Ma Paolo Conte faceva l'avvocato
10/02/09 01:31 Archiviato in:articolo
Breve saggio nichilista
{di Marco Montanaro}
Dove comincia tutta questa storia, e ogni vostra storia? La vostra fortuna è tutta in un buon incipit. Dal più grande best seller della storia – non me ne vogliano quelli di Zeitgeist – fino all’indimenticabile inizio di Un dramma borghese dello sfortunato Guido Morselli. E, per citare Aldo Busi e l’incipit del suo Seminario sulla gioventù, cosa resterà di tutto questo affannarsi? Dell’affannarsi per pubblicare un libro, cruccio per molti, e invece: un libro, oggi, non si nega a nessuno.
Sentite: «Sono uno scrittore (professionista)!», peggio: «Faccio lo scrittore!» Non ha alcun senso. Come dice il Cirino Pomicino de Il Divo, il problema dell’Italia è il professionismo, e infatti lui fa il medico e il Ministro del Bilancio. Se proprio sentite qualcosa che – cosa? non vi fa dormire la notte? fate pure, ma non aspettatevi un monumento per questo – insomma, provateci. Ma sappiate che in Italia questa è una pessima condizione sociale, del tutto simile a quella dei laureati in Scienze della Comunicazione: non valete un cazzo per una semplice e efficace legge economica della domanda e dell’offerta. La materia che manipolate è impraticabile, il creare storie – pensate che qualcuno sia così ansioso di leggervi? leggere un libro, guardare un film, ascoltare una canzone è una questione maledettamente seria. Oppure no: ma è indubbio che queste storie – cosmogonie, nella migliore delle ipotesi – sono pronte a circondarci, prenderci in ostaggio e lasciare molte vittime sul campo.
Ho conosciuto alcuni scrittori, registi, musicisti. Rimane valido il principio che ho fatto mio anni fa: non conoscere mai di persona gli autori delle tue storie preferite (e per storie, da qui in poi, intenderemo anche film e canzoni) perché un conto è se le storie non sono all’altezza della bontà dell’uomo che le racconta, un altro è quando l’uomo non è all’altezza delle sue storie. Comunque. La cosa più straordinaria è che sono davvero degli uomini. Non lo diresti mentre stai inviando il tuo manoscritto a una miriade di case editrici: anche tu continuerai ad essere un uomo. Sono uomini, anche se a un certo punto cominciano a vivere in una dimensione parallela, in cui non c’è più la vita, ma la vita filtrata dalla lente (il monocolo) di uno scrittore. Come hanno cominciato? L’amicizia, o la conoscenza: non sto parlando di raccomandazione, ma di semplice e molto british segnalazione. Certo, parliamo comunque di un certo merito ma la condizione migliore è: stare nel giro giusto. E la cosa non è piacevole.
C’è sempre Ilmiolibro.it. Qualcosa di molto simile all’autoproduzione in ambito musicale. Ma Myspace, per la musica, è la fine. La maggior parte delle band affoga in un vortice di Grazieperl’AddBelSoundVisitateIlMioProfilo. Nessuno ascolta musica su Myspace – ammesso che ascoltare abbia ancora un certo significato, fatto più di silenzi che di note. Ilmiolibro.it (come anche Lulu) dovrebbe avere dei presupposti diversi. Ma l’autoproduzione di un libro ha gli stessi rischi – in piccolo – dell’autoproduzione di un film. Avete bisogno di una buona camera, di buone luci, di una scenografia decente, di un montaggio adatto ai tempi – insomma, un ottimo editing, tanto per cominciare. E poi il sito in questione è comunque il frutto di un’iniziativa editoriale del Gruppo Espresso. Ilmiolibro.it non può fallire: nessuno dirà che la maggior parte dei libri online è potenzialmente una chiavica. Non se lo possono permettere quelli di Repubblica, e nemmeno gli utenti – il sistema del pompino reciproco funziona ancora molto bene nella vita reale, figurarsi in quella virtuale. C’è assenza di critica: il contrario dell’altro lato della medaglia, costituita invece dall’autocritica che si fanno alcuni scrittori del New Italian Epic, e che ricorda molto il modo in cui nacque il punk (a tavolino, in una boutique di moda quantomeno discutibile). Non che la critica sia indispensabile: se non è in grado di smuovere, interpretare, incuriosire, meglio pensionarli, questi critici. Ma di certo non riesco a mettere piede su Ilmiolibro.it. Ho ancora da leggere Cervantes, Dostojevski e qualcosina di Melville.
