Aldo Moscatelli, e i Sognatori

{di Matteo Scandolin}

{questa intervista è stata originariamente pubblicata su rivistainutile.it il 28 agosto 2007}

Domanda standard d’esordio: parlaci un poco di te.

Aldo Moscatelli è innanzitutto un divoratore di libri (all’incirca dall’età di 9 o 10 anni): onnivoro, come ogni bibliofilo che si rispetti. In piena adolescenza, per spirito di emulazione nei riguardi dei miei miti letterari (E.A. Poe su tutti) decisi di concentrare la mia attenzione non più sulla sola carta, ma anche sull’inchiostro. Nacquero così i miei primi lavori. Ambivo ad essere pubblicato, come tutti gli scrittori; l’impatto con l’editoria italiana ridimensionò subito le mie speranze, e pian piano i rapporti mutarono in uno scontro destinato a protarsi nel tempo. In dieci anni, ho litigato con una serie impressionante di segretarie, redattori e direttori editoriali. A un certo punto, intorno al 2005, non m’importava più neanche di essere pubblicato; studiavo i comportamenti, le reazioni, perché stava nascendo in me il desiderio di fondare una casa editrice tutta mia, e desideravo evitare gli errori commessi dagli altri, prendere le distanze da tutto quel che in abmito editoriale veniva e viene considerato “normale” (richieste di contributo, letterine prestampate, atteggiamenti arroganti, responsi-fotocopia, raccomandazioni...). L’ho fatto sul serio:
I sognatori è nata nel febbraio 2006.
Diciamo che il retroterra culturale maturato come lettore mi è servito per diventare scrittore; e che le molteplici esperienze vissute (patite?) come scrittore mi hanno consentito di compiere il passo successivo.

Ci puoi dire come sei arrivato all’autoproduzione? Come hai fondato I Sognatori?

Autoproduzione? In tutta onestà, non credo affatto che ci sia qualcuno così folle da metter su una casa editrice per autopromuoversi. Se uno scrittore vuole intraprendere quella strada si rivolge al print on demand; tutt’al più può farsi stampare il proprio lavoro da una tipografia, registrare l’opera alla SIAE e poi tentare di vendere l’opera tramite internet. Ma non mette su una casa editrice, per vari motivi, anche e soprattutto economici (pensa ai costi d’avvio e a quelli fissi, che soprattutto durante il primo anno mettono a durissima prova il budget iniziale). Lo scrittore, inoltre, nel nuovo ruolo di editore va incontro a tutta una serie di problematiche e mutamenti; le responsabilità di carattere imprenditoriale lo tengono spesso lontano da “penna e foglio”, deve preoccuparsi costantemente della contabilità, gestire i rapporti interpersonali, elaborare e tenere fede a una precisa politica editoriale, lasciarsi assorbire da impegni che nulla hanno a che fare con la scrittura... e questo significa, in parole povere: nuove mansioni, nuovi oneri, tanto lavoro e poco riposo. A volte, poche gratificazioni.

Per farla breve: chi fonda una casa editrice deve essere fortemente motivato (indipendentemente dalla natura di tale motivazioni, che spesso variano da editore a editore); non basta voler “sfondare” come scrittore per assumersi impegni di tale portata, altrimenti lo farebbero tutti, così come un po’ tutti, ormai, si rivolgono al print on demand. Credo che le ambizioni personali non siano sufficienti, insomma; occorre avere un obiettivo più alto, che vada al di là dell’autoglorificazione. Nel mio caso, l’obiettivo è quello di modificare determinati aspetti del sistema editoriale italiano, conosciuti ed odiati come scrittore esordiente, combattuti e disprezzati come editore. Se vuoi, puoi paragonare I sognatori a certe piccole ma oneste case discografiche, che lottano con passione e pochi mezzi per portare alla ribalta certi musicisti di valore, indipendentemente dalle squallide regole economiche del music business. Ma anche in ambito letterario, non sono certo il primo scrittore che decide di sfidare lo status quo fondando una casa editrice: negli Stati Uniti è ben noto il caso di Roberta Kalechofsky, ad esempio.

Ottima risposta alla mia provocazione. Passiamo al catalogo de I Sognatori (e in parte a questo mi riferivo con la battuta sull’autoproduzione). Puoi parlarcene? Magari anche con uno sguardo rivolto al futuro.

