La vita pura
28/04/09 00:00 Archiviato in:racconto
{di Marco
Montanaro}
È inutile stare a pensarci. È passato del tempo, io non – non ricordo, ecco, com’è iniziata ma la scelta, la scelta, è stata presa anni fa. Sarebbe come chiedersi – non so se ci si pensa mai, poi – perché si è figli di quelle persone e non di altre, perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro e – ma io sono nato lì, per questo ho scelto, ho scelto una cosa piuttosto che un’altra – non dico niente, non dico che è stato bene o male, dico solo che è questo, che è questo che ho fatto – io, anni fa.
Quando ho compiuto 27 anni ho pensato – quel giorno, intendo – che un anno e qualche ora prima avevo 25 anni e mi sembra, davvero, una cosa impensabile, sento – sento una distanza incolmabile con l’innocenza, del resto non posso dire che avevo già scelto, a 25 anni, e nemmeno a 23, a 24 come a 12, nemmeno a 26; a 27 ho scelto – ecco forse, se ho scelto, se ho scelto io intendo, è stato a 27 anni, mentre ero a una conferenza e sono venuti a prendermi – c’era la volante, mi ci infilarono dentro di corsa, dissi: sembro io che devo fuggire, nascondermi – c’erano le sirene, c’era un maresciallo, credo, disse: ci pensiamo noi a te, adesso – insomma: adesso ne ho 33 e vivo così da quasi cinque anni e tutti dicono – lo so che lo dicono, almeno quelli che mi conoscono meglio: hai scelto tu, in qualche modo.
In qualche modo.
Il fatto è che le parole.
Cazzo, mi pesano. Sento il peso di tutte le parole che ho speso – non le ho scritte, pronunciate o urlate, ma spese – e sento che è un peso indivisibile da quella scelta. Quando la notte guardo la tv, guardo spesso le repliche di una trasmissione d’inchiesta. Ci sono i giornalisti che vanno a fare le domande a qualcuno, un imprenditore, un politico, degli immigrati o dei cittadini incazzati – ma quando c’è qualcosa che non va, l’intervistato se la prende col cameraman. Non gl’importa niente del giornalista che fa le domande, che – che, come dire, usa le parole, forse le spende – no, è dell’immagine che ha paura, è la telecamera che dev’esser spenta e non le parole a tacere. Poi, ironia della sorte, le immagini vengono sempre oscurate, il volto dell’intervistato che ce l’ha col cameraman non compare mai in trasmissione ma – delle parole in genere non importa niente a nessuno.
Allora perché io sto qui? Da quando ho scritto quel libro – è un libro magico, posseduto, la mia Ruota della Fortuna – la mia vita è cambiata. Lui – lui o chi per lui, editor, agenti, pubblicitari – ha deciso per me, ha scelto. Io sto qui chiuso, penso, penso a delle cose, cerco il giusto peso, lui è in giro per il mondo – il mondo, dico – a parlare anche di me, anzi, forse è solo di me che parla, adesso. Io esco solo per parlare di lui – e non vorrei, io vorrei parlare di quello che c’è dentro di lui, che è o era il mio mondo e invece – io che fine farò? Lui che fine farà? Il mio mondo – il posto in cui sono nato – che fine ha fatto? Io non posso metterci più piede, e quando ci vado l’agghindano, l’addobbano, come dovesse essere nient’altro che il posto in cui sono nato nel giorno in cui mi è concesso di ritornare.
Oggi forse qualcuno ha vinto le elezioni. Non lo so, non ne sono certo, ma girando canale – è un mese che non mi muovo da questo albergo, credo sia un albergo, e avevo perso l’abitudine della tv – ho sentito delle parole: Chi crede nella libertà non è mai solo. Allora perché io sono solo? Perché? Io ho scritto della libertà, così mi dicevano, della libertà negata a un posto condannato a – non so cosa, ma di certo non era un posto libero – e io, proprio io, mi ritrovo a vivere così? In questo modo? Perché la parola ‘libertà’, in quella frase – perché sembra così priva di peso? Perché invece le mie parole pesano, ma pesano su di me, e su nessun altro? Io non potrò mai saperlo – non potrò mai più saperlo. Se sto qua – e non ho scelta, stavolta no – se sto qua e non esco io – io impazzisco, ma non certo perché – insomma, ci sta, ci sta che io sia pazzo, non lo nego, che io lo sia sempre stato, e che la follia abbia guidato la mia scelta, se io ho scelto, ma – io impazzirò se sto qui dentro mentre là fuori mi si ignora, mi si sputa addosso, mi si – se io non posso più provare il peso delle mie parole sulla mia pelle.
