Rosso in fuga
{di Michele
Lupo}
La macchina è ferma sull’ansa di una strada di
campagna, prossima a un dirupo di rocce spoglie che
rovinano un centinaio di metri più in basso. È un
punto in cui la stradina si slarga, quel tanto perché
ci si possa sostare e consentire il transito alle
altre macchine. La pioggia fitta riesce a nasconderli
parzialmente dall’esterno – una camera d’albergo era
proprio esclusa. Rosso, sudatissimo, è accucciato
come una bestia affamata fra le cosce di Monica. La
testa si affanna lì in mezzo con un eccesso di
energia, la lingua colpisce il clitoride con la punta
ogni volta che risale. Solleva poco la testa e getta
lo sguardo oltre il finestrino, il tempo di vedere
una massa verde di frasche battute dal vento e
dall’acqua.
Ricaccia la lingua
nell’anfratto umido. Dalla fronte una goccia di
sudore cola dritta sui peli scuri di Monica. Lei è
sdraiata sul sedile, le cosce allargate e tese verso
il cruscotto. A tratti il piede destro si solleva, si
sospende nel vuoto e poi sbatte contro il finestrino.
Rosso infila il naso nella morbidezza vischiosa della
carne, spinge la lingua a fondo ma non sente nulla.
Il tampone blocca la fuoriuscita del sangue ma
cancella ogni traccia di odore. Rosso teme che se le
sfila il tampone finirà per inzaccherare i sedili e
non può farle questo a Luisa. L’acqua pesta a
scrosci, si schianta sulla Polo e ogni tanto
rallenta, come per dare una tregua all’ansia.
Poi riparte.
Monica inarca il bacino, prende fiato, e gliela
sventola sulla bocca, si strofina sul suo muso in un
movimento rotatorio, lo agguanta con tutt’e due le
mani sulla nuca, gliela stringe, gli caccia due dita
nelle orecchie. Poi gli preme le mani sulle tempie,
lo fissa per un attimo negli occhi. Leccami, dice,
leccami, sì, così, bravo, lo sai che sei bravo, dice,
gli accarezza la testa agitando la sua, lo tira per i
capelli e inizia a fare su e giù, come se stesse
scopando, con forza, incastrando il piede destro
nell’angolo fra il cruscotto e il finestrino.
Rosso continua a girarle intorno con la lingua,
meticoloso - un ricciolino in alto spesso e lungo
come un boccolo sovrasta la fica di Monica, nera e
folta. Lui sfrega le labbra dentro quel velluto un
po’ ispido e chiude gli occhi. C’è sangue lì sotto,
ma né si vede né si sente. Quando Rosso vi fa
slittare la lingua liberando una serie di colpi
veloci, martellanti, avverte la sequenza di piccole
scosse che stordiscono il corpo sotto di lui e lo
obbligano a subire il suo ritmo - e con esso, un
tempo che Rosso cerca di dilatare, di rallentare, un
tempo che possa curvarsi come una cavità in cui
ricominciare da capo. Perché Rosso è nervoso. Dio,
questa è un’amica di sua moglie! La fa godere ma col
passare del tempo lui sente sempre meno, il sudore
gli bagna la schiena e i fianchi: è come se lui non
ci fosse. Non si sente. La pioggia continua a
picchiare contro i vetri e sul cofano e la pellicola
che li separa dall’esterno si fa sempre più spessa e
opaca. Sono come in un’enorme bolla semitrasparente.
Rosso intravede il ramo di un albero piegarsi
violentemente e poi spiaccicarsi a terra.
