Bar NordEst
Bar NordEst (8)
07/05/10 00:22 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Uno scritto giovanile dell’amico Max, recuperato tra le scartoffie volanti...
È notte fonda.
Tira aria da tagliare la pelle.
Usciamo dal Bar, vogliamo qualcosa di nuovo. Emozioni.
Arriviamo sotto un palazzone popolare, impiantato al centro d’una periferia marcia.
Ci buttiamo lì, nascosti dietro un Ape car sfondata. L’aria profuma di strano. C’è qualcosa, qua attorno.
Guardiamo verso l’alto, dentro un finestrone enorme illuminato a giorno.
Un tizio scrive alla lavagna.
Il socio del tizio è in piedi sopra un tavolo.
Davanti a loro, una folla di persone.
Come un blocco si spostano prima avanti, poi indietro, poi di lato, alla fine tornano al centro dello stanzone.
Il tizio alla lavagna traccia segni.
Il socio del tizio si sbraccia sopra il tavolo. Alle volte salta.
Il plotone torna a partire, prima avanti, poi indietro, poi a destra, poi a sinistra, poi di lato, poi al centro.
UBRIACHI torniamo a casa, con la scimmia che batte i tamburi in testa e convinti di aver visto degli ufo, magari una preparazione di invasione aliena, roba così.
Il giorno dopo passo davanti al palazzo, guardo lo stanzone e appiccicato alla grande finestra vedo una scritta: “Finanziaria ••••••”.
E meno male che gli UBRIACHI eravamo noi.
Uno scritto giovanile dell’amico Max, recuperato tra le scartoffie volanti...
È notte fonda.
Tira aria da tagliare la pelle.
Usciamo dal Bar, vogliamo qualcosa di nuovo. Emozioni.
Arriviamo sotto un palazzone popolare, impiantato al centro d’una periferia marcia.
Ci buttiamo lì, nascosti dietro un Ape car sfondata. L’aria profuma di strano. C’è qualcosa, qua attorno.
Guardiamo verso l’alto, dentro un finestrone enorme illuminato a giorno.
Un tizio scrive alla lavagna.
Il socio del tizio è in piedi sopra un tavolo.
Davanti a loro, una folla di persone.
Come un blocco si spostano prima avanti, poi indietro, poi di lato, alla fine tornano al centro dello stanzone.
Il tizio alla lavagna traccia segni.
Il socio del tizio si sbraccia sopra il tavolo. Alle volte salta.
Il plotone torna a partire, prima avanti, poi indietro, poi a destra, poi a sinistra, poi di lato, poi al centro.
UBRIACHI torniamo a casa, con la scimmia che batte i tamburi in testa e convinti di aver visto degli ufo, magari una preparazione di invasione aliena, roba così.
Il giorno dopo passo davanti al palazzo, guardo lo stanzone e appiccicato alla grande finestra vedo una scritta: “Finanziaria ••••••”.
E meno male che gli UBRIACHI eravamo noi.
Bar NordEst (7)
02/04/10 10:25 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra Rabbia, si siede, mi guarda e dice:
«Non ci sto più, in sta merda di città».
Guardo i suoi capelli. Negli anni Novanta erano gialli color del fieno, codino lungo. Lui riprende:
«Barista, butta una prugna. Doppia. Ora parto. Ragazzi parto e non torno più. Vado in Spagna. Io».
Ha capelli tutti rasati ai lati. Al centro lunghissimi. Il codino arriva a metà della spina dorsale. Continua, urla:
«Fuori da sta merda di Nordest, mi mantengo senza muovere il culo. Io là fuori sono un Dio. Butta un’altra prugna».
L’elastico in stoffa, giallo, arrotolato attorno alla coda, proprio come negli anni Novanta. Parla:
«La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. E il mare mi sta sul cazzo. Ma vivo bene. Laggiù sono un mantenuto. Come Dio».
Questi non sono gli anni Novanta. Sono trascorsi vent’anni dai suoi capelli gialli. Oggi ha capelli grigi. Il giallo e il fieno, qui, oggi, non ci son più.
