La musica
18/08/09 10:14 Archiviato in:articolo
{di Stefano Patron}
{questo articolo è stato originariamente pubblicato su rivistainutile.it tra il 23 aprile e il 12 maggio 2007}
Un breve ragionamento sulla musica, e in particolare sulla musica amatoriale
Non so se succede anche a voi, ma io ho una sgradevole sensazione quando sento una banda o un coro che si esibiscono. Non dipende (solo) dalla qualità della musica, è un disagio dovuto alla percezione di uno spreco. Un bene prezioso (la voglia di suonare) viene praticamente buttato via. Le forme in cui si indirizza la musica amatoriale nel 2007, parlo essenzialmente del “coro” e della “banda”, rimangono ancora oggi, nella maggior parte dei casi, quelle nate nell’Ottocento e risentono pesantemente di modelli di organizzazione culturale e di rapporto con la società proprie del tardo romanticismo.
Il modello ha la sua origine nella concezione dell’arte propria dell’idealismo: l’arte in generale, e la musica in particolare, sono manifestazioni dello Spirito. La conseguenza di questo concetto datato è una visione della musica come un solido monolite (quella che siamo soliti chiamare “musica classica”) sviluppato in gradazioni diverse che corrispondono al progressivo allontanarsi dalla materia bruta per attingere alla luce dello spirito. I gradi più bassi di questa manifestazione sono appunto quelli della musica amatoriale: la banda civica e il coro polifonico. I più alti, inutile dirlo, sono quelli del “genio assoluto” che attinge direttamente allo Spirito senza intermediazioni. Banda e coro non sono forme di organizzazione musicale dotate di specificità e autonomia ma i gradi bassi di un’unica scala: forme minori della musica strumentale e vocale classica. Di qui un repertorio fatto di “riduzioni”, “adattamenti”, “rifacimenti”, “semplificazioni” del repertorio operistico e orchestrale tradizionale.
Questa situazione in Italia è stata particolarmente esasperata. Con Benedetto Croce e Giovanni Gentile l’idealismo si è fatto istituzione ed ha governato la politica culturale e in particolare gli indirizzi generali della formazione scolastica dell’Italia per parecchi decenni. Questo spiega alcune caratteristiche dello sviluppo della musica in Italia.
- Il considerare la musica classica una sorta di “musica ufficiale, musica dell’istituzione” con tutte le conseguenze negative specie per l’approccio delle nuove generazioni che questo comporta.
- Un ritardo cronico dell’Italia nell’accostarsi alle nuove forme musicali, che non a caso vengono dai paesi anglosassoni: jazz, pop, rock, ed il considerarle “alternative” alla musica ufficiale.
- La perdita di contatto con la tradizione musicale popolare: per tutto il ‘900 fino alla fioritura degli studi di antropologia musicale degli anni ’60 si interrompe il millenario percorso della musica popolare di tradizione orale.
Mi rendo conto che questa semplificazione è disgustosa. Credo però che aiuti a capire perché oggi due giovani che fanno la stessa bellissima cosa: suonare, si sentano su due fronti contrapposti se uno studia violino al conservatorio e l’altro suona la chitarra in una rock-band.
Perché le forme tradizionali di musica amatoriale sono in crisi
Nel nostro tempo sono aumentate le possibilità materiali di fare musica: tempo e soldi per imparare uno strumento o per cantare; e sono aumentate anche le ragioni profonde per farlo: manifestare la propria personalità contro un mondo che ci vuole tutti uguali, sfogarsi, dare voce ai propri sentimenti, ecc. Nello stesso tempo però si rafforzano anche le ragioni per non suonare: si può, ad esempio, ascoltare tutta la musica del mondo ad un discreto livello di qualità sonora ogni volta che si ha voglia di farlo. Si sta spegnendo, in particolare, la dimensione comunitaria della fruizione musicale e la partecipazione creativa diretta agli eventi musicali: l’ascolto di un concerto (di qualsiasi genere musicale), la funzione religiosa o la manifestazione civica con accompagnamento di musiche e canti, il ballo di gruppo, tutte queste cose o stanno scomparendo o stanno perdendo la loro caratteristica di fenomeno di socializzazione, di momento di formazione e consolidamento di una comunità. A governare questi processi sembra essere ormai il mercato che spinge verso un mondo fatto di consumatori passivi di musica. Chi ha talento deve produrre musica “cunsumabile”, (sottolineo che questo ragionamento non riguarda solo la musica leggera). Chi non ha talento deve il più possibile essere sfruttato: le sue pulsioni e i suoi bisogni di esprimersi devono diventare altrettanti canali attraverso cui non la musica ma il mercato musicale si fa strada. Inutile dire che la distinzione tra chi ha talento e chi non l’ha, tra chi produce e chi consuma dipende proprio dalle leggi di questo mercato, leggi che vengono stabilite da chi vende.
