di Francis Scott Fitzgerald e sceneggiato da Harold Pinter (un altro omino che aveva già avuto qualche esperienza in teatro).
Si tratta di un film che parla di film e del mondo del cinema in genere.
Si, lo so ma arrivo subito al punto (risposta alla domanda: “Ma non era una rubrica di teatro?” che magari qualcuno potrebbe porsi).
La scena in questione mostra l’incontro tra un autore ed un produttore (Robert De Niro) nell’ufficio di quest’ultimo. L’autore si lamenta perché ha dei problemi riguardo il copione.
Perché questa scena? Perché, a mio modesto parere, in questo breve dialogo viene espresso il vero significato ed il modus operandi con cui si realizza una storia.
Fitzgerald e, successivamente, Pinter e Kazan riescono con un semplice esempio a spiegare cosa serve affinché un soggetto, una trama siano veramente efficaci. Indipendentemente che lo scritto sia realizzato per il cinema piuttosto che per il teatro.
In quei quattro minuti e dieci secondi sono racchiusi tutti gli elementi che spesso fanno la differenza tra una rappresentazione emozionante ed una decisamente noiosa. C’è una trama, c’è un desiderio, c’è un problema da risolvere, c’è un colpo di scena e, cosa fondamentale, ogni azione è generata come conseguenza naturale di quella che la precede in una successione di eventi che spingo in avanti la trama fino alla domanda finale.
Domanda che l’autore seduto ad osservare De Niro mentre procede nel suo piccolo monologo pone al termine non come banale curiosità ma quasi come una necessità.
Ecco, quella domanda (che non dico) è lo scopo unico che una rappresentazione, nel nostro caso teatrale, deve avere. Lo scopo unico di una piece è far si che lo spettatore continui a porsi quella semplice domanda per tutta la durata dello spettacolo.
Dato che il prossimo mese parlerò di alcuni criteri su come “gustare” al meglio il testo di uno spettacolo, questa puntata è propedeutica alla prossima (ho sempre desiderato dirlo).
Di seguito riporto il link alla scena di cui sopra. Dura, ripeto, quattro minuti e dieci secondi, più o meno il tempo necessario affinché vi servano uno spritz in piazza il sabato pomeriggio.
Buona visione e... alla prossima.
Lettera aperta al B.V.M.S.
Caro B.V.M.S. questa volta non ti scrivo nulla perché altrimenti utilizzo di nuovo il bonus di caratteri a disposizione. Ma ti tengo d’occhio. Sallo.
Nell’ultima rubrica lo spazio di cui mi sono appropriato era un po’ superiore a quello concesso normalmente (vero) ma l’ho fatto involontariamente (falso).
Di conseguenza e giustamente, questo mese ridurrò il numero di caratteri in modo da mediare il computo totale e, siccome ritengo che ridurre le dimensioni di un articolo non ne debba compromettere la qualità, userò il lavoro di un altro. Nella fattispecie userò il lavoro del sig. Elia Kazan.
Elia Kazan è stato uno dei registi e produttori più prolifici ed importanti del secolo scorso. Oltre a lavorare nel cinema dirigendo film come: Un tram che si chiama desiderio, Fronte del porto, La valle dell’eden e molti altri nonché aver fondato con Lee Strasberg l’Actor’s Studio, Kazan ha curato per il teatro la regia di tutti gli spettacoli di Tennessee Williams e Arthur Miller. Insomma, diciamo che questo omino due cose le conosceva e le sapeva fare. Per capirci, se dovessimo paragonarlo ad un regista italiano dei nostri giorni potremmo fare il nome di... fare il nome di... di...
Il lavoro di Kazan che voglio utilizzare spudoratamente in questa puntata di degustazione teatrale si riferisce ad una scena presente nell’ultimo film dell’regista americano.
Il film in questione è: Gli ultimi fuochi (The Last Tycoon)del millenovecentosettantasei. Tratto da un libro di Francis Scott Fitzgerald e sceneggiato da Harold Pinter (un altro omino che aveva già avuto qualche esperienza in teatro).
Si tratta di un film che parla di film e del mondo del cinema in genere.
Si, lo so ma arrivo subito al punto (risposta alla domanda: “Ma non era una rubrica di teatro?” che magari qualcuno potrebbe porsi).
La scena in questione mostra l’incontro tra un autore ed un produttore (Robert De Niro) nell’ufficio di quest’ultimo. L’autore si lamenta perché ha dei problemi riguardo il copione.
Perché questa scena? Perché, a mio modesto parere, in questo breve dialogo viene espresso il vero significato ed il modus operandi con cui si realizza una storia.
Fitzgerald e, successivamente, Pinter e Kazan riescono con un semplice esempio a spiegare cosa serve affinché un soggetto, una trama siano veramente efficaci. Indipendentemente che lo scritto sia realizzato per il cinema piuttosto che per il teatro.
In quei quattro minuti e dieci secondi sono racchiusi tutti gli elementi che spesso fanno la differenza tra una rappresentazione emozionante ed una decisamente noiosa. C’è una trama, c’è un desiderio, c’è un problema da risolvere, c’è un colpo di scena e, cosa fondamentale, ogni azione è generata come conseguenza naturale di quella che la precede in una successione di eventi che spingo in avanti la trama fino alla domanda finale.
Domanda che l’autore seduto ad osservare De Niro mentre procede nel suo piccolo monologo pone al termine non come banale curiosità ma quasi come una necessità.
Ecco, quella domanda (che non dico) è lo scopo unico che una rappresentazione, nel nostro caso teatrale, deve avere. Lo scopo unico di una piece è far si che lo spettatore continui a porsi quella semplice domanda per tutta la durata dello spettacolo.
Dato che il prossimo mese parlerò di alcuni criteri su come “gustare” al meglio il testo di uno spettacolo, questa puntata è propedeutica alla prossima (ho sempre desiderato dirlo).
Di seguito riporto il link alla scena di cui sopra. Dura, ripeto, quattro minuti e dieci secondi, più o meno il tempo necessario affinché vi servano uno spritz in piazza il sabato pomeriggio.
Buona visione e... alla prossima.
Lettera aperta al B.V.M.S.
Caro B.V.M.S. questa volta non ti scrivo nulla perché altrimenti utilizzo di nuovo il bonus di caratteri a disposizione. Ma ti tengo d’occhio. Sallo.



