Per grazia ricevuta

{di Paolo Zardi}

«Mi metto qui?»
«No, spostati un po' di più verso la luce.»
«Vuoi che scosti un po' le tende?»
«Solo un po'. Questa penombra va bene.»
«Il lenzuolo?»
«Spostalo sopra le gambe. Ecco, piegalo. Così. Vedi le ombre che fa? Rendono benissimo. Danno profondità, e quindi realismo.»
«Io? Dove mi piazzo?»
«Distenditi. Mettiti comodo. Credo che ci metterò almeno mezz'ora. Vorrei riuscire a cogliere tutta l'intensità della tua espressione.»
«Devo mettere il viso in qualche posizione particolare?»
«Guarda verso di me. Fissami negli occhi, con profondità. Non avere paura. Non avere paura.»

Gino aveva perso le gambe in uno stupidissimo incidente di macchina. Una specie di faina aveva attraversato la strada, e Carlo, il suo migliore amico, che si trovava alla guida, si era spaventato, aveva sterzato di colpo, come in fondo è abbastanza normale che succeda in situazioni impreviste come quella, e le ruote avevano perso aderenza, perché la strada era bagnata, e dopo un secondo, davanti a loro non c'era più la strada ma un albero – una specie di sequoia aveva detto Gino tanti mesi dopo, quando aveva ripreso conoscenza e riusciva di nuovo a parlare; una sequoia che non aveva nessuna intenzione di spostarsi, proprio per niente, aggiunse con quel piccolo sorriso che sua madre aveva aspettato, pregando ogni genere di santo, per tutti giorni di quel coma pieno di silenzio.
Gino dunque si era ripreso, in qualche modo: non aveva più le gambe, e faceva fatica a tenere l'occhio sinistro completamente aperto, e molto spesso – più di quanto fosse disposto ad ammettere – aveva male ad un braccio, come se ci fossero delle fratture che non riuscivano a sistemarsi, ma tutto sommato era vivo, e vitale – vivo e non vegeto, rispondeva, ridendo, agli amici che andavano a trovarlo e che appena entrati gli chiedevano, con un po' di apprensione e timore, come stava, come si sentiva. Poteva andare molto peggio. Potevo morire, giuro, una questione di centimetri. E poteva succedere che rimanessi lucido senza potermi più muovere. Invece ti puoi muovere e sei rincoglionito, gli dicevano gli amici, e quelle battute, così pesanti e dirette, erano la prova evidente che Gino stava davvero meglio, che era tornato ad essere uno normale.

Carlo, invece, fece molta più fatica a riprendesi. Dall'incidente, ne era uscito senza un graffio, e sua madre aveva attaccato alla tomba nera di Sant'Antonio una foto della macchina, e un cuore di pizzo sul quale aveva ricamato la data dell'incidente in blu e un PGR in rosso, l'acronimo di Per Grazia Ricevuta, ma Carlo si domandava quale grazia avesse mai ricevuto, lui, nel fare quell'incidente.
«Se il Santo mi avesse voluto salvare, non mi avrebbe mai fatto uscire di strada».
«Sei vivo, che vuoi di più?»
«Hai visto Gino?»
«È vivo anche lui.»
«È senza gambe!»
E potevano andare avanti così per delle ore – lui a sostenere che un Dio, o un Santo, che vuole bene al suo gregge deve impedire che le sue pecore si facciano male, lei a dire che Dio e Sant'Antonio lo avevano salvato e questa era la prova più evidente del loro amore, e lui a chiedere dove cavolo erano, il Santo e Dio, mentre quella specie di faina attraversava la strada, e lei, inamovibile, accanto a te, diceva, accanto a te e a Gino, a salvarvi dalla morte nera che non lascia speranze, sia benedetto il Santo, e Dio misericordioso.
Il peso di Carlo, quello che doveva portare, era lo sguardo mite e sereno di Gino. Oh, se l'avesse odiato, Gino, quanto sarebbe stato meglio, quanto più semplice da gestire, per lui! Un odio feroce e furibondo sarebbe stata la punizione giusta per il suo errore, e poiché la punizione serve ad espiare la colpa, allora la colpa sarebbe stata espiata – lui avrebbe pagato, e quindi sarebbe stato in qualche modo redento. Ma Gino non gli dava questa possibilità – nessuna pena da scontare, e quindi nessuna riabilitazione. Lui, Carlo, sarebbe stato quello che gli aveva tagliato gambe per il resto della vita.