Forse il contrario della libertà – ci penso spesso, proprio perché per me non ha più peso quella parola – forse il suo contrario non è l’essere in cattività, la prigionia, la perdita della dignità, ma è la solitudine. Forse dico, forse, perché so che la scelta vera è sempre tra due cose, e non di più, perché lo so – lo sappiamo tutti – che scegliere tra una molteplicità di ipotesi è confortante, piacevole – avere tutte quelle possibilità è un privilegio, morta una ce n’è un’altra – ma tra due cose che si escludono a vicenda – è insopportabile, è insopportabile pensare che io l’abbia fatto, e non so se io l’ho fatto davvero – e allora penso che forse la solitudine, invece, è quando sai che puoi scegliere tra due cose che si equivalgono, e che né l’una nell’altra cambieranno di una virgola il tuo cammino – sì, ci ho pensato l’altra notte, è allora che sei solo, lo so, lo so, definitivamente.
E allora questo mi tocca adesso, non di non esser libero, ma di esser solo, solo nel percepirmi fatto in un modo che non ha cambiato di una virgola un sistema – un insieme di – non so cosa, ma è così e non ne soffro, non ne voglio più soffrire. Mi chiedo che differenza ci sia tra me e l’uomo che ha ordinato la mia condanna a morte, per il mio libro – non ricordo il suo nome, non riesco mai farlo affiorare subito tra i milioni di nomi che ho imparato per scrivere il mio libro – lui che vive come me, isolato, in un buco sotto la sua villa, probabilmente, a un passo dal posto in cui sono nato – e che non ho scelto – mi chiedo.
Siamo soli, entrambi. Ho guardato il titolo sul dorso di un libro che non ho mai letto – e che non credo leggerò – l’ho portato qui, un libro a caso tra i tanti, in questo albergo, forse proprio per il titolo: si chiama Pura vita. La differenza tra me e l’uomo che mi vuole morto, è che io non ho chiesto a lui di smettere la sua pura vita, mentre lui ha obbligato me a farlo. Io ho solo chiesto alle parole di prendere peso e di far scegliere ad altri, di far comprendere. Adesso, là fuori, per lui c’è un mondo – un mondo – di cose che ha costruito illecitamente, un mondo di cose inarrivabili – ville che non potrà abitare, auto che non potrà guidare, aziende che non sono più sue – e per me un mondo che – lo so che è così – mi spetterebbero di diritto e che – lo so, lo so che è così, una passeggiata, un caffè con un vecchio amico, una serata a ballare – e che non potrò comunque avere – comunque.
Questo racconto è dedicato, con estrema umiltà, a Roberto Saviano. Alla condizione in cui è costretto a vivere, soprattutto, e che suo malgrado ha un certo significato per chi è italiano, meridionale, e suo coetaneo. Le parole finali, quelle sul mondo delle cose inarrivabili, sono rubate a Don Peppe Diana, e sono parole che, come tutti sappiamo, hanno avuto peso. MM
È inutile stare a pensarci. È passato del tempo, io non – non ricordo, ecco, com’è iniziata ma la scelta, la scelta, è stata presa anni fa. Sarebbe come chiedersi – non so se ci si pensa mai, poi – perché si è figli di quelle persone e non di altre, perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro e – ma io sono nato lì, per questo ho scelto, ho scelto una cosa piuttosto che un’altra – non dico niente, non dico che è stato bene o male, dico solo che è questo, che è questo che ho fatto – io, anni fa.
Quando ho compiuto 27 anni ho pensato – quel giorno, intendo – che un anno e qualche ora prima avevo 25 anni e mi sembra, davvero, una cosa impensabile, sento – sento una distanza incolmabile con l’innocenza, del resto non posso dire che avevo già scelto, a 25 anni, e nemmeno a 23, a 24 come a 12, nemmeno a 26; a 27 ho scelto – ecco forse, se ho scelto, se ho scelto io intendo, è stato a 27 anni, mentre ero a una conferenza e sono venuti a prendermi – c’era la volante, mi ci infilarono dentro di corsa, dissi: sembro io che devo fuggire, nascondermi – c’erano le sirene, c’era un maresciallo, credo, disse: ci pensiamo noi a te, adesso – insomma: adesso ne ho 33 e vivo così da quasi cinque anni e tutti dicono – lo so che lo dicono, almeno quelli che mi conoscono meglio: hai scelto tu, in qualche modo.
In qualche modo.
Il fatto è che le parole.
Cazzo, mi pesano. Sento il peso di tutte le parole che ho speso – non le ho scritte, pronunciate o urlate, ma spese – e sento che è un peso indivisibile da quella scelta. Quando la notte guardo la tv, guardo spesso le repliche di una trasmissione d’inchiesta. Ci sono i giornalisti che vanno a fare le domande a qualcuno, un imprenditore, un politico, degli immigrati o dei cittadini incazzati – ma quando c’è qualcosa che non va, l’intervistato se la prende col cameraman. Non gl’importa niente del giornalista che fa le domande, che – che, come dire, usa le parole, forse le spende – no, è dell’immagine che ha paura, è la telecamera che dev’esser spenta e non le parole a tacere. Poi, ironia della sorte, le immagini vengono sempre oscurate, il volto dell’intervistato che ce l’ha col cameraman non compare mai in trasmissione ma – delle parole in genere non importa niente a nessuno.