Partiamo da un presupposto: molte case editrici avvertono quasi epidermicamente l’obbligo di gonfiare il proprio catalogo, e la storia dell’editoria italiana non è priva di casi eclatanti al riguardo. Ci sono colleghi che hanno bruciato un intero budget durante il primo anno di attività. Noi, col budget a disposizione, non possiamo fare il passo più lungo della gamba. È evidente, inoltre (di questa cosa si lamentano tutti), che in Italia si pubblicano  troppi libri, almeno in base a quella che è la richiesta; così come tutti si lamentano dell’eccessivo uso di carta, tant’è che di recente Greenpeace ha messo in risalto tale problema.

In quest’ottica, pubblicare con oculatezza non è affatto una colpa; noi non pubblicheremo mai il primo lavoro appena passabile che arriva in redazione, soltanto per compiacere qualcuno o per fugare dubbi di sorta. Al massimo dovrebbero essere gli altri a farsi un esame di coscienza, specie quegli editori che editano lavori mediocri pur di spillare un po’ di soldi (attraverso la richiesta di contributo, che noi notoriamente aborriamo) a consenzienti scrittori.

Detto questo, posso tranquillamente affermare che durante il nostro primo anno di attività miravamo a pubblicare almeno cinque libri; il primo, L’orologio di cenere, è stato immesso sul mercato contemporaneamente alla presentazione della casa editrice: non potevamo pubblicare nient’altro, perché nessun altro lavoro era ancora giunto in redazione. Da qualche parte bisognava pur cominciare, e per non correre il rischio di gestire male l’opera di un esordiente (considera che eravamo davvero agli inizi, quindi con poca esperienza) ho preferito mettermi in gioco personalmente, per primo, sperimentando nuove tecniche di vendita, per ovvie ragioni rischiose (i risultati sono stati altalenanti sul piano economico, preziosissimi sul piano dell’apprendistato). Dopo soli tre mesi abbiamo pubblicato Camp attack di Larry Lisca, continuando la ricerca di nuove strade pubblicitarie e commerciali. Nei mesi successivi  si è creata una situazione paradossale: pochi i lavori giunti in redazione, per lo più di scarso rilievo, ma con due o tre eccezioni. Si trattava di romanzi imperfetti ma validi: piccoli diamanti da “sgrezzare”, insomma. Ma gli autori dei relativi lavori non volevano saperne di cancellare "anche una sola virgola" dal manoscritto originale, e hanno preferito rivolgersi altrove. Considera che le eventuali variazioni, in base alla nostra proposta, avrebbero dovuto apportarle loro: niente editing selvaggi, nella nostra casa editrice. Ma loro... niente! “È perfetto così”, dicevano, e se la squagliavano. Assurdo, eh? Noi lì col contratto in mano, e loro che ci mollavano perché quell’aggettivo sta bene dov’è, e quel finale non si tocca, e quel dialogo ho impiegato sei mesi per scriverlo...

Ora... io, come scrittore, so benissimo cosa significa veder modificata una parte del tuo lavoro, ma vorrei citare le parole di un collega (Franco Altieri, della Addictions) che in una recente intervista alle ragazze del blog STUDIO83 ha dichiarato: “Ci sono autori che difendono esageratamente il loro scritto, e sbagliano: è ovvio che chi scrive ha un punto di vista meno obiettivo, non sa vedere il proprio testo dal di fuori. Il concetto è sempre lo stesso: due teste sono meglio di una. Perciò, sta all’intelligenza dell’autore difendere le cose da difendere, ma anche accettare il fatto che ci sono persone con più esperienza di lui, che possono migliorare e rendere più professionale il lavoro”. E noi, in un solo anno, di esperienza ne abbiamo maturata tantissima: offriamo consigli, seguirli (e quindi fidarsi) sta agli altri. Non abbiamo mai pensato di sconvolgere un manoscritto, magari per renderlo appetibile commercialmente: “migliorare” non vuol dire affatto “snaturare”. E poi, diciamocelo francamente: a che pro spedire un lavoro in visione se poi non sei disposto ad accettare critiche e consigli?

