Pillole: diario di un photo-addicted (3)

Bangkok
{di Gabriele Naia}

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Molta fotografia si basa sull’idea che l’immagine fotografica è una realtà a sé. L’inquadratura e il taglio rappresentano strumenti utili a delimitare una superficie di mondo teoricamente infinita. Delimitando questa superficie si isola un oggetto, una persona da tutto il resto, li si ingloba in una composizione specifica – e così facendo si crea una sorta di microcosmo autosufficiente. Esistono però anche fotografie che funzionano in modo differente. Invece che usare i margini come muri che escludono ciò che sta fuori, tagliando la comunicazione con tutto il resto, queste utilizzano il taglio come apertura ad un «Oltre», ad un fuoricampo (per dirla in termini cinematografici), che in ultima fa sentire tutta la limitatezza della fotografia, la sua incapacità di descrivere in maniera completa ed esaustiva il mondo.

Nella serie del 2005 Bangkok, Heidi Specker studia la città thailandese attraverso l’architettura, la vegetazione, e il modo in cui queste due componenti interagiscono tra loro nel tessuto urbano. Nel terzo gruppo di immagini (in tutto ci sono sedici gruppi, per un totale di quarantasei fotografie) vediamo una ringhiera che sembra delimitare uno spazio privato, un albero dalla struttura stravagante, delle panchine di marmo e la facciata di un caseggiato. Sono tutte fotografie parziali, «interrotte», che non ci danno una visione d’insieme, ma piccoli frammenti tagliati, come fossero tanti pezzi di una vetrata andata in frantumi e riassemblata a mo’ di puzzle creativo. È un tipo di scatto che mira ad eliminare la profondità. Le inquadrature ravvicinate e l’abile uso del diaframma rendono il tutto piatto, così che quello di Specker diventa uno studio sulla superficie, anzi sulle superfici, analizzate come fossero pattern e textures. La fotografia diventa quasi scultura.

Spingendoci a guardare le cose da vicino, senza però astrarle dal contesto per renderle autonome, l’artista ci fa realizzare quanto il mondo attorno a noi, il mondo che noi stessi abbiamo creato, sia articolato, sfaccettato. Ricco di particolari, rimandi, dettagli che contribuiscono a creare un’enorme trama. Una trama che costantemente ci avvolge, e che la fotografia qui, con estrema pazienza e meditazione, cerca di cogliere pezzo dopo pezzo. In queste immagini non viene inseguita l’impeccabile composizione formale, non si cerca di far combaciare tra loro spazi e forme; al contrario, si tenta di far trasparire la complessità, a tratti quasi caotica, del tutto. Un tutto che non ci sta, che deborda, che sconfina in quell’Oltre che la macchina fotografica non può comprendere, ma ci fa inseguire.