Ma forse non erano partite solo le gambe – questa voce venne fuori molto tempo dopo, era un sospetto che nessuno aveva mai confermato, e che nessuno aveva avuto il coraggio, la faccia tosta, di verificare. Hai ancora le palle, suonava male, come domanda, suonava impossibile. E lui, Gino, non diceva niente, al riguardo – magari sapeva che c'era questa voce, ma non ne parlava mai, non la smentiva e non la confermava, come se per lui non fosse un problema, come se non fosse più un problema. Quando andava a trovare Gino, Carlo teneva il viso rivolto verso il basso, con un'inclinazione innaturale e penitente – come certe figure che si vedevano intorno alla croce di Cristo negli affreschi del 1500, il volto girato dalla parte opposta rispetto a quell'insopportabile dolore – insopportabile perché ingiusto, perché patito dall'agnello che non c'entrava niente. Simon Pietro, sul Golgota, aveva chiesto a Gesù se poteva portare lui, la sua croce, almeno per un po', per qualche metro, e quel peso caricato sulle spalle era stato tutta la sua redenzione, la porta spalancata verso il Paradiso, il biglietto da visita per la Salvezza Eterna. Vuoi usare le mie gambe, te le posso donare, avrebbe voluto dire Carlo, in quelle visite fatte nel silenzio del primo pomeriggio, e gliele avrebbe date davvero, sarebbe stata la sua liberazione, il disfarsi di un peso che lo tormentava. Dammi la tua croce, pensava, dalla a me, lascia che sia io a portartela. Lascia che io possa entrare in un qualche paradiso terreno, o almeno uscire da questo inferno. E gli avrebbe donato pure dell'altro – i testicoli, e tutto il resto – se solo avesse avuto la certezza che lui non li avesse davvero più. Non me ne faccio più niente, tieni, non li voglio, non li voglio a queste condizioni, avrebbe voluto dirgli – dammi la tua croce.

Chissà se sarebbe stato diverso se una volta svegliato, Gino avesse chiesto per quale motivo si trovava in un ospedale, con la testa spenta dalla morfina, con un desiderio di muovere un piede e l'impressione di non ricordarsi più come si fa. Invece, quando aveva dischiuso le labbra secche per il lungo silenzio – la madre parlò di un miracolo, i dottori di naturale decorso - la prima cosa che gli era venuta in mente di dire non era stata dove sono, o cosa mi è successo, ma se Carlo si era salvato, se ce l'aveva fatta, e dov'era, in quel momento, perché lui con la coda dell'occhio non riusciva a vederlo, e non ne sentiva la voce. E quando la madre di Gino, stringendo un fazzoletto bianco tra le mani, chiamò al telefono Carlo, e gli disse che Gino era resuscitato, e che chiedeva di lui, Carlo fu invaso da una felicità grandissima e allo stesso tempo da uno sconforto pesante come un macigno.
Se svegliandosi avesse chiesto dove sono, avrebbero potuto raccontare una storia che ciascuno, con piccole varianti, immaginava dal giorno dopo l'incidente, e che cioè una gomma si era bucata, o un albero era caduto sopra la loro macchina, o che un folle si era buttato contro di loro, a tutta velocità, in una strada di campagna fuori Padova – tutte storie nelle quali un evento esterno alle loro volontà, a quella di Carlo e a quella di Gino, si era abbattuto su di loro, per quei i motivi misteriosi che consentono l'accadimento di cose terribili anche sotto lo sguardo benevolo del Padre, e del Figlio. Insomma, non ci sarebbe stato nessun buon motivo, nessuna ragione, per dire che era stata una reazione sbagliata di Carlo, un suo errore, a causare quel disastro le cui conseguenze, almeno a prima vista, le aveva pagate solo Gino. Ma Gino si era svegliato dal suo misterioso letargo (nei mesi successivi, avrebbe parlato di quel periodo come di un sogno lunghissimo e dolce, nel quale accadevano solo cose meravigliose) chiedendo se Carlo, il suo molto involontario boia, si era salvato.

