Pillole: diario di un photo-addicted (1)
24/11/09 00:18 Archiviato in:pillole
Teller
{di Gabriele Naia}
Lasciamo perdere le premesse. Diciamo che questa è una rubrica essenzialmente anarchica e «diaristica», nella quale parlo di quello che mi interessa di più: la fotografia. Come presentazione può bastare.

A mo’ di trampolino di lancio uso una fotografia di Juergen Teller del 1996, scattata per Versace. In quella che sembrerebbe essere una camera d’albergo, appoggiata con la spalla sinistra allo stipite di una porta, la modella Kristen McMenamy (capello corto biondo mèche, lineamenti duri e labbra carnose) guarda con aria snob l’obiettivo. In bocca, con una postura che fino ad ora abbiamo visto nei machi palestrati o nei giocatori di poker seduti al tavolo, la ragazza tiene una sigaretta mezza fumata che le pende stancamente a destra. Le braccia appoggiate ai fianchi. Il corpo completamente nudo. Al centro del petto, tra i seni piccoli e perfetti, la forma di un cuore disegnato presumibilmente con un rossetto rosso; al suo interno la scritta «Versace», questa volta marrone, frutto di un matita per occhi, ad intuito. Il flash illumina la scena con una luce fredda, che al posto di camuffare le imperfezioni della pelle le accentua, evidenziando tra tutte una lunga cicatrice vicino all’ombelico. Un aggettivo per questa immagine: cruda. Come un petto di pollo lasciato fuori dal freezer a scongelare, mezzo mollo ma viscido e ancora gelido.
Una fotografia di moda? Sì. Una fotografia che dimostra scarsa padronanza tecnica? No.
Juergen Teller è uno dei più importanti fotografi di moda degli ultimi dieci anni. Prima di iniziare a lavorare con gente del calibro di Kate Moss, si è mosso nel mondo della musica, fotografando nel 1991 niente meno che i Nirvana. Copertine di riviste come The Face, i-D, Vogue, Dazed and Confused. Clienti come Marc Jacobs, Calvin Klein, Louis Vuitton, Versace... E una formazione di tutto rispetto all’Accademia di Monaco, in cui ha acquisito una solida competenza tecnica.
È vero, questo non giustifica necessariamente le risposte alle due domande. Allora: è una fotografia di moda perché banalmente è commissionata da Versace (può sembrare una considerazione stupida, ma non lo è), e perché veicola in maniera paurosamente schietta ed efficace un’idea fondamentale: Versace non è un paio di pantaloni, una giacca o una borsetta, ma una passione, un modo di essere e di comportarsi. Non è una questione di abiti (quelli possono anche non esserci) ma di approccio. Dopodiché: la fotografia non dimostra un virtuosismo tecnico, ma una padronanza del mezzo sì; provate voi a cogliere quell’aria di sfida nel volto della modella, ma soprattutto quel senso di sfrontatezza che permea l’intera immagine, e che probabilmente fa tutt’uno con la cicatrice sulla pancia. Provate, voi, a rendere una foto dai caratteri esplicitamente amatoriali così erotica e pungente. Provate a costruirla, una foto così.
In altre parole, il carattere «dilettantesco», amatoriale appunto, dello scatto è una scelta. Un modo di guardare le cose, di approcciarsi al mondo attraverso la macchina fotografica. C’è chi interpreta la realtà in modo meticoloso, perfettino, chi vuole vestirla con abito da sera, così che questa risulti il più possibile elegante e signorile. E chi, invece, preferisce leggerla attraverso il suo nucleo essenziale, denudato da tutto ciò che è superfluo, per cogliervi la radice.
Questione di scelte. E di sguardi differenti.
{di Gabriele Naia}
Lasciamo perdere le premesse. Diciamo che questa è una rubrica essenzialmente anarchica e «diaristica», nella quale parlo di quello che mi interessa di più: la fotografia. Come presentazione può bastare.

A mo’ di trampolino di lancio uso una fotografia di Juergen Teller del 1996, scattata per Versace. In quella che sembrerebbe essere una camera d’albergo, appoggiata con la spalla sinistra allo stipite di una porta, la modella Kristen McMenamy (capello corto biondo mèche, lineamenti duri e labbra carnose) guarda con aria snob l’obiettivo. In bocca, con una postura che fino ad ora abbiamo visto nei machi palestrati o nei giocatori di poker seduti al tavolo, la ragazza tiene una sigaretta mezza fumata che le pende stancamente a destra. Le braccia appoggiate ai fianchi. Il corpo completamente nudo. Al centro del petto, tra i seni piccoli e perfetti, la forma di un cuore disegnato presumibilmente con un rossetto rosso; al suo interno la scritta «Versace», questa volta marrone, frutto di un matita per occhi, ad intuito. Il flash illumina la scena con una luce fredda, che al posto di camuffare le imperfezioni della pelle le accentua, evidenziando tra tutte una lunga cicatrice vicino all’ombelico. Un aggettivo per questa immagine: cruda. Come un petto di pollo lasciato fuori dal freezer a scongelare, mezzo mollo ma viscido e ancora gelido.
Una fotografia di moda? Sì. Una fotografia che dimostra scarsa padronanza tecnica? No.
Juergen Teller è uno dei più importanti fotografi di moda degli ultimi dieci anni. Prima di iniziare a lavorare con gente del calibro di Kate Moss, si è mosso nel mondo della musica, fotografando nel 1991 niente meno che i Nirvana. Copertine di riviste come The Face, i-D, Vogue, Dazed and Confused. Clienti come Marc Jacobs, Calvin Klein, Louis Vuitton, Versace... E una formazione di tutto rispetto all’Accademia di Monaco, in cui ha acquisito una solida competenza tecnica.
È vero, questo non giustifica necessariamente le risposte alle due domande. Allora: è una fotografia di moda perché banalmente è commissionata da Versace (può sembrare una considerazione stupida, ma non lo è), e perché veicola in maniera paurosamente schietta ed efficace un’idea fondamentale: Versace non è un paio di pantaloni, una giacca o una borsetta, ma una passione, un modo di essere e di comportarsi. Non è una questione di abiti (quelli possono anche non esserci) ma di approccio. Dopodiché: la fotografia non dimostra un virtuosismo tecnico, ma una padronanza del mezzo sì; provate voi a cogliere quell’aria di sfida nel volto della modella, ma soprattutto quel senso di sfrontatezza che permea l’intera immagine, e che probabilmente fa tutt’uno con la cicatrice sulla pancia. Provate, voi, a rendere una foto dai caratteri esplicitamente amatoriali così erotica e pungente. Provate a costruirla, una foto così.
In altre parole, il carattere «dilettantesco», amatoriale appunto, dello scatto è una scelta. Un modo di guardare le cose, di approcciarsi al mondo attraverso la macchina fotografica. C’è chi interpreta la realtà in modo meticoloso, perfettino, chi vuole vestirla con abito da sera, così che questa risulti il più possibile elegante e signorile. E chi, invece, preferisce leggerla attraverso il suo nucleo essenziale, denudato da tutto ciò che è superfluo, per cogliervi la radice.
Questione di scelte. E di sguardi differenti.



