Libero per sempre

{di Florio Panaiotti}

Sono fuggito dal mio corpo. Come ho fatto? Semplice, sono uscito e mi sono messo a correre! Lui non ci stava ad essere mollato, così ha cominciato ad inseguirmi. Me l’aspettavo, sapevo che non sarebbe stato facile. Allora ho corso più forte che potevo, approfittando del fatto che un’anima, senza la zavorra del proprio corpo, può correre davvero veloce, molto più di quanto possa fare un essere umano o un’animale. E poi un’anima non si stanca, mentre un corpo sì.
Così alla fine il mio corpo si è arreso. L’ho visto, nascosto dietro una balla di fieno, mentre si piegava in due dalla fatica, stremato.
Ero libero! Ce l’avevo fatta, mi sembrava impossibile che fosse vero. Ho ricominciato a correre. Ho tagliato sentieri sterrati e strade abbandonate, campi di grano ed enormi frutteti, boschetti e prati verdissimi. Ho giocato con il sole che disegnava rette perfette intorno a me, ho fatto a gara con volpi e conigli, mi sono steso in mezzo a centinaia di fiori gialli. E ho respirato, ho respirato la libertà.

Poi è venuto il tramonto. Mi sono arrampicato su una collina e insieme ai grilli ho visto il sole salutarci distrattamente. L’aria si è fatta fresca, e mi è venuta voglia di fermarmi. Mi sono appoggiato ad un enorme cipresso e non ho pensato a nulla. Poi mi è venuto sonno e mi sono addormentato. Ma per poco. Il rumore dei cani mi ha svegliato di soprassalto. Erano venuti a prendermi!
Mi sono buttato dentro il bosco a perdifiato, cercando di far perdere le mie tracce, ma a un certo punto sono inciampato e mi ritrovato faccia a terra. Niente di male per un’anima, ma così facendo ho attirato i cani e tutti quelli che mi cercavano.
Ho visto le luci delle torce provenire da una parte, così ho cominciato a correre dall’altra, anche se non sapevo dove stessi andando. Correvo velocissimo, ma quelli dovevano essere davvero tanti, perché sembravano sempre più vicini. Mi sentivo braccato, ma ero più deciso che mai. Non avrei perduto la mia libertà, non più!

A un certo punto il terreno prese a salire, ancora immerso nella fitta boscaglia, ma io continuavo a filare come un missile, scansando e spostando con veloci gesti delle braccia le foglie e i piccoli rami che mi si paravano davanti.
Quando il bosco finì pensai di avercela fatta, ma dopo qualche metro mi accorsi di essere sul ciglio di una scarpata.
Mi voltai per tornare indietro, ma era troppo tardi. A uno a uno arrivarono tutti, con i loro cani ringhiosi. E dietro di loro il mio corpo, ancora ansimante, che mi fissava con un’espressione sconvolta sulla faccia.
Non avevo vie di fuga.

Mi girai verso il vuoto. Stranamente in fondo alla valle c’era luce. Si vedeva una casetta di legno, circondata da un prato e da alcuni alberi da frutto. Mi sembrò un posto carino. Dalla casetta uscirono due persone, una dopo l’altra, fecero qualche passo, poi alzarono gli occhi al cielo e mi videro. Sembrava impossibile, vista la distanza, eppure ebbi la certezza che quelle due persone fossero i miei genitori.
Alzai lentamente il braccio per salutarli. Loro si strinsero per la vita e mi salutarono a loro volta. Avrei giurato che stessero sorridendo.

Un latrato più forte degli altri mi costrinse a voltarmi di nuovo. Quella gente si era fatti avanti e ora mi guardava a non più di tre o quattro metri di distanza, tutti pronti ad imprigionarmi e a rimettermi di nuovo nel mio corpo.
Li guardai, sorridendo beffardamente, poi dissi “Non mi avrete mai”, e mi lasciai andare all’indietro. Mentre cadevo dolcemente, sentii una lacrima liberarsi leggera nel cielo di quella mia notte.