Se solo anche tu non riuscissi a stare seduta

{di Enrico Piscitelli}

Mio fratello aspetta il treno. Alza appena il culo e scorreggia, in silenzio. A un paio di metri è seduta una ragazzina, ha l’apparecchio per i denti e una maglietta rosa. Una sottile brezza, improvvisa, muove l’aria e i rami dell’unico albero nell’unica aiuola. Prima che la puzza possa spandersi. Fortuna. A volte capita.
È quasi mezzogiorno, mio fratello è seduto, a gambe larghe. Il suo treno arriverà tra quaranta minuti. Guarda in basso: ha delle scarpe di tela, bianco-rosa(salmone)-azzurro. Un nuovo spasmo. Questa volta decide di reprimersi.
Ricapitolando: mio fratello aspetta il treno, soffre di meteorismo, ha delle scarpe tricolori. Sono eventi collegati:
A – il treno lo porterà da lei
B – l’aerofagia di mio fratello è occasionale. Ne soffre quando 1) ha paura 2) è innamorato 3) ha paura di essere innamorato
C – a lei, la donna dall’altra parte del treno, non piacciono le scarpe che usa mio fratello: sempre nero, marrone-quasi-nero, blu notte. Per questo lui ha comprato delle scarpe colorate. Questa mattina, alle nove. Tre ore fa.
Arriva una donna, in bicicletta.
Dling-dlong. Non serve suonare il campanello, ma forse lo fa perché è felice. Appoggia la bici contro il muro ed entra nel piccolo edificio che non sembra una stazione. Mio fratello ha un libro, che finge di leggere, per darsi un tono. Lui dice di essere un geniale scrittore che non scrive. Lui dice di aver sviluppato connessioni neurali proprie – che ha solo lui, in sostanza. Lui dice che adora raccontarsi di continuo e ogni volta la storia cambia un po’. Ma per poter cambiare la storia deve cambiare anche chi l’ascolta. Ogni volta. E qui, forse, arriviamo al problema: un treno è già passato.
Se l’avesse preso, mio fratello sarebbe già da lei, avrebbe già fatto la sua entrata a effetto. Invece non è salito, ha fatto finta che non fosse il suo treno ed è semplicemente rimasto seduto, sotto l’afa.
Eppure
crede di avere una gran voglia di passare tutto il suo tempo con lei, a ripetersi ‘ti amo’ fino ad avere la gola asciutta.
La donna esce da dove era entrata, guarda il biglietto che ha fra le mani, recupera la bici e va via. Mio fratello resta di nuovo solo, con la ragazzina vestita di rosa, che adesso si sta stiracchiando e sembra un po’ più grande. Se ha finto di non sapere dove l’avrebbe portato il treno che non ha preso ha i suoi motivi, ovvero:
A – da bambino viveva in una scatola di cartone. Non faceva entrare nessuno; restava là dentro senza guardare fuori
B – due giorni fa sua madre gli ha chiesto da quand’è che hai quel neo, lì, sul mento?
C – soffre di attacchi d’ira.
Ed è, di nuovo, tutto parte di uno schema: va da lei perché sono due giorni che non mangia ma ha, lo stesso, un continuo prolasso degli intestini. Ci va con le scarpe nuove, senza preavviso, perché adora le entrate a effetto. E
non va da lei perché ha vissuto per anni in una scatola di cartone e, anche se sei piccolo, sono cose che ti segnano. Specie se il neo che hai in faccia ce l’hai da trent’anni e ti incazzi da morire, che tua madre non ti guarda, mai. Insomma, mio fratello ha paura: 1) che lei, la ragazza dall’altra parte del treno, nella scatola non ci voglia entrare 2) che l’aerofagia dipenda da altro 3) dell’ira, che lo assalirebbe, una volta compreso che non sta scorreggiando per lei.
In più, indossa delle scarpe ridicole.
Due ferrovieri, accaldati, escono all’aria e non riescono a chiacchierare. Il più alto si toglie il cappello, asciuga la fronte con la mano, poi risistema il cappello e alza le sopracciglia, per dire ‘sì, non se ne può più’. Mio fratello spegne la sigaretta con la suola della scarpa e rimette il libro – piccolo – nella tasca posteriore dei pantaloni – neri. La ragazza muove il piede sinistro, che non tocca terra, disegnando piccoli cerchi. Ha delle scarpe bianche, a punta, col tacco, alto. Incrocia i piedi, poi li sgancia e riprende a roteare.
Il vento è cessato del tutto, ma questa volta la contrazione è troppo forte. Non riesce neanche a farlo in silenzio. Mio fratello riprende il libro e vorrebbe riuscire a nascondersi dentro. «Per la fresca finestra scorre amaro un sentiero di foglie», e si guarda intorno per vedere se i ferrovieri hanno sentito. «Il ragazzo non prende più schiaffi». Se la ragazza ha sentito. «Per le luride strade non passa nessuno», e intanto la gente comincia ad arrivare, «si direbbe un paese sommerso».
I quaranta minuti stanno per passare e dell’odore non c’è più traccia. Ormai deve decidere. Capire perché scorreggia, mettere in fila fatti concreti:
A – lui la urta, di continuo, senza volerlo. Quando se la trova vicina ci sbatte contro. Si fa sempre male
B – si è trovato, ieri, di notte, a camminare da solo, al centro della strada, con in mano un bicchiere vuoto
C – e nel suo libro sta scritto «val la pena esser solo, per esser sempre più solo?».
Questa volta non sono eventi collegati, non c’è una spiegazione. La urta, cammina da solo, si sente sempre più solo, ma non c’è una trama in questo. Ci sono soltanto le parole che vorrebbe dirle. Perché ci dev’essere un motivo se vaga al centro di una strada, calpestando la segnaletica orizzontale, con un
tumbler alto pieno solo di cubetti quasi sciolti; se si fa sempre male, urtandola, anche se lui non urta nessuno – mai.
Mio fratello chiude il suo libro. Ripassa tutto quello che ha deciso di dirle. Immagina di poterlo dire alla ragazza con la maglietta rosa; di avvicinarsi, toccarle la spalla con il dito indice della mano destra e partire: 1) lo sai? non mi importa con quanti sei stata tu – anche se il pensiero mi fa soffrire – come non è importante quante ne ho avute io. M’importa solo sapere che ci incastreremo perfettamente, fra noi 2) io? mi accontento di poco, davvero: degli amici, che mi facciano ridere, e una donna, che mi faccia impazzire e 3) cosa voglio? se solo anche tu mi amassi, se solo anche tu non riuscissi a stare seduta, perché hai fottutamente paura, quanto mi sentirei bene!
Mio fratello alza lo sguardo. Ci sono uno (lui), due, tre, cinque, sette, otto persone. Nove con la ragazza che porta l’apparecchio per i denti. Lui le tocca la spalla, le chiede qualcosa, un foglio, mentre il treno sta arrivando e si sente già il rumore del metallo sui binari. Tutti si muovono eccetto uno, che prende la penna dalla tasca e comincia a scrivere. Mio fratello aspetta il treno. Alza appena il culo e scorreggia, in silenzio.