Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano

{di Livia Di Pasquale}

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Questo mese non parlerò di un libro; o meglio, parlerò di un film tratto da un libro che sto cercando di procurarmi, Monsieur Ibrahim e i fiori del corano; nel 2003, infatti, il regista Francois Dupeyron ha portato su grande schermo il delicatissimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, conquistandomi.

Protagonisti di questo racconto di formazione in forma di favola sono un giovane ebreo, Momo, e l’anziano Monsieur Ibrahim, musulmano sufi che gestisce una bottega alla periferia di Parigi. L’incontro tra i due, quindi, non è soltanto un raffronto fra gioventù e vecchiaia ma anche una rappresentazione utopistica di incontro fra religioni.

Anche se la religione a Momo non interessa affatto: è alle prese con l’ansia degli adolescenti, con il tumulto dei desideri, le difficoltà familiari e la vita in un quartiere pittoresco, non ha voglia di interrogarsi su altro.

Quando la tranquilla routine del ragazzo diventerà più complessa e gli eventi sembreranno soverchiarlo, Ibrahim lo prenderà sotto la propria ala, iniziandolo alla vita durante un viaggio sulla strada della memoria.

Il film, ambientato negli anni sessanta, scorre con studiata lentezza, appoggiandosi su immagini calde e piccoli aforismi tipici del sufismo. Memorabile la scena, ripresa da quasi tutti i trailer, in cui l’anziano insegna al giovane il sorriso come pratica di vita.

Si fa notare la recitazione di Omar Sharif, misurata e tanto riuscita da far dimenticare l’attore in favore del personaggio. Anche il resto del cast se la cava bene, con caratterizzazioni nitide anche nei ruoli minori.

Un bel film, carico di dolcezza e di insegnamenti per una vita quotidiana serena. Da vedere quando si ha voglia di serenità e famiglia.