Conosco due tizi che hanno pubblicato a pagamento – ne esistono ancora? Uno dei due voleva pubblicare qualcosa per gli amici e va bene così. L’altro credo abbia discreti sogni di gloria – fa pur sempre il dentista. Ma non ha idea di cosa sia un editing. L’ego spropositato di ognuno di noi è colpevole delle peggiori atrocità commesse dalla nostra razza. Altro aneddoto: una celebre casa editrice romana mi perseguita. Tempo fa decisi di partecipare per gioco a un’antologia per esordienti (parola terribile! siamo mica calciatori?), il mio racconto fu pubblicato, e adesso ancora mi mandano mail per chiedermi di pagare le mie copie, sempre se le desidero. Credo che l’ego degli altri partecipanti abbia già provveduto con Paypal, in un’operazione che alla casa editrice non è costata nulla.
La vil retorica che determina questi temi mi dirotta allora sulle piccole e medie case editrici. Spesso uno si mette a pensare a cosa fanno altri essere umani in quel preciso istante. C’è chi sta facendo l’amore, chi si sta impomatando i capelli, chi sta scrivendo un libro – ovvio – e chi sta pensando di metter su una piccola casa editrice. Credo che questo sia un espediente come un altro per stare nel giro. Dalla loro, le piccole e medie case editrici hanno quei discorsi sullo schifo che combinano le grandi (come dargli torto: sul sito della Feltrinelli campeggiava questa affermazione di Sandro Veronesi: «Per i lettori siamo molto meno importanti di quel che pensiamo», oh, non l’avrei mai detto). Tornando alle piccole, come può uno alla ricerca di un editore continuare a leggere cose del tipo: «Crediamo che i libri siano una cosa fondamentale, che non siano oggetti, che un altro tipo di letteratura sia possibile». Insopportabile. Siate onesti: Cerchiamo storie. Cerchiamo quella cosa che l’uomo ha sempre fatto, e fanculo i grafomani, vogliamo storie che abbiano un buon incipit – più o meno come le note di Johnny Cash all’inizio delle sue canzoni – e creino un universo per due o trecento pagine e finiscano come un sospiro trattenuto, strozzato. Se continuano a tirarci questa storia del libro come oggetto sacro finisce che qualcuno ci crede e ci troviamo un’altra religione di stato. Poi ci saranno le crociate.
La verità: esordienti e editori sono due eserciti su sponde opposte, che per la maggior parte non battagliano mai. Per gli aspiranti qualcosa si tratta di un momento di estrema sintesi – alle prese con le case editrici si è numeri, uomini qualunque, ma ci si percepisce come unici nello scrivere – e per gli editori (in questo considero soltanto quelli non a pagamento) di una serie di moduli di autodifesa – «non mandateci fantascienza! ma sapete quanti libri escono all’anno?», tutto giusto e noioso – e allora: alla ricerca di una buona conclusione, dal sospiro trattenuto, mi gioverò di qualcosa di più alto rispetto alla mia miserabile retorica. Tra le speculazioni sul New Italian Epic, ho trovato un Carlo Lucarelli forse tirato per la giacchetta che, dopo due o tre riflessioni su questa nuova tendenza della lett. ita. (come gli esami all’università, dunque già morta?), finisce col dire: Poi, sia chiaro, ognuno è libero di scrivere ciò che si sente, in modo sincero.
Mi piace. Nessuno vi insegue: io continuo a voltarmi indietro e non vedo nessuno. Avete una vita intera per diventare quello che volete. Andatevene in giro, perdetevi, fondetevi con la neve, provate a raccontarla. Devo citare un libro che non è tutta quella meraviglia che si dice: Neve, appunto, di Maxence Fermine. A un certo punto, il protagonista, che è già un ottimo scrittore di haiku e sa come descrivere la neve, decide di fermarsi, di trovare il modo più puro per descriverla.
Pensateci: a me capita di leggere alcuni scrittori alle prese con la natura e tutte quelle parole e nomi di piante e alberi che non conosco (un esempio: Ultimo viene il corvo di Calvino) e mi vergogno di non conoscerne il significato. Dalla natura, dal reale, si passa a un’incredibile e insperato simbolismo. Io voglio conoscere parole nuove, pure, che descrivano e abbiano un insperato effetto – è un mestiere disperato, incerto, ammesso che lo sia, perché nessuno verrà mai a dirti davvero cos’ha provato leggendoti, ascoltandoti, non lo saprai mai sul serio – parole che permettano a quella parte di me – di voi – che ho scelto di mettere in scena di invecchiare, e invecchiare bene, come una vecchia canzone di Lou Reed o un vecchio film di John Huston. Può incepparsi la pellicola, o il nastro: ma il senso, la cosmogonia, maledizione, rimangono.
