Teatrismi (4)
26/02/10 00:13 Archiviato in:teatrismi
{di Paolo
Zaffaina}
Ho deciso che questo mese darò alla rubrica un taglio serio e professionale mantenendo un atteggiamento austero e adeguatamente distaccato in modo tale da dare al tutto una parvenza di estrema serietà rincuorando il B.V.M.S. il quale piange lacrime amare ogni qual volta vede apparire i miei “articoli” sullo schermo del suo iPhone ultramodernoconuna-crepanelmezzo; quindi, nel rispetto di ciò che ho appena detto comincerò con un sondaggio.
Quanti di voi hanno acquistato o almeno pensato di acquistare un libro contenete un testo teatrale nell’arco della propria esistenza? Dovendo rispondere entro la fine della rubrica, non avendo a disposizione i risultati di indagini demoscopiche ed escludendo la risposta “Pupo e il principe Filiberto”, mi permetto di fare una stima per eccesso: cinque percento (se mi sbaglio sarò il primo a rallegrarmene). La domanda logica seguente è: perché? Per i motivi di cui sopra io azzarderei tre possibili risposte: 1) non mi interessa 2) non ci ho mai pensato 3) non li trovo e se li trovo sono sempre quelli. (In realtà ce n’era una quarta “Pupo ed il Principe Filiberto” ma non ne ho tenuto conto.) Sicuramente ce ne sono molte altre ma penso che queste possano racchiudere una grossa percentuale di non-lettori. Eppure, tutti noi acquistiamo libri di narrativa piuttosto che saggistica, ci confrontiamo con resoconti storici, trattati filosofici, manuali di informatica o magari fumetti (che io adoro), perché non il teatro? Nel resto d’Europa la lettura di “copioni” teatrali è una normalità come leggere qualsiasi altro libro, si legge tanto Whitman quanto Beckett o Palahniuk perché qui no?
Altra domanda (fa molto professionale): durante gli spensierati anni della scuola dell’obbligo e i successivi anni del liceo, quanti testi teatrali avete analizzato con i vari professori di italiano? Poesie sicuramente tante, altrettanti testi di narrativa, non ho dubbi, ma sono convinto che i testi teatrali, se ci sono stati, sono molto pochi. Il punto è che qui da noi la cultura teatrale manca o comunque viene relegata ai margini fin
dall’insegnamento nelle scuole; da noi si parla di testi letterari e testi teatrali, quasi come se appartenessero a due contesti separati.
Di seguito riporto alcuni dei premi nobel della letteratura che hanno dato, tra le altre cose, un contributo fondamentale alla storia del teatro:
1925: George Bernard Shaw (per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza)
1934: Luigi Pirandello (per il suo coraggio e l'ingegnosa rappresentazione dell'arte drammatica e teatrale)
1957: Albert Camus (per la sua importante produzione letteraria, che con perspicace zelo getta luce sui problemi della coscienza umana nel nostro tempo)
1997: Dario Fo (seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi)
2005: Harold Pinter (perché nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione).
Di questi autori, magari durante i nostri studi, impariamo a conoscere i romanzi, i saggi, le novelle; ne conosciamo la biografia ma dei loro scritti teatrali sappiamo ben poco, per non dire nulla. Ergo, nel nostro paese la maggior parte delle persone che si avvicinano o intendono avvicinarsi al teatro sono autodidatti. Questa, a mio modesto parere e non lo dico solo da persona “coinvolta nei fatti” è una grave mancanza. Sarebbe un po’ come, tanto per capirsi, insegnare la matematica ma considerare la geometria qualcosa di secondario e poco importante.
L’Italia è un paese di naviganti, poeti, comici, politici (per le ultime due se si invertano i fattori il risultato non cambia ) e di corsi artistici. Il nostre bel paese ribolle di fermento artistico, siamo infervorati dal produrre arte. Abbiamo corsi di scrittura creativa, pittura, scultura, scultura pittorica, poesia, recitazione e via dicendo. Se per ogni corso artistico che viene fondato emergesse un talento vero ogni mille partecipanti, il rinascimento verrebbe considerato un periodo oscuro e privo di importanza (e ve lo dice uno che di corsi ne tiene). D’altro canto, se così fosse ci si troverebbe di fronte ad un piccolo problema: solo una persona su cento, forse, sarebbe in grado di valutare e di apprezzare tutta l’arte prodotta. Sembra che da noi l’imperativo sia insegnare a produrre “cose” ma non a comprenderle e ad apprezzarle. Ma l’arte, in tutte le sue forme,è sempre biunivoca. Un quadro, un libro, una musica esistono in funzione dei loro fruitori e tanto più, come scrivevo nella rubrica del mese scorso, il teatro.
