Scrittore e gentiluomo

Intervista a Diego Galdino
{di Manuela Minelli}

Uno scrittore che sa raccontare passioni, intrighi e sentimenti, un padre esemplare e un ottimo barman: potrebbero essere tre persone diverse, invece no. Diego Galdino è tutte queste cose insieme. Scrittore romano, vincitore con uno dei suoi cinque romanzi del premio “Un libro per l’estate”, Diego è simpatico, cortese e disponibile al dialogo, quasi si commuove se gli si fanno i complimenti per i suoi romanzi. Lo si può incontrare tutti i giorni nel bar di mamma e papà, impegnato a servire cappuccini e aperitivi, mentre con la mente insegue la trama del suo prossimo romanzo.

Devo ammettere che è durissima conciliare le due cose, infatti, tutt’ora,  per scrivere i miei romanzi sono costretto a svegliarmi molto prima dell’alba, malgrado ciò riesco, nel limite del possibile, ad essere un barman efficiente, un padre esemplare ed uno scrittore felice. Lavorare nel bar di mio padre mi piace, perché mi dà l’opportunità di stare a contatto con la gente e poi oramai è una parte di me. Ho iniziato a lavorarci giovanissimo, è un po’ come se fossimo cresciuti insieme, ma adesso scrivere è diventato molto più di una semplice passione e spero che il mio ultimo romanzo ‘L’osservatore di foglie’ ne diventi la prova tangibile.

Seppur giovane, Diego Galdino ha già pubblicato cinque romanzi: prima de L’osservatore di foglie, sono usciti Il mondo di Christine, Leonor, Una casa a metà e Il cardo di Yosemite, storia affascinante che racconta di una ragazza affetta da narcolessia.

Ti ricordi qual è stato il primo libro che hai letto?

E come potrei dimenticarlo? Avevo tredici anni quando un amico di famiglia mi regalò Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, lo conservo ancora come una reliquia.

Il libro più bello che hai letto e il più brutto?

Non saprei dire qual è il libro più bello che abbia letto, però ce ne sono tanti che porto nel mio cuore: Persuasione di Jane Austen, I pilastri della terra di Ken Follet, L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon, Le pagine della nostra vita di Nicholas Sparks, Il ragazzo persiano di Mary Renault, Il cavaliere d’inverno di Paullina Simons, Chi ama torna sempre indietro di Guillaume Mussò, Se solo fosse vero di Mark Levì, Amazzonia di James Rollings, Twilight di Stephenie Meyer e tanti altri. Il più brutto? Non per essere diplomatico, ma preferisco non citare nessun libro in questo caso, perché credo che chi scriva un libro lo fa pensando che sia un bel libro perché lo scrive con il cuore, mettendoci l’anima e mi sembrerebbe mancare di rispetto alla sacra arte della scrittura se classificassi come brutto un libro di un altro scrittore che come me da sempre il massimo quando cerca di raccontare una storia... la sua storia.

Quali sono i libri che potremmo trovare sul tuo comodino?

I miei naturalmente! A parte gli scherzi, credo che Persuasione di Jane Austen meriti il posto sul mio comodino accanto alla lucina per la notte e alla foto delle mie figlie.

Perché scrivere? Come nasce questa esigenza?

Non lo so perché scrivo. Forse perché ho delle storie da raccontare, anzi da raccontare prima a me stesso. Di questi tempi credo che ognuno di noi abbia bisogno di leggere delle favole per adulti, io per primo. La scrittura per me non è un’esigenza, sto bene anche quando non scrivo, perché quando non scrivo, faccio un’altra cosa che mi piace tanto, ossia... leggere, intendevo leggere i libri degli altri.

Lavorando noi ad un opuscolo inutile – nel senso che sarebbe assolutamente inutile se non addirittura gravissimo non leggerlo – dobbiamo necessariamente chiederti che cosa è inutile secondo te nella letteratura?

Nella letteratura è inutile essere bravi specialmente in Italia, dove la meritocrazia editoriale non esiste, o almeno non basta, di esempi ne potrei citare a centina. Nel nostro paese tanti scrivono ed arrivano alla fama letteraria, ma di loro tra dieci anni nessuno si ricorderà perché, come scrive Carlos Luis Zàfon nel suo capolavoro L’ombra del vento, «nessuno di questi scrittori sarà riuscito ad erigere nella nostra memoria un palazzo al quale prima o poi faremo ritorno».

Cos’è che distingue la scrittura femminile da quella maschile?

Fino a qualche tempo fa avrei detto la sensibilità, la capacità di descrivere l’universo femminile con maggiore cognizione di causa, ma leggendo romanzi come L’uomo che sussurrava ai cavalli o come Le pagine della nostra vita, credo che ormai le due scritture siano molto vicine se non uguali, come del resto ci sono scrittrici che ora si cimentano con successo in generi letterari dove i maschietti prima la facevano da padroni.