«Vado dritto in Spagna. Parto domani. La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. Butta un’altra prugna, barista».
Mi alzo. Esco. Rabbia resta lì, col suo bicchiere e i suoi capelli lunghi. Grigi. Come i sogni che non ha più.
Entra Rabbia, si siede, mi guarda e dice:
«Non ci sto più, in sta merda di città».
Guardo i suoi capelli. Negli anni Novanta erano gialli color del fieno, codino lungo. Lui riprende:
«Barista, butta una prugna. Doppia. Ora parto. Ragazzi parto e non torno più. Vado in Spagna. Io».
Ha capelli tutti rasati ai lati. Al centro lunghissimi. Il codino arriva a metà della spina dorsale. Continua, urla:
«Fuori da sta merda di Nordest, mi mantengo senza muovere il culo. Io là fuori sono un Dio. Butta un’altra prugna».
L’elastico in stoffa, giallo, arrotolato attorno alla coda, proprio come negli anni Novanta. Parla:
«La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. E il mare mi sta sul cazzo. Ma vivo bene. Laggiù sono un mantenuto. Come Dio».
Questi non sono gli anni Novanta. Sono trascorsi vent’anni dai suoi capelli gialli. Oggi ha capelli grigi. Il giallo e il fieno, qui, oggi, non ci son più.
«Vado dritto in Spagna. Parto domani. La Spagna mi sta sul cazzo. C’è il mare. Butta un’altra prugna, barista».
Mi alzo. Esco. Rabbia resta lì, col suo bicchiere e i suoi capelli lunghi. Grigi. Come i sogni che non ha più.
Bard NordEst (6)
05/03/10 00:43 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Ma lo sai chi cazzo sono io?»
Io muovo su e giù la testa. E lui rabbioso riprende:
«Non lo sai, tu non lo sai chi sono davvero io».
Io alzo le spalle. Lui continua:
«Io sono l’unico souvenir. Sono il souvenir dell’osteria. Capito?».
Faccio cenno ok con la testa.
«Souvenir uguale oggetto uguale ricordo. Io sono l’oggetto che s’è salvato. Io sono il ricordo d’un mondo che non c’è più. Capito chi sono io?»
Mi alzo. Esco. Boracho resta appeso al bicchiere. Fino all’orlo colmo di ricordi.
Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Ma lo sai chi cazzo sono io?»
Io muovo su e giù la testa. E lui rabbioso riprende:
«Non lo sai, tu non lo sai chi sono davvero io».
Io alzo le spalle. Lui continua:
«Io sono l’unico souvenir. Sono il souvenir dell’osteria. Capito?».
Faccio cenno ok con la testa.
«Souvenir uguale oggetto uguale ricordo. Io sono l’oggetto che s’è salvato. Io sono il ricordo d’un mondo che non c’è più. Capito chi sono io?»
Mi alzo. Esco. Boracho resta appeso al bicchiere. Fino all’orlo colmo di ricordi.
Bar NordEst (5)
05/02/10 00:11 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Le donne sono tutte puttane.»
Si sistema il basco, si strofina le palle, e continua:
«E ricorda sempre, ragazzo, non andare mai con le turche. Gli puzza la pelle. Cazzo, le turche, mangiano cariole di aglio. Davvero troppo aglio, mangiano le turche.»
Poi riflette, uccide il bicchiere, e riprende:
«Ma finché l’uomo non capisce che le donne sono migliori dell’uomo, allora non sarà mai uomo veramente.»
Io non apro bocca. Lui si alza, fa un saluto militare, esce.
Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Le donne sono tutte puttane.»
Si sistema il basco, si strofina le palle, e continua:
«E ricorda sempre, ragazzo, non andare mai con le turche. Gli puzza la pelle. Cazzo, le turche, mangiano cariole di aglio. Davvero troppo aglio, mangiano le turche.»