Allora perché io sto qui? Da quando ho scritto quel libro – è un libro magico, posseduto, la mia Ruota della Fortuna – la mia vita è cambiata. Lui – lui o chi per lui, editor, agenti, pubblicitari – ha deciso per me, ha scelto. Io sto qui chiuso, penso, penso a delle cose, cerco il giusto peso, lui è in giro per il mondo – il mondo, dico – a parlare anche di me, anzi, forse è solo di me che parla, adesso. Io esco solo per parlare di lui – e non vorrei, io vorrei parlare di quello che c’è dentro di lui, che è o era il mio mondo e invece – io che fine farò? Lui che fine farà? Il mio mondo – il posto in cui sono nato – che fine ha fatto? Io non posso metterci più piede, e quando ci vado l’agghindano, l’addobbano, come dovesse essere nient’altro che il posto in cui sono nato nel giorno in cui mi è concesso di ritornare.
Oggi forse qualcuno ha vinto le elezioni. Non lo so, non ne sono certo, ma girando canale – è un mese che non mi muovo da questo albergo, credo sia un albergo, e avevo perso l’abitudine della tv – ho sentito delle parole: Chi crede nella libertà non è mai solo. Allora perché io sono solo? Perché? Io ho scritto della libertà, così mi dicevano, della libertà negata a un posto condannato a – non so cosa, ma di certo non era un posto libero – e io, proprio io, mi ritrovo a vivere così? In questo modo? Perché la parola ‘libertà’, in quella frase – perché sembra così priva di peso? Perché invece le mie parole pesano, ma pesano su di me, e su nessun altro? Io non potrò mai saperlo – non potrò mai più saperlo. Se sto qua – e non ho scelta, stavolta no – se sto qua e non esco io – io impazzisco, ma non certo perché – insomma, ci sta, ci sta che io sia pazzo, non lo nego, che io lo sia sempre stato, e che la follia abbia guidato la mia scelta, se io ho scelto, ma – io impazzirò se sto qui dentro mentre là fuori mi si ignora, mi si sputa addosso, mi si – se io non posso più provare il peso delle mie parole sulla mia pelle.
Forse il contrario della libertà – ci penso spesso, proprio perché per me non ha più peso quella parola – forse il suo contrario non è l’essere in cattività, la prigionia, la perdita della dignità, ma è la solitudine. Forse dico, forse, perché so che la scelta vera è sempre tra due cose, e non di più, perché lo so – lo sappiamo tutti – che scegliere tra una molteplicità di ipotesi è confortante, piacevole – avere tutte quelle possibilità è un privilegio, morta una ce n’è un’altra – ma tra due cose che si escludono a vicenda – è insopportabile, è insopportabile pensare che io l’abbia fatto, e non so se io l’ho fatto davvero – e allora penso che forse la solitudine, invece, è quando sai che puoi scegliere tra due cose che si equivalgono, e che né l’una nell’altra cambieranno di una virgola il tuo cammino – sì, ci ho pensato l’altra notte, è allora che sei solo, lo so, lo so, definitivamente.
E allora questo mi tocca adesso, non di non esser libero, ma di esser solo, solo nel percepirmi fatto in un modo che non ha cambiato di una virgola un sistema – un insieme di – non so cosa, ma è così e non ne soffro, non ne voglio più soffrire. Mi chiedo che differenza ci sia tra me e l’uomo che ha ordinato la mia condanna a morte, per il mio libro – non ricordo il suo nome, non riesco mai farlo affiorare subito tra i milioni di nomi che ho imparato per scrivere il mio libro – lui che vive come me, isolato, in un buco sotto la sua villa, probabilmente, a un passo dal posto in cui sono nato – e che non ho scelto – mi chiedo.
Siamo soli, entrambi. Ho guardato il titolo sul dorso di un libro che non ho mai letto – e che non credo leggerò – l’ho portato qui, un libro a caso tra i tanti, in questo albergo, forse proprio per il titolo: si chiama Pura vita. La differenza tra me e l’uomo che mi vuole morto, è che io non ho chiesto a lui di smettere la sua pura vita, mentre lui ha obbligato me a farlo. Io ho solo chiesto alle parole di prendere peso e di far scegliere ad altri, di far comprendere. Adesso, là fuori, per lui c’è un mondo – un mondo – di cose che ha costruito illecitamente, un mondo di cose inarrivabili – ville che non potrà abitare, auto che non potrà guidare, aziende che non sono più sue – e per me un mondo che – lo so che è così – mi spetterebbero di diritto e che – lo so, lo so che è così, una passeggiata, un caffè con un vecchio amico, una serata a ballare – e che non potrò comunque avere – comunque.
Questo racconto è dedicato, con estrema umiltà, a Roberto Saviano. Alla condizione in cui è costretto a vivere, soprattutto, e che suo malgrado ha un certo significato per chi è italiano, meridionale, e suo coetaneo. Le parole finali, quelle sul mondo delle cose inarrivabili, sono rubate a Don Peppe Diana, e sono parole che, come tutti sappiamo, hanno avuto peso. MM