In questo contesto è difficile fare musica amatoriale. Quasi sempre, anzi direi proprio sempre, insieme ad uno strumento musicale ti viene dato anche un modello da raggiungere. E quasi sempre, anzi direi proprio sempre, questo modello è irraggiungibile. Non c’è maggiore libertà nel suonare una Fender Stratocaster imitando Jimi Hendrix piuttosto che suonare un pianoforte imitando Arturo Benedetti Michelangeli . In entrambi i casi o si è fortunati, e seguendo la natura benigna della musica si arriva comunque ad esprimere se stessi o si è sfortunati e si continua (ma in genere non si continua per molto) a fare fatica per niente, nella peggiore delle ipotesi si pretende anche di spaccare gli organi auditivi e genitali agli altri esibendosi in pubblico.
Come, dove e quando si insegna la musica.
Evito, per ovvi motivi di competenza, di entrare nel merito dell’insegnamento istituzionale della musica. Molto si dice e si scrive su questo argomento. In estrema sintesi però non si può non notare che tra la formazione professionale specifica del conservatorio e l’insegnamento dell’educazione musicale nella scuola dell’obbligo non c’è nulla: in Italia la musica non viene considerata come elemento necessario alla formazione scolastica superiore. Io sospetto che anche questo sia un retaggio della (inconsapevole?) persistente matrice crociana della scuola italiana. E Benedetto Croce sarà stato anche un genio in tutto il resto ma di musica non aveva capito proprio niente di niente.
Uscendo però dal ginepraio dell’istituzione scolastica rimane da un lato il patrimonio della tradizione orale popolare e dall’altro tutte le variegate forme attraverso cui la voglia di fare musica assieme si è espressa e, nonostante tutto, si esprime ancora nella società. Ma qui bisogna fare una constatazione sgradevole: oggi non c’è uno spazio in cui sia possibile imparare a fare musica solo per il piacere di fare musica; e le motivazioni sono essenzialmente due.
Perché non c’è una forma di insegnamento di musica strumentale o vocale slegata da un modello predefinito di prassi musicale (già alla prima lezione il povero cristo che vuole “imparare a suonare la chitarra” viene indirizzato a suonare solo rock o solo musica classica e guai se l’insegnante lo becca a “divagare”).
Perché come finalità dell’insegnamento musicale viene identificata la pubblica esecuzione e non il bisogno di esprimersi liberamente con uno strumento.
Nella prassi dell’insegnamento professionale della musica queste due impostazioni possono essere giustificate (dico “possono” ma non ne sono del tutto convinto). Non sono invece per niente compatibili con la musica amatoriale, sono anzi la causa principale della crisi della musica amatoriale.
La semplicissima constatazione che chi impara l’inglese non lo fa (tranne rarissime eccezioni) per andare sopra un palco a recitare Shakespeare in lingua originale ma per avere delle possibilità in più di comunicare con i propri simili, dovrebbe far capire che allo stesso modo la maggioranza delle persone potrebbe ricevere dalla musica una straordinaria possibilità in più per esprimersi e comunicare. Eppure si ha l’impressione che con la bicicletta ci si possa divertire e trarre giovamento anche senza fare mai una gara ciclistica mentre con un sassofono se non ti esibisci in pubblico perdi tempo e fiato per niente. Quanti direttori di banda e maestri di coro trasmettono ai propri musicisti le loro frustrazioni di concertisti mancati assieme alle loro conoscenze?!
Modelli alternativi di fare (e insegnare) musica amatoriale.
Posta in questo modo la questione (alla carlona ma con tenace convinzione) resta da vedere se sia possibile percorrere una strada diversa.
Chi vuole suonare e cantare senza fare il mestiere del cantante e del musicista può trovare forme e modi per poterlo fare senza ridursi a imitare Elvis Presley, Pavarotti o Paganini? C’è qualcosa tra il conservatorio e la Corrida di Jerry Scotti?