Il più grande scrittore di tutti i tempi secondo te? E cosa vorresti chiedergli se potessi intervistarlo in tre domande?

Sicuramente
Jane Austen, magari non è stata la scrittrice più grande di tutti i tempi, ma di certo è quella che più di ogni altro vorrei intervistare, visto che ha segnato la mia scrittura in modo prepotente e a mio avviso è stata la caposcuola dei romanzi d’amore moderni. La prima domanda che le farei, anche se molto indiscreta per una donna dell’ottocento, sarebbe chiederle se ricorda quando e a chi ha dato il suo primo bacio e se nella sua testa Elizabeth e Darcy hanno mai fatto l’amore. Sì, insomma, giacché all’epoca era un argomento tabù, cosa pensa lei dell’amore fisico e, se le convenzioni del tempo fossero state meno rigide, chissà se le sarebbe piaciuto descrivere un bacio appassionato, preludio all’atto sessuale tra gli innamorati delle sue storie? Non è un caso, infatti, che nell’ultima versione cinematografica di Orgoglio e Pregiudizio il finale europeo è diverso da quello americano assai più fisico, corporeo, intimo. Con la terza domanda le chiederei in quali delle protagoniste dei suoi romanzi si riconosce maggiormente.

Il romanzo che vorresti aver scritto e quello che vorresti scrivere.

I pilastri della terra di Ken Follet, oltre mille pagine che si leggono come fossero dieci e alla fine ti chiedi deluso: “Ma come? È già finito?” e se potessi tornare indietro, ne leggeresti solo una pagina al giorno per farlo durare di più. Quello che vorrei scrivere l’ho già scritto: è un romanzo che parla di una storia che mi aveva sempre affascinato fin da ragazzino e che finalmente sono riuscito a mettere su carta, ma che pubblicherò solo quando mi sentirò pronto a far leggere a tutti il romanzo più bello che potevo scrivere, ovviamente dal mio punto di vista.

Immagina che la tua casa stia andando a fuoco e con lei tutta la tua biblioteca. Puoi salvare soltanto tre libri. Quali salveresti?

Questa è una bella domanda poiché è fatta ad un collezionista di libri d’antiquariato e prime edizioni. Vediamo un po’, senza dubbio il primo che porterei in salvo è una copia del 1892 del romanzo Persuasione di Jane Austen comprato per una cifra folle su internet da un negoziante di libri d’antiquariato di Atlanta. Per secondo porterei via... mmh! Mamma mia, che scelta difficile, voi non potete capire quanti libri ho nella mia biblioteca e a cui tengo. Ho una prima edizione di un romanzo di Charles Dickens, la prima edizione di Piccole donne della Alcott, la prima edizione di Daisy Miller di Henry James, una delle prime edizioni italiane del Conte di Montecristo e di Robinson Crusoe, insomma come si dice a Roma ‘è na cartaccia!’ Però credo che alla fine oltre a Persuasione porterei via la prima edizione de Il vecchio e il mare di Hemingway e la prima edizione americana del romanzo Le pagine della nostra vita di Nicholas Sparks.

Obama presidente degli USA cambierà qualcosa nei romanzi di Diego Galdino?

Assolutamente no, non vedo cosa possa cambiare nei miei romanzi l’elezione di Obama, l’America di cui parlo nei miei romanzi è l’America di persone comuni come ce ne sono in tutte le parti del mondo, di gente che soffre, che ride, che ama, a prescindere dalle sue idee politiche o dal colore della pelle, perché di fronte all’amore siamo tutti uguali.

Qualcuno ti ha definito una Barbara Cartland con i pantaloni. Che ne pensi di questo paragone?

Barbara Cartland ai suoi tempi aveva appassionato milioni di lettrici, facendo sognare con le sue storie d’amore tutte le donne a cominciare dalle sartine illibate...quindi è un paragone che mi lusinga enormemente, anche se all’apice del successo della Cartland io ero un bambino e quindi quel qualcuno che mi ha definito così ora è un po’ avanti con gli anni e sarà sicuramente rimasto legato alle scrittrici della sua gioventù come la grande Barbara. Io preferisco la definizione usata da un giornalista che in un suo articolo mi ha definito “il Nicholas Sparks italiano”.

Tutti i tuoi romanzi, nessuno escluso, sono ambientati in America, e in Inghilterra. Conosci bene quei luoghi per descriverli così perfettamente?

Non vorrei fare paragoni esagerati, però mi accade quello che accadeva a Salgari che non si muoveva mai dalla sua scrivania, eppure riusciva a descrivere magnificamente posti incredibili.