{di Marco Montanaro}
Dove comincia tutta questa storia, e ogni vostra storia? La vostra fortuna è tutta in un buon incipit. Dal più grande best seller della storia – non me ne vogliano quelli di Zeitgeist – fino all’indimenticabile inizio di Un dramma borghese dello sfortunato Guido Morselli. E, per citare Aldo Busi e l’incipit del suo Seminario sulla gioventù, cosa resterà di tutto questo affannarsi? Dell’affannarsi per pubblicare un libro, cruccio per molti, e invece: un libro, oggi, non si nega a nessuno.
Sentite: «Sono uno scrittore (professionista)!», peggio: «Faccio lo scrittore!» Non ha alcun senso. Come dice il Cirino Pomicino de Il Divo, il problema dell’Italia è il professionismo, e infatti lui fa il medico e il Ministro del Bilancio. Se proprio sentite qualcosa che – cosa? non vi fa dormire la notte? fate pure, ma non aspettatevi un monumento per questo – insomma, provateci. Ma sappiate che in Italia questa è una pessima condizione sociale, del tutto simile a quella dei laureati in Scienze della Comunicazione: non valete un cazzo per una semplice e efficace legge economica della domanda e dell’offerta. La materia che manipolate è impraticabile, il creare storie – pensate che qualcuno sia così ansioso di leggervi? leggere un libro, guardare un film, ascoltare una canzone è una questione maledettamente seria. Oppure no: ma è indubbio che queste storie – cosmogonie, nella migliore delle ipotesi – sono pronte a circondarci, prenderci in ostaggio e lasciare molte vittime sul campo.
Ho conosciuto alcuni scrittori, registi, musicisti. Rimane valido il principio che ho fatto mio anni fa: non conoscere mai di persona gli autori delle tue storie preferite (e per storie, da qui in poi, intenderemo anche film e canzoni) perché un conto è se le storie non sono all’altezza della bontà dell’uomo che le racconta, un altro è quando l’uomo non è all’altezza delle sue storie. Comunque. La cosa più straordinaria è che sono davvero degli uomini. Non lo diresti mentre stai inviando il tuo manoscritto a una miriade di case editrici: anche tu continuerai ad essere un uomo. Sono uomini, anche se a un certo punto cominciano a vivere in una dimensione parallela, in cui non c’è più la vita, ma la vita filtrata dalla lente (il monocolo) di uno scrittore. Come hanno cominciato? L’amicizia, o la conoscenza: non sto parlando di raccomandazione, ma di semplice e molto british segnalazione. Certo, parliamo comunque di un certo merito ma la condizione migliore è: stare nel giro giusto. E la cosa non è piacevole.
C’è sempre Ilmiolibro.it. Qualcosa di molto simile all’autoproduzione in ambito musicale. Ma Myspace, per la musica, è la fine. La maggior parte delle band affoga in un vortice di Grazieperl’AddBelSoundVisitateIlMioProfilo. Nessuno ascolta musica su Myspace – ammesso che ascoltare abbia ancora un certo significato, fatto più di silenzi che di note. Ilmiolibro.it (come anche Lulu) dovrebbe avere dei presupposti diversi. Ma l’autoproduzione di un libro ha gli stessi rischi – in piccolo – dell’autoproduzione di un film. Avete bisogno di una buona camera, di buone luci, di una scenografia decente, di un montaggio adatto ai tempi – insomma, un ottimo editing, tanto per cominciare. E poi il sito in questione è comunque il frutto di un’iniziativa editoriale del Gruppo Espresso. Ilmiolibro.it non può fallire: nessuno dirà che la maggior parte dei libri online è potenzialmente una chiavica. Non se lo possono permettere quelli di Repubblica, e nemmeno gli utenti – il sistema del pompino reciproco funziona ancora molto bene nella vita reale, figurarsi in quella virtuale. C’è assenza di critica: il contrario dell’altro lato della medaglia, costituita invece dall’autocritica che si fanno alcuni scrittori del New Italian Epic, e che ricorda molto il modo in cui nacque il punk (a tavolino, in una boutique di moda quantomeno discutibile). Non che la critica sia indispensabile: se non è in grado di smuovere, interpretare, incuriosire, meglio pensionarli, questi critici. Ma di certo non riesco a mettere piede su Ilmiolibro.it. Ho ancora da leggere Cervantes, Dostojevski e qualcosina di Melville.