Ben vengano quindi i corsi in cui si insegna a comprendere un quadro, analizzare un libro, ascoltare la musica con cognizione di causa. Siano lodati coloro che decidessero di insegnare come nasce un film, quali sono i parametri per comprendere il valore della regia piuttosto che della sceneggiatura.
Di conseguenza, e poi termino, alla luce di tutto ciò dalla prossima puntata e per alcune che seguiranno (B.V.M.S. permettendo) terrò un micro-corso o, se preferite, scriverò un piccolo vademecum dal titolo “Approccio al teatro: piccoli critici in erba” (qualsiasi battuta sull’erba che vi possa venire in mente l’ho già pensata io), un modo divertente con cui affrontare a cuor leggero ma con un minimo di cognizione di causa alcuni aspetti tecnici di uno spettacolo teatrale, dal testo alla regia, dalla recitazione alle scenografie, sperando che questo non abbatta in modo drammatico il numero di accessi al sito di inutile.
Ed ora: “Lettera aperta al B.V.M.S.”
Caro B.V.M.S. quella di questo mese vuole essere una lettera di ringraziamento; i ringraziamenti riguardano la tua presenza al mio fianco sabato scorso al teatro “Villa dei Leoni” di Mira durante lo spettacolo Popstar di Babilonia Teatri. Mi ha fatto un immenso piacere che tu mi abbia concesso fiducia e sia venuto ad assistere ad uno spettacolo nonostante la tua storica diffidenza nei confronti di noi saltimbanchi e delle nostre pratiche giullaresche, spero accada ancora e presto. A ciò aggiungo la grande soddisfazione di averti visto soddisfatto dopo lo spettacolo (anche dopo le birre ma questa è un’altra storia). Grazie di cuore.
Ho deciso che questo mese darò alla rubrica un taglio serio e professionale mantenendo un atteggiamento austero e adeguatamente distaccato in modo tale da dare al tutto una parvenza di estrema serietà rincuorando il B.V.M.S. il quale piange lacrime amare ogni qual volta vede apparire i miei “articoli” sullo schermo del suo iPhone ultramodernoconuna-crepanelmezzo; quindi, nel rispetto di ciò che ho appena detto comincerò con un sondaggio.
Quanti di voi hanno acquistato o almeno pensato di acquistare un libro contenete un testo teatrale nell’arco della propria esistenza? Dovendo rispondere entro la fine della rubrica, non avendo a disposizione i risultati di indagini demoscopiche ed escludendo la risposta “Pupo e il principe Filiberto”, mi permetto di fare una stima per eccesso: cinque percento (se mi sbaglio sarò il primo a rallegrarmene). La domanda logica seguente è: perché? Per i motivi di cui sopra io azzarderei tre possibili risposte: 1) non mi interessa 2) non ci ho mai pensato 3) non li trovo e se li trovo sono sempre quelli. (In realtà ce n’era una quarta “Pupo ed il Principe Filiberto” ma non ne ho tenuto conto.) Sicuramente ce ne sono molte altre ma penso che queste possano racchiudere una grossa percentuale di non-lettori. Eppure, tutti noi acquistiamo libri di narrativa piuttosto che saggistica, ci confrontiamo con resoconti storici, trattati filosofici, manuali di informatica o magari fumetti (che io adoro), perché non il teatro? Nel resto d’Europa la lettura di “copioni” teatrali è una normalità come leggere qualsiasi altro libro, si legge tanto Whitman quanto Beckett o Palahniuk perché qui no?
Altra domanda (fa molto professionale): durante gli spensierati anni della scuola dell’obbligo e i successivi anni del liceo, quanti testi teatrali avete analizzato con i vari professori di italiano? Poesie sicuramente tante, altrettanti testi di narrativa, non ho dubbi, ma sono convinto che i testi teatrali, se ci sono stati, sono molto pochi. Il punto è che qui da noi la cultura teatrale manca o comunque viene relegata ai margini fin
dall’insegnamento nelle scuole; da noi si parla di testi letterari e testi teatrali, quasi come se appartenessero a due contesti separati.