Date le premesse da cui sono partito direi che si tratta di vedere se siano possibili:
* una didattica musicale che preveda di imparare una tecnica e non una “prassi” musicale. La musica è per sua natura senza confini. Chi comincia a suonare istintivamente è portato a provare le potenzialità del proprio strumento e della propria capacità di esprimersi e questa tendenza a sperimentare e a sperimentarsi viene di solito castrata per guidare l’allievo verso un canone ideale, un “musicista tipo” che non assomiglia per niente alla persona reale che stringe in mano lo strumento
* un modo di fare musica che abbia come scopo precisamente “fare musica” e non “farsi ascoltare dal pubblico”. Viviamo in un epoca in cui l’opera d’arte è riproducibile tecnicamente. Perché se posso ascoltare la Piccola Serenata Notturna di Mozart ogni volta che voglio eseguita meravigliosamente bene dovrei andare a sentirla suonata male da una banda di dilettanti? Il problema è che questi dilettanti non si godono nemmeno il piacere di suonare Mozart (e suonare Mozart è veramente un piacere) perché sono tutti presi dallo sforzo di non sbagliare. Non credo che lo scopo della musica, ancorché amatoriale, debba essere quello di fare del male nello stesso momento a chi suona e a chi ascolta.
A questo punto dovrei parlare di grandi modelli alternativi di fare musica amatoriale, e in particolare della scuola del Testaccio e di Giovanna Marini. Però non li conosco direttamente questi modelli e non ho studiato abbastanza da poterne parlare con cognizione di causa.
E allora parlo dei Clacson e dell’esperienza dei centri musica di Mirano e di Dolo di quasi trenta anni fa.
E qui mi immagino il sorriso ironico di chi vede i pezzi del puzzle andare al loro posto. Primi anni ’80 - critica della società borghese - canzoni di lotta e magari uova marce davanti alla Scala. Insomma roba vecchia irrimediabilmente datata.
E invece no. Io c’ero e ci suonavo. E anche senza la Marini (e comunque Dante Borsetto e Oreste Sabbadin non erano e non sono da buttare via) abbiamo fatto qualcosa di diverso. Avevamo preso una strada buona che poi nei Centri Sociali Occupati e nelle iniziative istituzionali ufficiali si è persa. E allora ne parlo, visto che nessuno si decide a parlarne. E ne parlo per il semplice motivo che serve per ricavarne spunti per la proposta che voglio fare. Spero che qualcuno che meglio di me conosce quella vicenda si decida ricordarla e farne una storia.
Servirebbe.
Servirebbe parecchio.
Specificità dell’esperienza di musica amatoriale dei “clacson”
Per semplicità uso il termine Clacson per parlare di un’esperienza articolata nel tempo ed anche nello spazio. Che ha avuto la propria origine a Mirano, (quando assieme agli spazi della Barchessa di Villa 25 aprile sono nati anche dei gruppi culturali ed in particolare un “centro musica”) ed è finita a Dolo dove gran parte del gruppo era migrato seguendo gli spostamenti delle sensibilità politiche degli amministratori locali. Abbiamo fatto parecchia musica, abbiamo suonato e cantato parecchio. Le cose che ricordo meglio e che mi servono per il mio discorso sulla musica amatoriale oggi sono in sintesi queste.
Eravamo un gruppo di musicisti onnivoro e vorace. Tra le musiche che ricordo ci sono parecchi brani di musica popolare veneta che suono ancora adesso, ma poi si faceva musica da tutto il mondo e di tutti i generi da Nino Rota e Gershwin, dagli inni ottocenteschi ai canti di lavoro. L’organico era occasionale, non eravamo né un coro né un gruppo strumentale.
Si suonava per il nostro piacere, e le nostre “uscite” (o almeno quelle riuscite meglio) servivano non per esibirci ma per coinvolgere gli altri nel processo di socializzazione che noi sperimentavamo con la musica e gli strumenti.
Avevamo dei leader e dei maestri ma la partecipazione al processo creativo era di tutti. Chi aveva una tecnica strumentale più evoluta la metteva a disposizione degli altri facilitando l’autoapprendimento.
L’apprendimento della tecnica dello strumento non era particolarmente veloce (ma nessuno di noi voleva diventare un concertista) però il rapporto tra tempo impiegato per imparare e gratificazione ricavata dalla musica era molto più vantaggioso rispetto alle metodologie di studio tradizionali.
