Pillole: diario di un photo-addicted (5)

{di Gabriele Naia}

doris

Da un po’ di tempo, ormai, è difficile distinguere il cinema dalla fotografia, la fotografia dalla videoarte, le immagini pubblicitarie da quelle di moda, le immagini di moda dalla fotografia normalmente detta d’arte (definizione oscena, a dirla tutta). L’universo delle immagini si fa di giorno in giorno più fitto, e le relazioni tra i vari media (cinema, fotografia, grafica, etc.), così come quelle tra i diversi canali (arte, pubblicità, moda...), appaiono sempre più complesse e stratificate. Ci troviamo tra le immagini, per citare un noto testo di Bellour, o, detta in altri termini, nella tanto discussa visual culture. Ciò significa: abolire le distinzioni e ragionare, appunto, semplicemente su immagini – nel senso più ampio possibile.

Martina Sauter (1974) ha studiato all'accademia di Düsseldorf sotto la guida di Thomas Ruff, e sembra aver ben compreso la stratificazione visiva che incide quotidianamente sulla nostra percezione della realtà. La serie cui lavora dal 2005 si intitola significativamente
Double, e mira a costruire immagini frutto per metà di scatti fotografici eseguiti in prima persona, e per metà del riutilizzo di fotogrammi cinematografici. In «Doris», ad esempio, scorgiamo una figura femminile aggirarsi tra gli scaffali di una biblioteca. Inizialmente ci sembra una semplice fotografia, ma appena la guardiamo con più attenzione ci rendiamo conto che solo la parte sinistra dell’immagine (precisamente la scaffale rivolto verso di noi) è una foto vera e propria; la parte destra è la scena di un qualche film, che attraverso la gestione sapiente di luci, composizione e tonalità cromatiche, Sauter riesce ad incollare alla prima – creando un effetto complessivo assai convincente e verosimile.

Frammenti di narrazione filmica vengono quindi fusi con brandelli di realtà (costruita e fotografata), dando vita ad una dimensione duplice che racchiude universi (paralleli?) differenti ma in grado di convivere. Divenuti un doppio, queste due metà originariamente parti di tutto omogeneo ci fanno riflettere sul significato delle immagini, oggi. Come nella Caverna di Platone, in cui le ombre sul fondo della grotta sono proiezioni di simulacri, e questi a loro volta copie degli oggetti reali, allo stesso modo in questa immagine troviamo le ombre frutto della proiezione (cinema) e i simulacri (fotografia). E gli oggetti reali?

Immersi nella visual culture, sembra che ci siamo dimenticati di essi. Ormai qualunque cosa è tale in base alla propria immagine, o altrimenti in relazione alla presenza o assenza di una sua immagine. Gli oggetti reali sembrano non esistere più, e dal fondo della caverna riusciamo a malapena ad intravvedere i simulacri. Ci muoviamo in un mondo estremamente affascinante e attraente, popolato però da ombre e fantasmi.

Secondo voi, da che film è tratto il fotogramma in questione? Anche se ho idea che c’entri Hitchcock, a me viene da dire Ghostbusters, scena iniziale. Ve la ricordate la vecchina nella biblioteca dell'università?