Di seguito riporto alcuni dei premi nobel della letteratura che hanno dato, tra le altre cose, un contributo fondamentale alla storia del teatro:
1925: George Bernard Shaw (per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza)
1934: Luigi Pirandello (per il suo coraggio e l'ingegnosa rappresentazione dell'arte drammatica e teatrale)
1957: Albert Camus (per la sua importante produzione letteraria, che con perspicace zelo getta luce sui problemi della coscienza umana nel nostro tempo)
1997: Dario Fo (seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi)
2005: Harold Pinter (perché nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione).
Di questi autori, magari durante i nostri studi, impariamo a conoscere i romanzi, i saggi, le novelle; ne conosciamo la biografia ma dei loro scritti teatrali sappiamo ben poco, per non dire nulla. Ergo, nel nostro paese la maggior parte delle persone che si avvicinano o intendono avvicinarsi al teatro sono autodidatti. Questa, a mio modesto parere e non lo dico solo da persona “coinvolta nei fatti” è una grave mancanza. Sarebbe un po’ come, tanto per capirsi, insegnare la matematica ma considerare la geometria qualcosa di secondario e poco importante.
L’Italia è un paese di naviganti, poeti, comici, politici (per le ultime due se si invertano i fattori il risultato non cambia ) e di corsi artistici. Il nostre bel paese ribolle di fermento artistico, siamo infervorati dal produrre arte. Abbiamo corsi di scrittura creativa, pittura, scultura, scultura pittorica, poesia, recitazione e via dicendo. Se per ogni corso artistico che viene fondato emergesse un talento vero ogni mille partecipanti, il rinascimento verrebbe considerato un periodo oscuro e privo di importanza (e ve lo dice uno che di corsi ne tiene). D’altro canto, se così fosse ci si troverebbe di fronte ad un piccolo problema: solo una persona su cento, forse, sarebbe in grado di valutare e di apprezzare tutta l’arte prodotta. Sembra che da noi l’imperativo sia insegnare a produrre “cose” ma non a comprenderle e ad apprezzarle. Ma l’arte, in tutte le sue forme,è sempre biunivoca. Un quadro, un libro, una musica esistono in funzione dei loro fruitori e tanto più, come scrivevo nella rubrica del mese scorso, il teatro.
Ben vengano quindi i corsi in cui si insegna a comprendere un quadro, analizzare un libro, ascoltare la musica con cognizione di causa. Siano lodati coloro che decidessero di insegnare come nasce un film, quali sono i parametri per comprendere il valore della regia piuttosto che della sceneggiatura.
Di conseguenza, e poi termino, alla luce di tutto ciò dalla prossima puntata e per alcune che seguiranno (B.V.M.S. permettendo) terrò un micro-corso o, se preferite, scriverò un piccolo vademecum dal titolo “Approccio al teatro: piccoli critici in erba” (qualsiasi battuta sull’erba che vi possa venire in mente l’ho già pensata io), un modo divertente con cui affrontare a cuor leggero ma con un minimo di cognizione di causa alcuni aspetti tecnici di uno spettacolo teatrale, dal testo alla regia, dalla recitazione alle scenografie, sperando che questo non abbatta in modo drammatico il numero di accessi al sito di inutile.
Ed ora: “Lettera aperta al B.V.M.S.”
Caro B.V.M.S. quella di questo mese vuole essere una lettera di ringraziamento; i ringraziamenti riguardano la tua presenza al mio fianco sabato scorso al teatro “Villa dei Leoni” di Mira durante lo spettacolo Popstar di Babilonia Teatri. Mi ha fatto un immenso piacere che tu mi abbia concesso fiducia e sia venuto ad assistere ad uno spettacolo nonostante la tua storica diffidenza nei confronti di noi saltimbanchi e delle nostre pratiche giullaresche, spero accada ancora e presto. A ciò aggiungo la grande soddisfazione di averti visto soddisfatto dopo lo spettacolo (anche dopo le birre ma questa è un’altra storia). Grazie di cuore.



