Requiem per i nostri sogni

{di Gianluca Didino}

Ci sono periodi della vita in cui andare a dormire la sera mi spaventa. Dietro l’apparenza innocua del letto rifatto, pronto per il sonno, intravedo il vero significato del dormire: la violenza senza luogo e senza tempo del mondo onirico. Le lenzuola ordinate mentono. Dormire non è un riposo ma una lotta, un essere sospesi, un languido corteggiamento con la morte. Dormendo siamo vivi, e fragili, come da svegli non ci permetteremmo mai di essere.
In altri periodi, meno turbolenti, mi concedo al sonno con dolcezza. Coperte e cuscini si trasformano nell’abbraccio di una donna che riscalda e annulla al tempo stesso. Cerco il contatto e la sospensione, mi addormento in fretta e dormendo mi faccio consapevolmente oggetto. In quei periodi, di solito, sogno.

Cosa ne è, oggi, dei nostri sogni? Cosa sogniamo, se sogniamo ancora? Siamo sempre noi a sognare o qualcuno sogna per noi?
Il mio primo grande sogno, a quindici anni, è stato quello di essere Kurt Cobain. Traslando dall’immaginario al reale ciò significa che sognavo di essere morto. I nostri padri, cresciuti nell’incubo dell’apocalisse atomica, sognavano un mondo migliore. Noi non eravamo ancora nati (non eravamo ancora stati sognati) quando Martin Luther King diceva: «Io ho un sogno». L’incubo dei nostri genitori non si è realizzato, ma il loro sogno realizzato somiglia molto ai peggiori incubi immaginati dalla fantascienza beat degli anni Sessanta. In
Le tre stimmate di Palmer Eldritch, uno dei romanzi più potenti di Philip K. Dick, i coloni della Luna assumono droghe che li catapultano in mondi onirici dove la cupa miseria del reale non ha spazio di esistere. Noi inforchiamo gli occhiali 3D e in un attimo siamo nel mondo degli avatar.

Oggi qualcuno non sogna più, molti, però, purtroppo sognano ancora. Si può sognare, per dire, di partecipare al Grande Fratello. Di diventare la cocca del “Papi”, di avere un proprio harem, di volare in una notte (su un jet privato) dai locali della lap dance al parlamento europeo. Il Festival di San Remo è il grande sogno dell’Italia che immagina sé stessa per quello che vorrebbe essere: filastrocche e spogliarelli, Antonio Cassano novello James Dean bello e dannato (e ora per fortuna redento), Emanuele Filiberto di Savoia che ama al Patria (e la Patria ama lui). Pensate un attimo, tanto per capirci, al “protagonista” (si fa per dire) di Videocracy di Erik Gandini. Ecco a voi un uomo che sogna. E sogna con tanta sfacciata, spudorata intensità da risultare persino simpatico, sogna così tanto da non rendersi conto che il sogno, semplicemente, non è mai cominciato e mai comincerà.
Oggi non c’è limite ai sogni, e le conseguenze di questa incessante proliferazione onirica si rivelano, fatalmente, tragiche.

Un aspetto emblematico del nostro modo di sognare riguarda il corpo. È interessante ciò che fa notare
Franco La Cecla (Saperci fare), e cioè che dormire è essenzialmente una postura del corpo, culturalmente codificata, che si apprende con l’esercizio. Corpo e sonno sono parte di una miscela insolubile. In La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata sonno e morte si compenetrano, entrambi realizzati attraverso il corpo nella sua immobilità. C’è però anche un altro aspetto, questo tipicamente moderno, del nesso tra corpo e sogno: il sogno del corpo, o per meglio dire il corpo sognato.

Come nella favola di Peter Pan (ma lì era un’isola) il corpo dei nostri sogni è un corpo che non c’è. Un corpo che scompare, si fa liquido, flessibile, parcellizato, precario: un corpo a progetto, che appare e scompare al bisogno. Molti di noi sognano di dimagrire. Il veganesimo nelle sue forme meno politicamente impegnate è il sogno realizzato di un corpo minimalista, che si oppone in apparenza, ma nella sostanza non si oppone affatto, al corpo massimalista degli anni Ottanta-Novanta: labbra ipertrofiche, seni ipertrofici, il sogno malcelato di organi simili a macchine, più grandi, più forti, capaci di produrre prestazioni migliori.

Torniamo per un attimo a Videocracy e prendiamo in esame, questa volta, Fabrizio Corona. In una scena del film il paparazzo più famoso d’Italia osserva sé stesso, nudo, nello specchio del bagno. Corona tocca il proprio corpo come se non fosse suo, peggio ancora, come se fosse un oggetto. Come direbbe Christopher Lasch (L’io minimo) questa è la radice del narcisismo: Corona sogna sé stesso, ma siamo ancora sicuri, noi che lo guardiamo guardarsi, che il sogno sia ancora suo? Siamo ancora certi che non ci sia qualcuno che sogna per lui? Non si ha l’impressione, per un interminabile istante, che guardando sé stesso Fabrizio Corona stia sognando il sogno di qualcun altro?

Eppure anche loro, vegani e pornostar, asceti postmoderni e campioni del silicone, arrivata sera (o mattina) vanno a dormire. Cosa capita a quel punto? Come dormono? Cosa sognano?
I sogni, si sa, servono per compensare ciò che la coscienza trascura o tralascia: così nelle ore di sonno il vegano diventerà antropofago e Rocco Siffredi riscoprirà la sua verginità. La nostra generazione senza sogni (cresciuta con l’ippopotamo Lines, il grunge, la rivoluzione informatica, i sassi dai cavalcavia, la gioventù cannibale) sognerà nuovi muri di Berlino da abbattere, nuove marce della pace, nuove Woodstock. I meno fortunati, gli scarti del sistema globale, sogneranno di tornare ad essere, come anticamente erano, uomini. Qualcuno sognerà di costruire qualcosa di duraturo in un’epoca in cui i progetti, e con essi i sogni, durano il tempo di una suggestione, di un battere di ciglia.
In quel momento, però, il corpo ritorna a sé stesso. Riposa, cioè torna ad essere quello che è: materia viva, ritmo biologico del battito cardiaco e del respiro che si fa via via più lento e cadenzato. Questo è uno degli aspetti più importanti del sonno e uno dei più trascurati dalla nostra cultura: nel sonno, e attraverso il sogno, l’essere umano ritrova la sua unità, si ricongiunge alla propria natura. Scompaiono le veline e i sosia di Ricky Martin, l’etica e l’estetica della globalizzazione, i mondi caleidoscopici prodotti dalle infinite estensioni sensoriali che circondano la nostra vita colmando i nostri vuoti sempre più abissali.

Nel sonno del corpo, nella tormentosa lotta con immagini oniriche, torniamo alla realtà più profonda del desiderio, alla sua realtà più concreta ed evidente.
È nel buio della notte che si realizzano i nostri sogni più intimi, quelli che il mondo della della luce, plastificato e frammentato come mai è accaduto prima d’oggi, non ci consente più nemmeno di sognare.