Pillole: diario di un photo-addicted (2)

Notaio
{di Gabriele Naia}

August Sander è, in ambito fotografico, uno di quei nomi davanti ai quali bisogna levarsi il cappello e fare un grande inchino. Molti elementi fondamentali per capire gran parte della fotografia contemporanea vengono, infatti, precisamente da lui. Parole come «serie», «oggettività», «distacco emotivo» fanno parte del vocabolario senza il quale un sacco di opere fotografiche, prodotte dagli anni Sessanta-Settanta ad oggi, difficilmente si apprezzano a pieno.

«Serie». Oggi, la stragrande maggioranza dei lavori fotografici in ambito artistico si articola in serie. Non esiste praticamente più (fatta eccezione per alcuni – tra i grandi: Gursky e Tillmans) «la fotografia», intesa come opera in sé conclusa e autosufficiente, ma un insieme di immagini – accumulate in alcuni casi anche nel corso di anni – che contribuiscono a formare un corpus, un caleidoscopio in grado di analizzare con la dovuta profondità e coerenza una determinata tematica. Generalmente, nella serie tutte le fotografie sono realizzate, a livello formale, nello stesso modo – ma anche questo aspetto può variare da lavoro a lavoro, da artista ad artista.

«Oggettività». Che poi va di pari passo al «distacco emotivo». Significa non dare giudizi, e non considerare la fotografia un veicolo attraverso il quale esprimere le proprie sensazioni ed emozioni. Anche qui, non tutti la pensano così, ma è un dato di fatto che moltissima produzione contemporanea concepisce il medium fotografico come strumento di analisi quasi scientifica. La fotografia serve a catalogare, censire.

notaio_sander

Quest’immagine di Sander si intitola Notaio, ed è stata scattata nel 1924. Appartiene ad un progetto monumentale con il quale Sander si era prefissato lo scopo di catalogare tutta la popolazione tedesca a partire da professione e strato sociale. Si chiamava Uomini del XX Secolo, il progetto monumentale. Anche qui, come nella fotografia di Juergen Teller vista la volta scorsa, non c’è un uso virtuosistico del mezzo. Il fotografo non vuole stupire, non vuole mostrare quanto è bravo, ma ottenere quella che, nell’economia del progetto, è l’immagine più adatta e significativa. In questo caso, serviva un’immagine oggettiva, che descrivesse nel modo migliore il prototipo del notaio tedesco. Eccola qui: un uomo di mezza età, ben vestito davanti al portone di quella che presumiamo essere casa sua – un’abitazione borghese dall’aria sobria ma signorile. Due «compagni»: il bastone, nella destra, e l’austero dobermann a guinzaglio, nella sinistra. Tutti e due tenuti ben stretti, come se da un momento all’altro potesse accadere qualcosa di spiacevole. Un’aria fiera dipinta sul volto, ma la sensazione generale è di tensione. L’uomo guarda da una parte, mentre il cane sorveglia la situazione guardando in direzione opposta. Sembrano circondati.

Ci sono molti, ma piccoli, dettagli che contribuiscono ad inglobare l’uomo nell’ambiente circostante, il suo ambiente, la casa fidata, magari acquistata con tanti sacrifici ripagati negli anni. Fate caso alla ringhiera che costeggia la scalinata, che ad un certo punto termina esattamente nell’angolo creato dalla tesa e dalla calotta del cappello. Oppure alla spalla sinistra, perfettamente «incastrata» tra l’ultimo e il penultimo gradino. Altrimenti ancora alla punta posteriore del cappello che va a toccare l’angolo di una delle finestre al primo piano. Volendo, ci si potrebbe perdere un pomeriggio a scovare tutti questi dettagli. Non sono elementi casuali, ma accorgimenti compositivi che, anche se non osservati consapevolmente, contribuiscono a dare all’immagine una sua compattezza e coerenza interna.

Ad un censimento di stampo scientifico occorrono rigore e oggettività.