Intervista con Nathan Englander
23/09/08 02:04 Archiviato in:intervista
{di
Manuela
Minelli}
Nathan Englander è quel che si dice un bel ragazzo, dall’aria trendy, i riccioli disobbedienti al gel e lo sguardo buono, appena velato di tristezza.
Spiega alla platea di fotografi e giornalisti che da quando è giunto nella capitale non ha fatto altro che gustare dell’ottima cucina e che, probabilmente, tornerà a Manhattan con diversi chili in più.
«Sono nato a New York, vivo a Manhattan e passo molto tempo a Gerusalemme» dice. «È profondamente significativo il fatto che sia Roma ad ospitare questo festival letterario: gli ebrei sono a Roma da 2200 anni, sono la più antica comunità ebraica d’Occidente, e oggi questa metropoli ha la grande opportunità di far conoscere al mondo cosa hanno rappresentato gli ebrei per Roma in tutto questo tempo.»
E aggiunge: «Quando si parla di ebrei o di ebraismo, quasi sempre si fa riferimento alla Shoah o al conflitto mediorientale, ad un passato tragico quindi, o ad un presente di guerra. Tutti sanno che sei milioni di ebrei sono morti durante l’ultima guerra mondiale. La cultura ebraica venne cancellata, i professori universitari tolti dalle università, gli studenti cacciati dalle scuole, i medici portati via dagli ospedali, i negozi dei commercianti chiusi. Il senso di ebraismo di questo primo Festival della Letteratura Ebraica è però tutt’altro, è quello di trasmettere cose positive, cose come cultura, libri e letteratura, cinema e musica. Insomma un arricchimento culturale a tutto tondo.»
Ma davvero signor Englander, la letteratura è cosa utile?
«L’utilità della letteratura sta nel suo potere, sono convinto di questo, un potere che è forte in ogni parte del mondo. Prendiamo questo festival, tanto per restare in tema, è qualcosa di enormemente importante dare voce alla letteratura ebraica che si compone di una sconfinata gamma di aspetti, di cui anche io sono una piccola parte e sono orgoglioso di poter far sentire la mia voce.»
Gentile signor Englander, cosa fa di una persona qualsiasi uno scrittore?
«Io credo che si diventa scrittori solo dopo aver letto molto. E tutto quello che rimane delle letture, mescolato con quello che si ha già dentro, bisogna saperlo comunicare con le parole.»
Lui ama gli scrittori russi, Gogol, Dostojevsky e Chechov, nonchè Kafka, la “Peste” di Camus, il “1984” di George Orwell, più in generale dice di amare storie che raccontano di gente intrappolata.
Di Nathan Englander si sono accorti immediatamente tutti gli addetti ai lavori quando il New Yorker, The Atlantic Monthly e Story hanno iniziato a pubblicare i suoi racconti.
E al genere del racconto Englander deve il suo successo. Per alleviare insopportabili impulsi (Mondadori) ha finito per divenire un fenomeno letterario, è stato pubblicato in otto Paesi dagli editori più prestigiosi, mettendo in luce un talento per il racconto di una forza e uno stile ineccepibili. Il romanzo Il Ministero dei Casi Sepeciali (Mondadori) è un lavoro innovativo che sfugge alla trappola in cui cadono spesso gli scrittori esordienti, quella di dilungarsi in questioni familiari tipiche di adolescenze turbate, finendo poi per raccontare soprattutto storie personali che non sempre risultano così interessanti.
La forza stilistica di questo ragazzo proveniente dal mondo ebraico va ricercata nella capacità di affrontare argomenti “pesanti”, sapendo guidare il lettore sul filo del paradosso e del sorriso dentro l’ingiustizia e il dolore inflitti dall’arroganza stupida del male. Chissà, Roth potrebbe aver trovato il suo erede.
Englander è stato selezionato dal The New Yorker tra i “20 Scrittori per il 21mo Secolo”. Eppure rimane un ragazzo semplice, “non se la tira” come direbbero i romani, e probabilmente la sua forza sta anche in questo.