Ci saranno stati sicuramente anche errori e sprechi nel nostro modo piuttosto spontaneo di fare le cose, però io credo che per tutti noi sia stata questa esperienza a farci capire cosa vuol dire suonare assieme. Ed è una crescita fondamentale, non solo dal punto di vista musicale. Ancora oggi a Mirano facciamo una ciara stea che è il solo momento in cui generazioni diverse suonano e cantano insieme la stessa cosa e improvvisano un happening che coinvolge un centinaio di persone.
Proponiamo qualcosa
L’idea non è esattamente quella di riproporre i Clacson. Quella cosa l’abbiamo fatta noi modellandola sulle nostre esigenze e sulle nostre velleità. E’ quasi sicuro che le esigenze e le velleità dei giovani che vogliono fare musica oggi siano giustamente diverse. Mancava in particolare a quel tempo l’esperienza, oggi così forte, del contatto tra culture musicali diverse e delle potenzialità che da questi contatti emergono.
Alcune indicazione di metodo però si possono ricavare.
- La scoperta del suono collettivo: l’uso consapevole dell’armonia, della dissonanza e del ritmo
- La relazione tra tecnica e musica: suonare quello che si è capaci ma imparare anche le cose che servono per raggiungere il passo successivo
- Suonare tutti perché è il gruppo che fa la musica e non la musica che fa il gruppo.
- Affrontare la dialettica libertà-disciplina propria della musica di insieme.
Ma la cosa che secondo me era particolare nei Clacson era la voglia di musica senza preclusioni e senza preconcetti.
Si può proporre oggi un “centro musica” costruito su questi presupposti?
Ci sono i giovani con uno strumento musicale già per le mani o con la seria intenzione di prenderlo in mano interessati a questa avventura?
Non lo so. Non lo so davvero.
Eppure sono convinto che vale la pena di provarci, che ci siano le condizioni per provarci seriamente.
Ecco fatto, adesso è tardi e io ho finalmente detto alcune delle cose che volevo dire.
La musica nasce dal silenzio ma da un silenzio che ad un certo punto si rompe. Magari è tutto sbagliato quello che ho scritto, ma il silenzio è ormai rotto e attendo la vostra voce.
{questo articolo è stato originariamente pubblicato su rivistainutile.it tra il 23 aprile e il 12 maggio 2007}
Un breve ragionamento sulla musica, e in particolare sulla musica amatoriale
Non so se succede anche a voi, ma io ho una sgradevole sensazione quando sento una banda o un coro che si esibiscono. Non dipende (solo) dalla qualità della musica, è un disagio dovuto alla percezione di uno spreco. Un bene prezioso (la voglia di suonare) viene praticamente buttato via. Le forme in cui si indirizza la musica amatoriale nel 2007, parlo essenzialmente del “coro” e della “banda”, rimangono ancora oggi, nella maggior parte dei casi, quelle nate nell’Ottocento e risentono pesantemente di modelli di organizzazione culturale e di rapporto con la società proprie del tardo romanticismo.
Il modello ha la sua origine nella concezione dell’arte propria dell’idealismo: l’arte in generale, e la musica in particolare, sono manifestazioni dello Spirito. La conseguenza di questo concetto datato è una visione della musica come un solido monolite (quella che siamo soliti chiamare “musica classica”) sviluppato in gradazioni diverse che corrispondono al progressivo allontanarsi dalla materia bruta per attingere alla luce dello spirito. I gradi più bassi di questa manifestazione sono appunto quelli della musica amatoriale: la banda civica e il coro polifonico. I più alti, inutile dirlo, sono quelli del “genio assoluto” che attinge direttamente allo Spirito senza intermediazioni. Banda e coro non sono forme di organizzazione musicale dotate di specificità e autonomia ma i gradi bassi di un’unica scala: forme minori della musica strumentale e vocale classica. Di qui un repertorio fatto di “riduzioni”, “adattamenti”, “rifacimenti”, “semplificazioni” del repertorio operistico e orchestrale tradizionale.
Questa situazione in Italia è stata particolarmente esasperata. Con Benedetto Croce e Giovanni Gentile l’idealismo si è fatto istituzione ed ha governato la politica culturale e in particolare gli indirizzi generali della formazione scolastica dell’Italia per parecchi decenni. Questo spiega alcune caratteristiche dello sviluppo della musica in Italia.