«Tu... ricordi tutto?»
«Intendi dell'incidente?»
«Sì. Di quel giorno.»
«Più o meno, mi pare.»
«Io non ho perso nulla. I dottori dicono che di solito si tende a rimuovere, una forma di difesa naturale, ma io ho in mente anche il colore chiaro del legno dell'albero contro il quale siamo finiti.»
«Però.»
«Non andavamo veloci.»
«No, credo di no...»
«E la strada non era bagnata, è vero?»
«Cosa?»
«Non aveva piovuto, quel giorno. C'era il sole.»
«Dici?»
«C'era il sole. E tu non andavi veloce. Guidavi con prudenza, come fai sempre.»
«A volte succede che anche i prudenti..»
«Che anche i prudenti, decidano, ad un certo punto...»
«Che escano di strada, perché magari passa un animale proprio davanti a loro. Sui colli Euganei, può capitare, no?»
«Un animale che sbuca all'improvviso.»
«Sì, una specie di faina. Era una specie di faina.»
«Oppure un cervo.»
«Un cervo?»
«Oppure niente.»
«Anche niente, sì.»
«E la macchina esce lo stesso, e va lo stesso a sbattere contro un albero, anche con il sole, e senza nessuna faina.»
«Cosa era successo? Ho confusione.»
«Mi ricordo anche quello che ti avevo appena detto. Proprio un minuto prima. Tu te lo ricordi?»
«Eh?»

Carlo si era salvato, sì. Suo malgrado. Durante il coma di Gino, aveva anche trovato il conforto di un'amica, che con il passare dei mesi aveva preso ad amare il viso di quell'uomo scampato ad un incidente terrificante, a commuoversi per i suoi silenzi, per i sospiri che li spezzavano, per le parole piene di tristezza e malinconia con le quali descriveva Gino, il suo migliore amico, la sua spalla fidata, il confidente paziente e premuroso, sempre al suo fianco, pronto a comprenderlo, a dargli un buon consiglio, un incoraggiamento, una spinta, una spiegazione delle cose che Carlo non capiva o non accettava – Gino, con la sua saggezza, il suo approccio pacato al mondo, come se ci fosse tanto tempo, come se esistesse sempre una soluzione a tutto, che bastava cercarla o aspettarla, e sarebbe arrivata, Gino con la sua fede semplice e primitiva, e per questo profondissima, inattaccabile, splendente come un piccolo diamante, e Gino che comprendeva le spacconate di Carlo, le sue bestemmie urlate per gioco, o per la stupidità che colpisce tutti i ragazzi tra i quindici e i vent'anni, nella piazza di una paesino della campagna rovigota, alle tre del mattino, per vedere se il parroco sarebbe venuto lì, a salvarlo dal Demonio, o se Dio avrebbe mostrato la sua suscettibilità con un fulmine scagliato nella notte limpida e scura – quel fulmine, alla fine, era arrivato, ma aveva colpito Gino, quello innocente, quello che non si vergognava ad andare da un prete a confessargli i peccati – quali peccati, si chiedeva Carlo - e aveva risparmiato Carlo, lasciandolo là, vivo, davanti alla croce del suo amico, pieno di sgomento per quell'errore divino tanto mostruoso, a domandarsi dove stava la giustizia, a chiedersi se una giustizia c'era veramente, da qualche parte, in un mondo che poteva fare affidamento solo sull'essere più inaffidabile di tutti i tempi, sull'essere che tutti gli stolti chiamavano, con un sorriso ineffabile, semplicemente Dio.
«Lui ti perdonerà», gli diceva lei.
«E' l'ultima cosa che voglio.»
«E cosa vorresti, tu?»
«Che mi mandasse all'Inferno, assieme alle sue gambe.»
Lei lo abbracciava, e lui non sentiva niente.