Poi riflette, uccide il bicchiere, e riprende:
«Ma finché l’uomo non capisce che le donne sono migliori dell’uomo, allora non sarà mai uomo veramente.»
Io non apro bocca. Lui si alza, fa un saluto militare, esce.
Bar NordEst (4)
29/01/10 00:28 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra il Vez, si siede, mi guarda e dice:
«Da dentro presi la rabbia a piene mani e la buttai nel palcoscenico della vita. Ma spesso siamo attori del vivere, e attorno ci creiamo dei castelli. E quando cadono le mura, rimane solo miseria».
Continua a leggere ->
Entra il Vez, si siede, mi guarda e dice:
«Da dentro presi la rabbia a piene mani e la buttai nel palcoscenico della vita. Ma spesso siamo attori del vivere, e attorno ci creiamo dei castelli. E quando cadono le mura, rimane solo miseria».
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Bar Nordest (tre)
03/12/09 23:26 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra l’artista del paese, si siede, mi guarda e dice:
«Mi piacciono le sfumature di colore. Cerco di mettere assieme quelle che tra loro si amano. Non mi interessa la tecnica, lo stile e nemmeno la perfezione. Mi piace quando le sfumature si abbracciano. Tutto qui. Così so che faranno l’amore, nella mia testa e negli occhi altrui».
Si tocca i capelli lunghi, mi sorride e continua:
«La scuola, l’università e i professori, i corsi master esami voti, e le regole, sono tutte cose che creano schemi e caricano pesi. L’artista deve abbattere gli schemi e buttare i pesi, meglio ancora sarebbe evitarli da subito. Arte come assenza».
Attende una mia parola, che non arriva, così conclude:
«La mia vita è un laboratorio. Rivoluzione, del pensiero. Rivoluzione, del messaggio. Rivoluzione, di me stesso».
Non so cosa dire. Sto zitto. Lui prende e se ne va.
Entra l’artista del paese, si siede, mi guarda e dice:
«Mi piacciono le sfumature di colore. Cerco di mettere assieme quelle che tra loro si amano. Non mi interessa la tecnica, lo stile e nemmeno la perfezione. Mi piace quando le sfumature si abbracciano. Tutto qui. Così so che faranno l’amore, nella mia testa e negli occhi altrui».
Si tocca i capelli lunghi, mi sorride e continua:
«La scuola, l’università e i professori, i corsi master esami voti, e le regole, sono tutte cose che creano schemi e caricano pesi. L’artista deve abbattere gli schemi e buttare i pesi, meglio ancora sarebbe evitarli da subito. Arte come assenza».
Attende una mia parola, che non arriva, così conclude:
«La mia vita è un laboratorio. Rivoluzione, del pensiero. Rivoluzione, del messaggio. Rivoluzione, di me stesso».
Non so cosa dire. Sto zitto. Lui prende e se ne va.
Bar NordEst (due)
06/11/09 00:24 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra il poeta, si siede, mi guarda e dice:
«Ho sempre avuto qualcosa dentro. Ma da sempre tentavo di annegarlo con l’alcol. Però teneva duro, e appena ho messo giù il bicchiere, prendendo in pugno una penna, lui è uscito prepotente. Da quel giorno, non sono più io, perché comanda lui».
Sospira a lungo, poi asciuga gli occhi e riprende:
«Perché scrivo? Perché le parole vengono a trovarmi, e io le accolgo e poi le sputo fuori. Scrivo perché non so fare altro, ma se non fossi stonato, sarei una Rock ‘n’ roll Star. Lo giuro: una Rock ‘n’ roll Star!»
Sospira ancora, più forte, ma riattacca:
«Prendo le parole, le metto in fila, ne ripeto la sequanza ossessivamente, così all’infinito, e se non mi annoio, significa che funzionano. Ma solo per me. Sempre solo per me».
Ora non parla nemmeno più. Io mi alzo e me ne vado.