Conosco due tizi che hanno pubblicato a pagamento – ne esistono ancora? Uno dei due voleva pubblicare qualcosa per gli amici e va bene così. L’altro credo abbia discreti sogni di gloria – fa pur sempre il dentista. Ma non ha idea di cosa sia un editing. L’ego spropositato di ognuno di noi è colpevole delle peggiori atrocità commesse dalla nostra razza. Altro aneddoto: una celebre casa editrice romana mi perseguita. Tempo fa decisi di partecipare per gioco a un’antologia per esordienti (parola terribile! siamo mica calciatori?), il mio racconto fu pubblicato, e adesso ancora mi mandano mail per chiedermi di pagare le mie copie, sempre se le desidero. Credo che l’ego degli altri partecipanti abbia già provveduto con Paypal, in un’operazione che alla casa editrice non è costata nulla.
La vil retorica che determina questi temi mi dirotta allora sulle piccole e medie case editrici. Spesso uno si mette a pensare a cosa fanno altri essere umani in quel preciso istante. C’è chi sta facendo l’amore, chi si sta impomatando i capelli, chi sta scrivendo un libro – ovvio – e chi sta pensando di metter su una piccola casa editrice. Credo che questo sia un espediente come un altro per stare nel giro. Dalla loro, le piccole e medie case editrici hanno quei discorsi sullo schifo che combinano le grandi (come dargli torto: sul sito della Feltrinelli campeggiava questa affermazione di Sandro Veronesi: «Per i lettori siamo molto meno importanti di quel che pensiamo», oh, non l’avrei mai detto). Tornando alle piccole, come può uno alla ricerca di un editore continuare a leggere cose del tipo: «Crediamo che i libri siano una cosa fondamentale, che non siano oggetti, che un altro tipo di letteratura sia possibile». Insopportabile. Siate onesti: Cerchiamo storie. Cerchiamo quella cosa che l’uomo ha sempre fatto, e fanculo i grafomani, vogliamo storie che abbiano un buon incipit – più o meno come le note di Johnny Cash all’inizio delle sue canzoni – e creino un universo per due o trecento pagine e finiscano come un sospiro trattenuto, strozzato. Se continuano a tirarci questa storia del libro come oggetto sacro finisce che qualcuno ci crede e ci troviamo un’altra religione di stato. Poi ci saranno le crociate.
La verità: esordienti e editori sono due eserciti su sponde opposte, che per la maggior parte non battagliano mai. Per gli aspiranti qualcosa si tratta di un momento di estrema sintesi – alle prese con le case editrici si è numeri, uomini qualunque, ma ci si percepisce come unici nello scrivere – e per gli editori (in questo considero soltanto quelli non a pagamento) di una serie di moduli di autodifesa – «non mandateci fantascienza! ma sapete quanti libri escono all’anno?», tutto giusto e noioso – e allora: alla ricerca di una buona conclusione, dal sospiro trattenuto, mi gioverò di qualcosa di più alto rispetto alla mia miserabile retorica. Tra le speculazioni sul New Italian Epic, ho trovato un Carlo Lucarelli forse tirato per la giacchetta che, dopo due o tre riflessioni su questa nuova tendenza della lett. ita. (come gli esami all’università, dunque già morta?), finisce col dire: Poi, sia chiaro, ognuno è libero di scrivere ciò che si sente, in modo sincero.
Mi piace. Nessuno vi insegue: io continuo a voltarmi indietro e non vedo nessuno. Avete una vita intera per diventare quello che volete. Andatevene in giro, perdetevi, fondetevi con la neve, provate a raccontarla. Devo citare un libro che non è tutta quella meraviglia che si dice: Neve, appunto, di Maxence Fermine. A un certo punto, il protagonista, che è già un ottimo scrittore di haiku e sa come descrivere la neve, decide di fermarsi, di trovare il modo più puro per descriverla.
Pensateci: a me capita di leggere alcuni scrittori alle prese con la natura e tutte quelle parole e nomi di piante e alberi che non conosco (un esempio: Ultimo viene il corvo di Calvino) e mi vergogno di non conoscerne il significato. Dalla natura, dal reale, si passa a un’incredibile e insperato simbolismo. Io voglio conoscere parole nuove, pure, che descrivano e abbiano un insperato effetto – è un mestiere disperato, incerto, ammesso che lo sia, perché nessuno verrà mai a dirti davvero cos’ha provato leggendoti, ascoltandoti, non lo saprai mai sul serio – parole che permettano a quella parte di me – di voi – che ho scelto di mettere in scena di invecchiare, e invecchiare bene, come una vecchia canzone di Lou Reed o un vecchio film di John Huston. Può incepparsi la pellicola, o il nastro: ma il senso, la cosmogonia, maledizione, rimangono.