Nathan Englander è quel che si dice un bel ragazzo, dall’aria trendy, i riccioli disobbedienti al gel e lo sguardo buono, appena velato di tristezza.
Spiega alla platea di fotografi e giornalisti che da quando è giunto nella capitale non ha fatto altro che gustare dell’ottima cucina e che, probabilmente, tornerà a Manhattan con diversi chili in più.
«Sono nato a New York, vivo a Manhattan e passo molto tempo a Gerusalemme» dice. «È profondamente significativo il fatto che sia Roma ad ospitare questo festival letterario: gli ebrei sono a Roma da 2200 anni, sono la più antica comunità ebraica d’Occidente, e oggi questa metropoli ha la grande opportunità di far conoscere al mondo cosa hanno rappresentato gli ebrei per Roma in tutto questo tempo.»
E aggiunge: «Quando si parla di ebrei o di ebraismo, quasi sempre si fa riferimento alla Shoah o al conflitto mediorientale, ad un passato tragico quindi, o ad un presente di guerra. Tutti sanno che sei milioni di ebrei sono morti durante l’ultima guerra mondiale. La cultura ebraica venne cancellata, i professori universitari tolti dalle università, gli studenti cacciati dalle scuole, i medici portati via dagli ospedali, i negozi dei commercianti chiusi. Il senso di ebraismo di questo primo Festival della Letteratura Ebraica è però tutt’altro, è quello di trasmettere cose positive, cose come cultura, libri e letteratura, cinema e musica. Insomma un arricchimento culturale a tutto tondo.»
Ma davvero signor Englander, la letteratura è cosa utile?
«L’utilità della letteratura sta nel suo potere, sono convinto di questo, un potere che è forte in ogni parte del mondo. Prendiamo questo festival, tanto per restare in tema, è qualcosa di enormemente importante dare voce alla letteratura ebraica che si compone di una sconfinata gamma di aspetti, di cui anche io sono una piccola parte e sono orgoglioso di poter far sentire la mia voce.»
Gentile signor Englander, cosa fa di una persona qualsiasi uno scrittore?
«Io credo che si diventa scrittori solo dopo aver letto molto. E tutto quello che rimane delle letture, mescolato con quello che si ha già dentro, bisogna saperlo comunicare con le parole.»
Lui ama gli scrittori russi, Gogol, Dostojevsky e Chechov, nonchè Kafka, la “Peste” di Camus, il “1984” di George Orwell, più in generale dice di amare storie che raccontano di gente intrappolata.
Di Nathan Englander si sono accorti immediatamente tutti gli addetti ai lavori quando il New Yorker, The Atlantic Monthly e Story hanno iniziato a pubblicare i suoi racconti.
E al genere del racconto Englander deve il suo successo. Per alleviare insopportabili impulsi (Mondadori) ha finito per divenire un fenomeno letterario, è stato pubblicato in otto Paesi dagli editori più prestigiosi, mettendo in luce un talento per il racconto di una forza e uno stile ineccepibili. Il romanzo Il Ministero dei Casi Sepeciali (Mondadori) è un lavoro innovativo che sfugge alla trappola in cui cadono spesso gli scrittori esordienti, quella di dilungarsi in questioni familiari tipiche di adolescenze turbate, finendo poi per raccontare soprattutto storie personali che non sempre risultano così interessanti.
La forza stilistica di questo ragazzo proveniente dal mondo ebraico va ricercata nella capacità di affrontare argomenti “pesanti”, sapendo guidare il lettore sul filo del paradosso e del sorriso dentro l’ingiustizia e il dolore inflitti dall’arroganza stupida del male. Chissà, Roth potrebbe aver trovato il suo erede.
Englander è stato selezionato dal The New Yorker tra i “20 Scrittori per il 21mo Secolo”. Eppure rimane un ragazzo semplice, “non se la tira” come direbbero i romani, e probabilmente la sua forza sta anche in questo.