«Anche la maglietta?»
«Sì. Ho comprato un libro dove insegnano a disegnare le proporzioni del corpo umano. Il tronco, i muscoli pettorali, l'incavo della pancia, le linee delle costole. Vorrei provare.»
«La appoggio lì.»
«Distenditi pure. Sul mio letto. Sposta la chitarra, mettila per terra, che tanto ora non suoniamo. Prima mi passi quella matita? Ecco, grazie. Ti tiri i capelli un po' indietro? Così riesco a rendere meglio la tua espressione, che sta tutta in quelle sopracciglia. Si muovono molto, le tue sopracciglia.»
«Sì?»
«Solo che quando le disegno, le devo fermare, in qualche momento. Devo scegliere cosa sei oggi.»
«Nel ritratto ci sono io, no?»
«Ci sei tu, sì, ma ci sono anch'io.»

La seconda cosa che fece Gino dopo essersi svegliato – la prima, era stata chiedere di Carlo – fu muovere la mano destra, un dito alla volta, e il polso. Si muove, pensò, si muove ancora, la sento, è ancora mia. La madre, che vedeva quei movimenti ripetuti, gli disse che non doveva preoccuparsi, che sarebbe tornato presto a disegnare, che le mani il buon Dio gliele aveva lasciate attaccate alle braccia, tutte intere. E Gino, nelle preghiere della sera, lo ringraziò anche per quello.
Mesi dopo, quando le ferite si rimarginarono una ad una, e gli ematomi si asciugarono – anche quello che aveva premuto sul cervello per mesi e mesi – finalmente Gino senza gambe tornò a casa sua, e la madre iniziò ad accudirlo con un amore che non finiva mai, come se sgorgasse da una fonte di acqua inesauribile. Si riprese, si riprese bene. Gli tornò la forza, e le braccia diventarono più muscolose. Imparò ad usare il computer, cosa che si era sempre rifiutato di fare, e riprese a disegnare, con la matita e il carboncino – teneva la finestra aperta, e con la mina seguiva la linea dei palazzi che erano davanti, l'aprirsi e il chiudersi delle finestre, la biancheria messa ad asciugare e che il vento agitava; poi chiedeva alla madre di sedersi davanti a lui, di mettersi comoda sulla sedia, e di fare un bel sorriso, che era così che la voleva ritrarre, felice e serena come lui se la ricordava da sempre; e il volto che emergeva da quel foglio bianco, quell'insieme di ombre e luci, e tratti decisi e sfumati, rappresentava fino in fondo la vera natura di quella donna, come se Gino avesse il dono di cogliere l'essenza di chi ritraeva, anche al di là della sua stessa capacità di comprendere e di raccontare ciò che vedeva – hai una mano intelligente, gli aveva detto una volta una specie di maestro che aveva conosciuto a una di quelle gare di acquerello all'aperto, hai una mano che capisce tutto, anche quello che tu non vedi. Guarda lei, per te, la tua mano: parla di quello che hai davanti, e di quello che c'è dentro di te.