Entra il poeta, si siede, mi guarda e dice:
«Ho sempre avuto qualcosa dentro. Ma da sempre tentavo di annegarlo con l’alcol. Però teneva duro, e appena ho messo giù il bicchiere, prendendo in pugno una penna, lui è uscito prepotente. Da quel giorno, non sono più io, perché comanda lui».
Sospira a lungo, poi asciuga gli occhi e riprende:
«Perché scrivo? Perché le parole vengono a trovarmi, e io le accolgo e poi le sputo fuori. Scrivo perché non so fare altro, ma se non fossi stonato, sarei una Rock ‘n’ roll Star. Lo giuro: una Rock ‘n’ roll Star!»
Sospira ancora, più forte, ma riattacca:
«Prendo le parole, le metto in fila, ne ripeto la sequanza ossessivamente, così all’infinito, e se non mi annoio, significa che funzionano. Ma solo per me. Sempre solo per me».
Ora non parla nemmeno più. Io mi alzo e me ne vado.
Bar NordEst (uno)
09/10/09 00:54 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Entra Paolo, si siede, mi guarda e dice:
«Mi sono ubriacato un milione di volte, ho vissuto serate esagerate, ho frequentato i peggio posti, ho ascoltato i cattivi maestri, ho sentito addosso l’adrenalina tirando pugni, ma nulla mi ha sballato quanto l’Amore».
Segue un breve silenzio e riprende:
«Ancora troppo sballati, siamo noi così, siamo noi così innamorati, degli amici che stanno, sotto la terra, tra la coda d’una stella».
Un’altro istante di silenzio e continua:
«Non ho studiato, non ho cercato la carriera, non ho sognato la fama, non ho racimolato danaro, non ho fatto mai il gentleman. Spesso mi chiedo, ma come cazzo ho fatto, a indovinarle tutte?»
A quel punto si alza ed esce.
Entra Paolo, si siede, mi guarda e dice:
«Mi sono ubriacato un milione di volte, ho vissuto serate esagerate, ho frequentato i peggio posti, ho ascoltato i cattivi maestri, ho sentito addosso l’adrenalina tirando pugni, ma nulla mi ha sballato quanto l’Amore».
Segue un breve silenzio e riprende:
«Ancora troppo sballati, siamo noi così, siamo noi così innamorati, degli amici che stanno, sotto la terra, tra la coda d’una stella».
Un’altro istante di silenzio e continua:
«Non ho studiato, non ho cercato la carriera, non ho sognato la fama, non ho racimolato danaro, non ho fatto mai il gentleman. Spesso mi chiedo, ma come cazzo ho fatto, a indovinarle tutte?»
A quel punto si alza ed esce.
Bar NordEst (zero)
04/09/09 00:49 Archiviato in:Bar NordEst
{di Massimiliano
Santarossa}
Da oggi, e con candenza mensile, pubblico in questa bellissima rivista inutile piccoli episodi quotidiani e minimi, microperle di saggezza popolare, roba da bar, fatti e parole alle volte senza senso, altre volte accompagnati da una timida pretesa d’insegnare qualcosa. Alla maniera dei “cattivi maestri”.
Sono le vicende che vedo, che sento, che vivo e che mi fanno vivere i miei eroi negativi, i miei profeti della strada, i miei amici sbombardati. Tutte parole raccolte al “Bar Nordest”...
Perché qui parlano loro.
Anzi, qui urla chi non ha mai avuto voce in capitolo. Su nulla.
Da oggi, e con candenza mensile, pubblico in questa bellissima rivista inutile piccoli episodi quotidiani e minimi, microperle di saggezza popolare, roba da bar, fatti e parole alle volte senza senso, altre volte accompagnati da una timida pretesa d’insegnare qualcosa. Alla maniera dei “cattivi maestri”.
Sono le vicende che vedo, che sento, che vivo e che mi fanno vivere i miei eroi negativi, i miei profeti della strada, i miei amici sbombardati. Tutte parole raccolte al “Bar Nordest”...
Perché qui parlano loro.
Anzi, qui urla chi non ha mai avuto voce in capitolo. Su nulla.



