La differenza
La lingua, in
rispondenza alla sua funzione di dominare le
situazioni, deve anche adattarsi al caos che compare
in esse: la lingua deve lasciar aperta al parlante la
disponibilità di innovazione creatrice che
corrisponde alla casualità della situazione. Ciò vale
già, per esempio, per l’espressione di sentimenti del
parlante non completamente risolvibili in segni
prefissati.
L’incompiutezza strutturale della lingua rende
possibile la poesia.
– Heinrich Lausberg
Mia madre mi ha
raccontato almeno un paio di volte di quando uno
specchio le è caduto addosso.
Era da poco morto suo padre, lei avrà avuto sette,
otto anni – adesso non ricordo. La nonna le aveva
chiesto di andare in camera a prenderle qualcosa. La
camera dove il nonno era stato sdraiato sul letto,
col vestito buono, prima di essere incassato. La
camera che, come in un sacco di altre storie, era
all’ultimo piano della casa, in fondo a un corridoio
buio dopo una serie di ripidi scalini di marmo. Mia
madre dice che la nonna lo faceva apposta.
Quel giorno litigò col fratello più piccolo per fare
a cambio, ma non riuscì a spuntarla e si avviò da
sola verso la stanza. Fece le scale aggrappandosi al
corrimano, percorse in fretta il corridoio ed entrò.
C’era l’odore del padre e di tutta la gente che era
venuta a vederlo per l’ultima volta. Mia madre
racconta che forse è stato per cercare qualcosa di
lui che aprì l’armadio. Lo specchio fissato all’anta
allora cadde andando in mille pezzi sul pavimento.
Lei non si fece niente.
Mi viene in mente quella poesia di Frost, quella
sulla strada. Mi hanno spiegato che è una poesia
sulla vanità, su quel tipo di vanità che ci porta a
trasformare piccoli eventi della nostra vita in
epica. Io avevo capito tutt’altro.
Certo per mia madre è stato un brutto colpo perdere
anche lo zio, il fratello della nonna.
Quando le dico che non me lo ricordo lei dice che non
è possibile. Dice: “Non eri mica tanto piccolo”.
In realtà mi ricordo solo le cose per cui provo
vergogna, come quando gli ho tolto la sedia da sotto
mentre si stava sedendo. O quando lo stavo per
uccidere con una ciabatta.
Era già molto malato, praticamente agli sgoccioli.
Passavamo più tempo a casa sua che a casa nostra.
Dopo la scuola, io e mia sorella andavamo da lui, la
zia ci aveva preparato il pranzo, poi guardavamo la
tv. Quasi solo film western. Lo zio era un grande
appassionato, aveva anche una collezione di Tex. Si
sentivano gli spari e i cavalli e basta, con lo zio,
perché ormai non riusciva più a parlare e la zia per
telefonare andava in un’altra stanza, oppure
bisbigliava. Anche mia madre stava sempre zitta, e
tutti quelli che venivano. Noi eravamo obbligati.
Certe volte con mia sorella ci facevamo dei segni,
tipo alfabeto muto ma diverso perché lei non si
ricordava mai le lettere. Se ci veniva da ridere
cercavamo di trattenerci. Non era per niente il caso.
In genere per cena stavamo a casa nostra. Solo
nell’ultima settimana ci fermavamo dalla zia. La cosa
della ciabatta è successa dopo cena. Lo zio era su
una poltrona, davanti a un film di Sergio Leone. In
effetti era dentro al film di Leone. Gli occhi a
fessura come quelli di Eastwood, il fisico spossato
dal clima della Frontiera, la flebo dietro di lui
come uno di quei cactus giganti: era pronto per il
duello. Noi, io e mia sorella, non potevamo saperlo.
Sedevamo sul divano accanto a lui, annoiati. Forse su
Canale 5 c’era qualcosa di più divertente. Come si
può impedire a un bambino di fare il bambino?
Dato che era estate, indossavo un paio di ciabattine
blu, di quelle di plastica, che si portano al mare.
Ho cominciato a giocarci. C’era questo gioco, che
facevo con le ciabatte, anche a casa. Ero molto
bravo, a dir la verità. Tenevo la ciabatta destra in
bilico sul piede, con le dita a fare da perno, poi
davo una specie di piccolo calcio, un calcio
trattenuto, e la ciabatta volava in aria
perpendicolare al pavimento, con una parabola
all’indietro.
Quella sera ho fatto lo stesso. Ciabatta destra in
punta di piede, calcio, volo. Qualcosa però è andato
storto, probabilmente troppa forza nel calcio. La
ciabatta, invece di salire verso l’alto, è volata
all’altezza delle nostre teste, verso la poltrona
dello zio.
Mia sorella ha trattenuto il fiato, richiamando
l’attenzione della zia e di mia madre. Tutti
guardavano la ciabatta col terrore negli occhi. Io mi
sforzavo di ridere. Mi sembrava sensato.
Il volo si è concluso ai piedi dello zio, mentre
Clint Eastwood diceva: “Io dormirò tranquillo, perché
so che il mio peggior nemico veglia su di me”. Mi
sono allungato verso la poltrona per riprendere la
ciabatta, poi sono uscito.
Qualche giorno dopo mio padre ha portato me e mia
sorella a riconsegnare la bombola d’ossigeno
all’ospedale. Ci ha detto: “Fate attenzione, potrebbe
esplodere”.
Siamo passati davanti alla casa degli zii. Fuori
c’erano un sacco di macchine parcheggiate. Ho detto:
“Sembra che c’è una festa”, poi ho iniziato a fissare
la bombola.
Forse non c’è nemmeno bisogno di dire che tutto
questo non ha alcun significato, per me. O
semplicemente che questo è quello che vorrei. Forse è
necessario specificarlo, che sto cercando di fare
pulizia.
Ieri ho parlato con una mia amica. Ci conosciamo da
tempo. Io sono sempre stato un po’ innamorato di lei.
Non so perché dico un po’. Forse per rispetto nei
suoi confronti. Per lei non sono mai esistito se non
come amico.
Le ho proposto di fare qualcosa insieme, un fumetto,
o graphic novel. Io preferisco fumetto. “Tu disegni
molto bene”, le ho detto, “e io posso scrivere i
testi”. Le ho detto che volevo fare qualcosa di nuovo
nella forma, ché la storia in sé era banale. Le ho
detto che era la storia di un bambino che scappa
continuamente di casa. La prima volta quando ha più o
meno nove anni. Succede in un modo buffo. Lancia in
aria una ciabatta e prima che questa cada a terra lui
se n’è andato.
Lei mi ha risposto che l’idea della fuga dalla casa
era bella e ci si poteva lavorare parecchio, e che
non importava se non era nuova, perché era nuova per
me, “per noi”, e ci avremmo fatto qualcosa di nuovo.
Non le ho detto che secondo me si sbagliava. Quello
che diceva suonava bene. Allo stesso modo non le ho
detto, quando mi spiegava cosa fosse il teatro di
figura, cosa fosse comunicare solo con gli oggetti,
non le ho detto che già lo sapevo.
Le dico che scriverò qualcosa. Lei dice che così
possiamo vedere se le cose funzionano oppure non ci
danno niente, e in tal caso lasciar perdere subito,
se no è inutile.
Mi rigiro tra le mani questo foglio strappato da una
rivista. Sopra c’è scritto: “Svuotò se stesso e Dio
lo esaltò”. Immagino qualcuno che, leggendo questa
frase, inizi a strapparsi uno a uno tutti gli organi
interni, fino alla fine.