Nonostante fuori nevicasse già da qualche ora, e la temperatura non fosse particolarmente mite, Gino chiese a Carlo di distendersi ancora una volta sul suo letto, in modo che lui potesse fargli un altro ritratto, e lo pregò di togliersi il maglione e la camicia, e anche la maglietta, sì, che lo studio sul tronco non era finito, e anzi, se poteva, se non gli dispiaceva, anche i pantaloni, che ora, tramite Internet, aveva trovato un nuovo libro che questa volta spiegava come si riproducono, su carta, le gambe – i muscoli che ricoprono il femore, i più grossi del corpo umano, la rotula, che alcuni considerano il particolare meno interessante, da un punto di vista meramente estetico, e i muscoli del polpaccio in tensione, e il collo del piede, e le dita, affascinanti nella loro delicatezza.
Carlo, dopo l'incidente, andava a trovare Gino tutti i giorni. Non lo faceva solo per amicizia, o solidarietà, no. C'era anche il senso religioso del fioretto, come se quelle visite potessero essere una sorta di penitenza che un po' alla volta gli avrebbe consentito di scontare la pena, di arrivare alla morte con la coscienza pulita. Gli insegnava ad usare il computer, lo ascoltava suonare la chitarra, qualche volta scaricavano gli accordi delle canzoni da Internet, e Gino gli diceva di dirgli cosa gli piaceva, che lui l'avrebbe imparato in meno di dieci minuti e poi avrebbero cantato insieme, anche se Carlo era stonato, e non aveva una voce particolarmente piacevole da sentire. Provavano ad armonizzare alcune canzoni dei Beatles, con Carlo nella parte di John Lennon e Gino in quella di Paul McCartney, e una versione di «For no one» era venuta quasi bene, tanto che, nonostante l'imbarazzo di Carlo, la fecero sentire alla madre di Gino, che alla fine applaudì per almeno un minuto – quando lo accompagnò alla porta, quel pomeriggio, gli disse che lui faceva tanto bene al suo figliolo, che lo stava aiutando a superare quel momento difficile, e gli fece una carezza sul viso.
E anche quel pomeriggio, quello con la neve fuori, Carlo era andato a trovarlo. La passione di Gino di quel periodo, dopo il computer e le canzoni cantate a due voci, era diventato il ritratto di persone. Carlo era il suo soggetto preferito, nonostante lui, nel farsi ritrarre, fosse imbarazzato come quando veniva costretto a cantare di fronte a qualcuno. Ma c'era una colpa da scontare. Per questo, quando glielo chiese, si tolse anche i blue jeans. Rimase in piedi, accanto al letto, con i calzini blu fino a sotto il ginocchio e un paio di boxer bianchi.
Guardò gli occhi di Gino che lo guardavano.
Si tolse anche i calzini, e guardò di nuovo Gino.
Si tolse i boxer, perché gli pareva che fosse questo che lui gli stava chiedendo, perché i ricordi possono essere nascosti, ma non seppelliti – rimangono dentro a qualche scatola, che si riapre quando meno te lo aspetti – e ora, mentre stava in piedi, nudo, con la neve fuori che cadeva, con Gino a meno di mezzo metro da lui – seduto su una sedia a rotelle, con i moncherini delle gambe in vista, il blocco per i disegni tenuto con la sinistra e la matita nella destra, la barba lunga, i capelli spettinati, un sorriso caldo e buono, e gli occhi intensi, profondi, fieri, sereni, che lo fissavano con un misto di dolcezza e sensualità – si riaprì la scatola con tutte le parole che si dissero in quel pomeriggio di tanti mesi prima, quelle che Gino disse a Carlo guardando fuori dal finestrino, o fissando le proprie scarpe, come se potessero aiutarlo nella confessione - tutte le parole tornarono a galla, e ora ricoprivano la superficie della memoria di Carlo, fulgide come una verità che esplodeva, capace di a spiegare tutto, il prima e il dopo, la pena e la condanna, e, forse, anche ad indicare una possibile, umanissima redenzione.

Gino lo fissò ancora, in silenzio. Carlo abbassò lo sguardo. Notò il turgore di Gino, che cresceva, e gli venne da ridere.
«Allora... non è vero?»
«Cosa?» disse Gino arrossendo, e iniziando pure lui a trattenere una risata che veniva dal profondo.
«Quello che si diceva, che tu non avessi perso solo le gambe...»
«Oh cavoli, e chi lo diceva?»
Ridevano, ridevano sempre più forte, quasi increduli, improvvisamente liberati dalle loro pene - un uomo nudo, in piedi, con un cielo pieno di neve fuori dalle finestre, di fronte ad una duplice rivelazione, e un altro, il suo migliore amico senza gambe ma con un'erezione piuttosto evidente - creature di questo mondo, ferite, mutilate, ai piedi di un calvario, ma piene di speranza, il viso levato alla croce - al martirio che prelude alla resurrezione.