Quando la macchina bianca sfila accanto a loro,
Monica neppure se ne accorge. Smania dalla voglia di
sfilarsi il tampone e piantarsi l’affare di Rosso fra
le gambe. Qualcosa sgocciola verso le natiche, Rosso
si guarda la mano per vedere se è sangue – non lo è,
ma pensa al sedile lui, alla macchina di sua moglie,
al sudore che gli infradicia i capelli, all’alone
perlaceo che li ingabbia, al camion che passa accanto
nella nebbia scheggiata sui vetri, sfocato e pesante
– come questo caldo. Rosso prova ad aprire il
finestrino ma è un attimo che basta all’acqua per
entrare – il getto fresco e violento sarebbe pure un
piacere se non fosse per la macchina di Luisa. Non
riesce a nascondere la tensione, questa è la verità,
si sente di merda, l’immagine di Luisa gli viene in
mente nel suo aspetto più insostenibile: uno sguardo
fiducioso, quasi infantile nella sua ingenuità,
totalmente abbandonato a lui, e Rosso non ce la fa,
l’uccello parla per lui, si affloscia man mano che si
sforza di partecipare all’estasi di Monica, che si è
accorta di tutto ma non si ferma, si gira sopra di
lui e glielo prende in bocca; accoglie le palle in
una mano con un gesto di totale devozione. Rosso
pensa che non solo non dovrebbe pensare ma quello è
il risultato di averla troppo pensata la notte
precedente, di essersela impaginata nella testa per
giorni, lei, ignara di tutto quello che dentro ci ha
messo lui, lontano anni luce da se stesso, e da lei,
una macchina di carne in piena agitazione,
palpitante, che si torce, si avvita, mentre Rosso non
riesce neanche a muoversi tanto l’abitacolo gli sta
stretto, e per scacciare l’immagine di Luisa stringe
Monica in un abbraccio rigido, meccanico, lei lo
guarda e in quel momento l’abbraccio di Rosso si
rivela per quello che è: la ricerca di una tregua,
come l’abbraccio di un pugile suonato che si attacca
all’avversario solo perché è sfinito, stai tranquillo
dice lei, ma lui non ce la fa, il sangue fa schifo,
puzza e non va via, vero che gliel’ha leccata fino a
due minuti fa e non si sentiva niente, l’odore del
sangue non arrivava, non arrivava niente, però è nel
pieno ha detto lei, che ora gli stira la carne del
cazzo lungo il glande mentre Rosso annaspa in una
massa d’aria calda e bagnata, non sente niente, come
se il suo corpo sudato fosse un’armatura vuota,
avverte solo una specie di tonfo prolungato nel
petto, all’altezza del cuore, e per il resto uno
sguardo inerme, va tutto bene dice lei, passandosi un
dito nella fica, perlustrata con destrezza, va tutto
bene, gli caccia la lingua in gola ma quando lui
prova ad abbracciarla di nuovo sente che quello è il
gesto più goffo della sua vita, il più falso, il più
stupido, come se volesse dargli una sfumatura
sentimentale, non richiesta da niente e da nessuno,
un modo per recuperare la situazione, l’illusione di
toccare corde più intime nella donna che sta
accarezzando, ma sente le braccia come legni di un
attaccapanni, perché Rosso in quel momento vorrebbe
essere da un’altra parte, Rosso pensa a sua moglie,
Rosso sta utilizzando la retorica della dolcezza per
combattere l’ansia da prestazione - un mascalzone -
Monica vuole scoparlo e lui è come se il membro
glielo avessero strappato a morsi, lui è come se un
altro fosse lì al suo posto, lui pensa all’altra
Monica, quella sulla quale non ha smesso di
fantasticare, quella che ha davanti gli è del tutto
indifferente, lui è altrove, lui non c’entra niente
con quello che sta succedendo là dentro, ed è forse
questo il momento, quando accetta l’idea che lui sia
estraneo alla concitazione di Monica, è allora che
sente quel grugnito di compiacimento attraversare la
bocca di Monica, le labbra torcersi sul suo collo e
le dita distendersi a ventaglio sull’uccello, cui
Monica dà appena il tempo di impettirsi nella sua
pienezza e in un attimo si sfila il tampone e se lo
monta, da sotto - Rosso fa in tempo solo a rivolgere
un ultimo pensiero ai sedili, una fitta di nausea,
poi si inchioda in quel catino bollente, e distende
la schiena, rallenta il respiro e cerca di rilassarsi
mentre ormai la pioggia si è fatta grandine e
percuote sulla Polo argentata come una dea
infuriata.
È larga per i suoi gusti.
Le cosce di Monica ricadono sulle sue e battono un
tempo marziale, veloce, vorrebbe dirle di fare più
piano per non rischiare un’alluvione di sangue sul
sedile, ma non dice niente, prova a non farla
risalire ogni volta troppo in alto - fuori controllo
- la stringe in vita e si muove appena, lui, sperando
che il membro faccia da diga, la segue scendendo un
po’ più giù, per tenere più aderenti i bacini ma
quella fica sbavata slitta da tutte le parti, sembra
prendere la mira dall’alto, puntarlo e spingere a
fondo, per sentirselo il più dentro possibile, nella
pancia, vengo
vengo la sente di nuovo
gridare, e un istante prima di venire anche lui sente
colargli sullo scroto una scia troppo vischiosa per
non essere quello che mai avrebbe voluto che
fosse.
Fuori l’acqua viene giù lenta, ora, rada – triste come i quattro capelli di un calvo.



