Teatrismi (5)

{di Paolo Zaffaina}

Benvenuti ad una nuova puntata di Teatratrismi e buona primavera a tutti (un approccio bucolico predispone sempre il lettore ad un atteggiamento positivo). Questo mese, come preannunciato nella scorsa rubrica e approfittando delle scarse condizioni psicofisiche del B.V.M.S. dovute alla sua trasferta toscana, inizierà il microcorso di “ Degustazione Teatrale”.

Prima di distribuire a destra e a manca consigli su come “assaporare” adeguatamente una rappresentazione, cosa che avverrà dal prossimo mese, ho deciso di dedicare questa lezione introduttiva a un argomento che si trova a monte della visione vera e propria dello spettacolo ma che risulta altrettanto fondamentale: la scelta di cosa vedere.

LEZIONE NUMERO UNO: “PERCHÉ LO SPETTACOLO ANZICHÉ DUE BIRRE MEDIE”.

Esistono sostanzialmente due categorie in cui possono essere divise le rappresentazioni teatrali per quanto riguarda il criterio di scelta:
- Spettacoli conosciuti
- Spettacoli inediti o comunque ancora poco diffusi

Nel primo caso la selezione è sicuramente agevolata. La scelta di
Amleto piuttosto che Sei personaggi in cerca d’autore o Mistero Buffo è sostanzialmente funzione dei gusti personali di ciascuno di noi, o magari dello stato d’animo del momento che ci può portare a decidere per una cosa divertente anziché un dramma strappalacrime. Quel che è certo è che non si hanno difficoltà riguardo le informazioni sullo spettacolo. Pièce come quelle citate e come la maggior parte (purtroppo?) di quelle che si possono trovare in cartellone sono molto conosciute. Informazioni sul testo, la trama e l’autore sono disponibili ovunque e in particolare in rete. Ciò che resta da fare, quindi, se si decide di assistere a una rappresentazione molto nota è informarsi sul regista e sugli attori o la compagnia che realizzerà la messa in scena (aspetto comunque molto importante che affronteremo le prossime volte).

Il secondo punto, invece, presenta delle difficoltà maggiori ma, a mio parere, anche più stimolanti in taluni casi.
Quando ci si trova davanti la scelta che riguarda uno spettacolo nuovo (magari una prima) o ancora poco noto e rappresentato, le informazioni a disposizione sono decisamente minori rispetto a pièce che rientrano nel gruppo uno. In questo frangente il mio consiglio riguardo cosa NON fare è: non basate la vostra scelta sui commenti di chi lo ha magari già visto (amici, parenti, il cane dei vicini, post nei vari blog ecc.) e, soprattutto, non fatevi influenzare dalle varie recensioni o critiche che trovate sui vari mezzi di informazione; siano esse critiche positive o negative. Rispondo subito alla domanda che la maggior parte di voi si porrà a questo punto e che, più o meno, suona così: “Senti una cosa, brutta copia di
Rain Man, se lo spettacolo non lo conosco e non ci sono informazioni particolari, su cosa baso la mia scelta dato che non devo tener conto nemmeno della critica?”. Risponderò con un esempio, nel più classico stile “corsocheparladiqualcosa”.

Di seguito riporto gli estratti di due critiche riguardanti lo spettacolo
Pink, Me & The Roses portato in scena dalla compagnia Codice Ivan e vincitore del Premio Scenario 2009, il più prestigioso premio italiano per quanto riguarda nuove realizzazioni di teatro contemporaneo, sperimentale e d’avanguardia. Il primo estratto è sostanzialmente la motivazione della giuria nell’assegnazione del premio mentre il secondo è la parte di un articolo pubblicato da un critico teatrale, Andrea Pocosgnich, su di un blog specializzato: teatroecritica.net.

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA DEL PREMIO SCENARIO 2009 “Porsi una domanda sull’arte, mentre l’arte ci interroga sulla nostra irriducibile natura. Riflettere su cos’è che non procede mentre il decadimento non si ferma mai. Guardarsi sfiorire nel luogo della bellezza. E non sapere da dove cominciare. I giovani di Codice Ivan sembrano accedere al teatro da ingressi decentrati e disorientanti che, assunti in piena consapevolezza, offrono un’angolazione speciale allo sguardo, una libertà che dischiude le valvole del processo creativo fino al suo grado di immediatezza. Così, la favola antica sull’impossibile collaborazione fra la rana e lo scorpione apre la scena alle domande sul perché tutti i nostri tentativi di dialogo sembrino destinati all'insuccesso; e sul perché sia proprio il linguaggio a segnarne il fallimento. Ma forse c’è un fattore umano che può ribaltare le prospettive più scontate e tetragone. Bisogna riportare questo fattore sulla scena, magari a partire dallo spettatore. Così il palco svuotato, anziché mostrarsi come luogo di spopolamento, può farsi luogo dell’accoglienza.
Lo Spettacolo
Pink, Me & The Roses è un decadimento. Un “concerto” in cui il vecchio rocker suona musica che parla di musica. La morte-suicidio dello pseudo-attore e della pseudo-scena. Tutto sembra tendere al basso, distruggersi e ricomporsi in un gioco senza storia. Pink, Me & The Roses è - un palloncino - una parrucca - una poltrona - un golf - del linoleum - un coltello in una bocca - del pvc - un trespallet - due tacchi - e anche... un occhio di bue su due ruote. Ma Pink, Me & The Roses è anche e soprattutto un palloncino che esplode, il tutto che procede, comunque, a strattoni e per continui inceppi, in un dispositivo in cui l’errore è inevitabile e accettato come tale. Pink, Me & The Roses non solo rivela ciò che succede dietro le quinte, ma anche come si è arrivati alla messa in scena: il processo.”

ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI ANDREA POCOSGNICH
...
di diverso respiro contenutistico ed estetico è invece Pink Me & The Roses. Sin dall’inizio capiamo di trovarci di
fronte a qualcosa, che almeno in questa versione, difficilmente troverebbe spazio in una stagione teatrale italiana. La sperimentazione di
Codice Ivan, che a sentire gli applausi in sala (molto più tiepidi di quelli tributati a Odemà) e i commenti post spettacolo, ha lasciato più di qualche perplessità a una platea comunque pronta a tutto, rimane in bilico tra diversi territori artistici. Il teatro è solo uno di questi. In un’atmosfera algida, di fronte a un telo bianco, assistiamo a frammentati momenti di performatività che dovrebbero avere come obiettivo quello di riflettere sulla creazione artistica stessa. Si strizza l’occhio a un certo tipo di arte visivo-performativa nord europea (non a caso Centrale Fies sempre molto attenta a questo tipo di sviluppi artistici si occupa della cura e promozione), una donna vestita di bianco seduta su una poltrona di velluto verde e legno bianco, Anna Destefanis, un ragazzo con pantaloni verdi e maglia gialla (neanche fosse uscito fuori da uno di quegli spot un po’ retrò di MTV), Benno Steinegger, balla e canta in playback, portando sul viso una maschera dai grandi occhi e poi il terzo, Leonardo Mazzi, probabilmente nei panni di se stesso, si ferma in mezzo al palco, si sente il suo pensiero sull’opera che stanno creando e interpretando in quel momento, sposta la poltrona e l’attrice che vi è seduta con un muletto, fa partire luci e musiche da un tavolino con tanto di computer a vista. Un’opera in cui oggetti e attori hanno lo stesso peso specifico, movimenti, testi, colori e musiche agiscono sul medesimo piano comunicativo cercando con ironia di raccontare se stessi. Uno spettacolo che, nonostante il coraggio di spostare l’analisi teatrale e performativa verso territori estetici lontani dalla scena contemporanea italiana, a parte alcune esperienze come From A to D and Back again di Tagliarini e Deflorin (affine per atmosfera, ma molto più compiuto a mio avviso), rimane comunque a rischio di implosione e non colpisce se non in rari momenti.”

Domanda: andrò a vederlo o no lo spettacolo?
Risposta: nel dubbio investo i miei soldi in due birre medie.

Il punto è che i critici teatrali, nella maggior parte dei casi, sono esseri umani e come tali forniti di gusti personali; questo al di là della loro preparazione e della loro esperienza. Le preferenze sono naturali; c’è chi predilige la prosa surreale, chi le “contaminazioni”, chi il tecnoteatro, l’avanguardia e via dicendo. Non è raro quindi che di fronte a uno spettacolo completamente nuovo, magari sperimentale, si possano trovare opinioni completamente divergenti anche tra gli addetti ai lavori; senza contare casi anche noti (vedi S.Beckett e H. Pinter), in cui alcuni spettacoli vengono stroncati inizialmente per poi essere osannati qualche anno dopo.

Come fare dunque?
La maggior parte degli spettacoli, soprattutto quelli di nuova produzione, si trovano all’interno del sito della compagnia che li produce. Se non è presente un sito è sicuramente presente almeno un blog. In questi spazi sono riportate tutte le informazioni, dalla sinossi alle caratteristiche tecniche della rappresentazione compresa la descrizione (importante) della compagnia e magari i lavori già prodotti. Oltretutto è facile che ci sia un video all’interno del sito o almeno su Youtube.

Il consiglio è quindi questo (escludendo scelte basate su lancio di dadi, spettacolo gratuito, teatro a due chilometri da casa): se uno spettacolo vi incuriosisce, cercate informazioni direttamente da chi lo produce lasciando al dopo-spettacolo la lettura delle critiche.

Ad ogni modo, per convenzione, nel caso andaste a vedere uno spettacolo e poi ne rimaneste delusi il B.V.M.S. si premunirà di consolarvi con due birre medie.

Alla prossima.

LETTERA APERTA AL B.V.M.S.

Caro B.V.M.S. vista la tua momentanea trasferta toscana e dato che in quelle zone i teatri pullulano, mi farebbe piacere sapere che, in una delle tue sere solitarie e malinconiche (tranquillo non ho parlato con nessuno riguardo i festini e tutto il resto) tu decida di recarti ad assistere ad uno spettacolo teatrale. Non ha controindicazioni e, generalmente, fa bene alla pelle.