- Il considerare la musica classica una sorta di “musica ufficiale, musica dell’istituzione” con tutte le conseguenze negative specie per l’approccio delle nuove generazioni che questo comporta.
- Un ritardo cronico dell’Italia nell’accostarsi alle nuove forme musicali, che non a caso vengono dai paesi anglosassoni: jazz, pop, rock, ed il considerarle “alternative” alla musica ufficiale.
- La perdita di contatto con la tradizione musicale popolare: per tutto il ‘900 fino alla fioritura degli studi di antropologia musicale degli anni ’60 si interrompe il millenario percorso della musica popolare di tradizione orale.
Mi rendo conto che questa semplificazione è disgustosa. Credo però che aiuti a capire perché oggi due giovani che fanno la stessa bellissima cosa: suonare, si sentano su due fronti contrapposti se uno studia violino al conservatorio e l’altro suona la chitarra in una rock-band.
Perché le forme tradizionali di musica amatoriale sono in crisi
Nel nostro tempo sono aumentate le possibilità materiali di fare musica: tempo e soldi per imparare uno strumento o per cantare; e sono aumentate anche le ragioni profonde per farlo: manifestare la propria personalità contro un mondo che ci vuole tutti uguali, sfogarsi, dare voce ai propri sentimenti, ecc. Nello stesso tempo però si rafforzano anche le ragioni per non suonare: si può, ad esempio, ascoltare tutta la musica del mondo ad un discreto livello di qualità sonora ogni volta che si ha voglia di farlo. Si sta spegnendo, in particolare, la dimensione comunitaria della fruizione musicale e la partecipazione creativa diretta agli eventi musicali: l’ascolto di un concerto (di qualsiasi genere musicale), la funzione religiosa o la manifestazione civica con accompagnamento di musiche e canti, il ballo di gruppo, tutte queste cose o stanno scomparendo o stanno perdendo la loro caratteristica di fenomeno di socializzazione, di momento di formazione e consolidamento di una comunità. A governare questi processi sembra essere ormai il mercato che spinge verso un mondo fatto di consumatori passivi di musica. Chi ha talento deve produrre musica “cunsumabile”, (sottolineo che questo ragionamento non riguarda solo la musica leggera). Chi non ha talento deve il più possibile essere sfruttato: le sue pulsioni e i suoi bisogni di esprimersi devono diventare altrettanti canali attraverso cui non la musica ma il mercato musicale si fa strada. Inutile dire che la distinzione tra chi ha talento e chi non l’ha, tra chi produce e chi consuma dipende proprio dalle leggi di questo mercato, leggi che vengono stabilite da chi vende.
In questo contesto è difficile fare musica amatoriale. Quasi sempre, anzi direi proprio sempre, insieme ad uno strumento musicale ti viene dato anche un modello da raggiungere. E quasi sempre, anzi direi proprio sempre, questo modello è irraggiungibile. Non c’è maggiore libertà nel suonare una Fender Stratocaster imitando Jimi Hendrix piuttosto che suonare un pianoforte imitando Arturo Benedetti Michelangeli . In entrambi i casi o si è fortunati, e seguendo la natura benigna della musica si arriva comunque ad esprimere se stessi o si è sfortunati e si continua (ma in genere non si continua per molto) a fare fatica per niente, nella peggiore delle ipotesi si pretende anche di spaccare gli organi auditivi e genitali agli altri esibendosi in pubblico.
Come, dove e quando si insegna la musica.
Evito, per ovvi motivi di competenza, di entrare nel merito dell’insegnamento istituzionale della musica. Molto si dice e si scrive su questo argomento. In estrema sintesi però non si può non notare che tra la formazione professionale specifica del conservatorio e l’insegnamento dell’educazione musicale nella scuola dell’obbligo non c’è nulla: in Italia la musica non viene considerata come elemento necessario alla formazione scolastica superiore. Io sospetto che anche questo sia un retaggio della (inconsapevole?) persistente matrice crociana della scuola italiana. E Benedetto Croce sarà stato anche un genio in tutto il resto ma di musica non aveva capito proprio niente di niente.
Uscendo però dal ginepraio dell’istituzione scolastica rimane da un lato il patrimonio della tradizione orale popolare e dall’altro tutte le variegate forme attraverso cui la voglia di fare musica assieme si è espressa e, nonostante tutto, si esprime ancora nella società. Ma qui bisogna fare una constatazione sgradevole: oggi non c’è uno spazio in cui sia possibile imparare a fare musica solo per il piacere di fare musica; e le motivazioni sono essenzialmente due.
Perché non c’è una forma di insegnamento di musica strumentale o vocale slegata da un modello predefinito di prassi musicale (già alla prima lezione il povero cristo che vuole “imparare a suonare la chitarra” viene indirizzato a suonare solo rock o solo musica classica e guai se l’insegnante lo becca a “divagare”).
Perché come finalità dell’insegnamento musicale viene identificata la pubblica esecuzione e non il bisogno di esprimersi liberamente con uno strumento.
Nella prassi dell’insegnamento professionale della musica queste due impostazioni possono essere giustificate (dico “possono” ma non ne sono del tutto convinto). Non sono invece per niente compatibili con la musica amatoriale, sono anzi la causa principale della crisi della musica amatoriale.
La semplicissima constatazione che chi impara l’inglese non lo fa (tranne rarissime eccezioni) per andare sopra un palco a recitare Shakespeare in lingua originale ma per avere delle possibilità in più di comunicare con i propri simili, dovrebbe far capire che allo stesso modo la maggioranza delle persone potrebbe ricevere dalla musica una straordinaria possibilità in più per esprimersi e comunicare. Eppure si ha l’impressione che con la bicicletta ci si possa divertire e trarre giovamento anche senza fare mai una gara ciclistica mentre con un sassofono se non ti esibisci in pubblico perdi tempo e fiato per niente. Quanti direttori di banda e maestri di coro trasmettono ai propri musicisti le loro frustrazioni di concertisti mancati assieme alle loro conoscenze?!
Modelli alternativi di fare (e insegnare) musica amatoriale.
Posta in questo modo la questione (alla carlona ma con tenace convinzione) resta da vedere se sia possibile percorrere una strada diversa.
Chi vuole suonare e cantare senza fare il mestiere del cantante e del musicista può trovare forme e modi per poterlo fare senza ridursi a imitare Elvis Presley, Pavarotti o Paganini? C’è qualcosa tra il conservatorio e la Corrida di Jerry Scotti?
Date le premesse da cui sono partito direi che si tratta di vedere se siano possibili:
* una didattica musicale che preveda di imparare una tecnica e non una “prassi” musicale. La musica è per sua natura senza confini. Chi comincia a suonare istintivamente è portato a provare le potenzialità del proprio strumento e della propria capacità di esprimersi e questa tendenza a sperimentare e a sperimentarsi viene di solito castrata per guidare l’allievo verso un canone ideale, un “musicista tipo” che non assomiglia per niente alla persona reale che stringe in mano lo strumento
* un modo di fare musica che abbia come scopo precisamente “fare musica” e non “farsi ascoltare dal pubblico”. Viviamo in un epoca in cui l’opera d’arte è riproducibile tecnicamente. Perché se posso ascoltare la Piccola Serenata Notturna di Mozart ogni volta che voglio eseguita meravigliosamente bene dovrei andare a sentirla suonata male da una banda di dilettanti? Il problema è che questi dilettanti non si godono nemmeno il piacere di suonare Mozart (e suonare Mozart è veramente un piacere) perché sono tutti presi dallo sforzo di non sbagliare. Non credo che lo scopo della musica, ancorché amatoriale, debba essere quello di fare del male nello stesso momento a chi suona e a chi ascolta.
A questo punto dovrei parlare di grandi modelli alternativi di fare musica amatoriale, e in particolare della scuola del Testaccio e di Giovanna Marini. Però non li conosco direttamente questi modelli e non ho studiato abbastanza da poterne parlare con cognizione di causa.
E allora parlo dei Clacson e dell’esperienza dei centri musica di Mirano e di Dolo di quasi trenta anni fa.
E qui mi immagino il sorriso ironico di chi vede i pezzi del puzzle andare al loro posto. Primi anni ’80 - critica della società borghese - canzoni di lotta e magari uova marce davanti alla Scala. Insomma roba vecchia irrimediabilmente datata.
E invece no. Io c’ero e ci suonavo. E anche senza la Marini (e comunque Dante Borsetto e Oreste Sabbadin non erano e non sono da buttare via) abbiamo fatto qualcosa di diverso. Avevamo preso una strada buona che poi nei Centri Sociali Occupati e nelle iniziative istituzionali ufficiali si è persa. E allora ne parlo, visto che nessuno si decide a parlarne. E ne parlo per il semplice motivo che serve per ricavarne spunti per la proposta che voglio fare. Spero che qualcuno che meglio di me conosce quella vicenda si decida ricordarla e farne una storia.
Servirebbe.
Servirebbe parecchio.
Specificità dell’esperienza di musica amatoriale dei “clacson”
Per semplicità uso il termine Clacson per parlare di un’esperienza articolata nel tempo ed anche nello spazio. Che ha avuto la propria origine a Mirano, (quando assieme agli spazi della Barchessa di Villa 25 aprile sono nati anche dei gruppi culturali ed in particolare un “centro musica”) ed è finita a Dolo dove gran parte del gruppo era migrato seguendo gli spostamenti delle sensibilità politiche degli amministratori locali. Abbiamo fatto parecchia musica, abbiamo suonato e cantato parecchio. Le cose che ricordo meglio e che mi servono per il mio discorso sulla musica amatoriale oggi sono in sintesi queste.
Eravamo un gruppo di musicisti onnivoro e vorace. Tra le musiche che ricordo ci sono parecchi brani di musica popolare veneta che suono ancora adesso, ma poi si faceva musica da tutto il mondo e di tutti i generi da Nino Rota e Gershwin, dagli inni ottocenteschi ai canti di lavoro. L’organico era occasionale, non eravamo né un coro né un gruppo strumentale.
Si suonava per il nostro piacere, e le nostre “uscite” (o almeno quelle riuscite meglio) servivano non per esibirci ma per coinvolgere gli altri nel processo di socializzazione che noi sperimentavamo con la musica e gli strumenti.
Avevamo dei leader e dei maestri ma la partecipazione al processo creativo era di tutti. Chi aveva una tecnica strumentale più evoluta la metteva a disposizione degli altri facilitando l’autoapprendimento.
L’apprendimento della tecnica dello strumento non era particolarmente veloce (ma nessuno di noi voleva diventare un concertista) però il rapporto tra tempo impiegato per imparare e gratificazione ricavata dalla musica era molto più vantaggioso rispetto alle metodologie di studio tradizionali.
Ci saranno stati sicuramente anche errori e sprechi nel nostro modo piuttosto spontaneo di fare le cose, però io credo che per tutti noi sia stata questa esperienza a farci capire cosa vuol dire suonare assieme. Ed è una crescita fondamentale, non solo dal punto di vista musicale. Ancora oggi a Mirano facciamo una ciara stea che è il solo momento in cui generazioni diverse suonano e cantano insieme la stessa cosa e improvvisano un happening che coinvolge un centinaio di persone.
Proponiamo qualcosa
L’idea non è esattamente quella di riproporre i Clacson. Quella cosa l’abbiamo fatta noi modellandola sulle nostre esigenze e sulle nostre velleità. E’ quasi sicuro che le esigenze e le velleità dei giovani che vogliono fare musica oggi siano giustamente diverse. Mancava in particolare a quel tempo l’esperienza, oggi così forte, del contatto tra culture musicali diverse e delle potenzialità che da questi contatti emergono.
Alcune indicazione di metodo però si possono ricavare.
- La scoperta del suono collettivo: l’uso consapevole dell’armonia, della dissonanza e del ritmo
- La relazione tra tecnica e musica: suonare quello che si è capaci ma imparare anche le cose che servono per raggiungere il passo successivo
- Suonare tutti perché è il gruppo che fa la musica e non la musica che fa il gruppo.
- Affrontare la dialettica libertà-disciplina propria della musica di insieme.
Ma la cosa che secondo me era particolare nei Clacson era la voglia di musica senza preclusioni e senza preconcetti.
Si può proporre oggi un “centro musica” costruito su questi presupposti?
Ci sono i giovani con uno strumento musicale già per le mani o con la seria intenzione di prenderlo in mano interessati a questa avventura?
Non lo so. Non lo so davvero.
Eppure sono convinto che vale la pena di provarci, che ci siano le condizioni per provarci seriamente.
Ecco fatto, adesso è tardi e io ho finalmente detto alcune delle cose che volevo dire.
La musica nasce dal silenzio ma da un silenzio che ad un certo punto si rompe. Magari è tutto sbagliato quello che ho scritto, ma il silenzio è ormai rotto e attendo la vostra voce.