Tornando al resoconto delle nostre disavventure: tra le opere in corso di valutazione c’era un mio lavoro,
Il cimitero dei giocattoli inutili; dopo le defezioni  registrate nelle settimane precedenti, pur sapendo benissimo che qualcuno ci avrebbe “marciato” sopra, abbiamo deciso di pubblicarlo, ottenendo fra l’altro i migliori riscontri sul piano della critica e della vendita (e tengo a sottolineare che anche i miei lavori hanno conosciuto delle modifiche). Da allora, dunque in questi ultimi mesi, si è venuta a (ri)creare la medesima situazione: pochi lavori davvero validi, scrittori che anche a sbattergli il contratto in faccia non  accettano di togliere o aggiungere un periodo di quattro-parole-quattro! Ma a volte i problemi sono altri; una scrittrice, di recente, si è tirata indietro all’ultimo momento (le avevamo già spedito il contratto), dicendo: “ho cambiato idea, perché non mi convince il fatto che i vostri libri non siano distribuiti in libreria”. Una cosa, questa, che sapeva benissimo sin dall’inizio. Ma tant’è. Altro tempo sprecato.

A questo punto cosa dovremmo fare? Editare il primo lavoro minimamente leggibile che ci capita fra le mai? No. Attenderemo l’arrivo di opere in grado di convincerci appieno, nella speranza che a scriverle siano state persone disposte a confrontarsi con noi.

Nel sito de I Sognatori si dice che una delle vostre speranze è: dare uno scossone al mondo dell’editoria italiana. Qual è il mondo dell’editoria italiana secondo Aldo Moscatelli? E secondo I Sognatori  (a meno che le due visioni non coincidano)?

Beh, ovviamente la mia visione coincide con quella della casa editrice, non potrebbe essere altrimenti (se non altro perché la gestisco in prima persona). Venendo nello specifico: il mondo editoriale italiano è complesso e variegato, e come ogni realtà presenta elementi positivi (pochi) ed elementi negativi (molti). Per cui, a fronte del disinteresse spesso e volentieri mostrato dalla grande editoria nei confronti dei giovani scrittori di casa nostra, c’è un sottobosco di piccole e medie case editrici che invece si adoperano per portare alla luce quegli stessi talenti. Nel sottobosco, però, non tutti giocano pulito, quindi c’è chi intrattiene rapporti con scrittori sconosciuti per poter fregare loro un po’ di soldi (attraverso la richiesta di contributo) e chi, invece, predilige ancora la qualità in luogo della quantità. Ma le dicotomie sono molteplici, ad elencarle tutte non si finisce più. C’è chi mente (molte case editrici negano sui propri siti web di chiedere il contributo, o lo nascondono subdolamente) e  chi dice la verità; c’è chi promette mari e monti senza nulla mantenere, e chi promette quel che è possibile tenendo fede alla parola data; ci sono case editrici che non rispondono alle mail o ti liquidano con due righe, e case editrici che cercano ancora il rapporto umano, rendendosi disponibili al confronto; ci sono case editrici politicamente schierate per godere di determinati privilegi, e quelle che considerano l’Arte letteraria superiore a qualsiasi “sponsor”; ci sono case editrici gestite da persone che sanno tutto di marketing e nulla di letteratura, e case editrici in cui si guarda al bilancio senza mai distogliere l’attenzione da quel che conta veramente, e cioè i libri. Poi, se vogliamo, ci sono case editrici disposte a pubblicare qualunque “cagata pazzesca”, per dirla alla Villaggio, purché in grado di suscitare una qualche forma di pseudo-scandalo, che piace tanto ai lettori saltuari italiani. Ci sono case editrici che monopolizzano gli spazi pubblicitari, e case editrici che tentano di farsi spazio nei pochi limbi rimasti a disposizione (internet è una gran cosa da questo punto di vista, ma non può ancora competere coi mass media classici). Ci sono case editrici che investono ingenti risorse nel nuovissimo, sfavillante libro dell’attore-calciatore-politico(meglioseinquisito)-presentatore-comico-cantante-exvoltonotodellativùchenessunoricordavapiù. Gente che già di suo guadagna un bel po’ di soldi, per la quale l’atto di scrivere un libro (quando lo scrive sul serio, senza l’apporto di un ghost writer) è un banale sfizio, un passatempo come altri, una cosa nuova da sperimentare, alla faccia di tutti coloro che magari attendono una chance da anni.

Poi, ovviamente, in mezzo a questi estremi ci sono anche dei casi “intermedi”, ma qui il discorso rischia di farsi davvero lungo. Lo “scossone” cui facevi riferimento nella domanda, ovviamente, noi de I sognatori speriamo di assestarlo al lato marcio del  mondo editoriale italiano. L’intensità della scossa, però, dipenderà da numerosi fattori, non ultimo la fiducia che lettori e scrittori riporranno in noi.

Ecco, appunto: dopo un anno di Sognatori, cosa ci puoi dire?  Quantificandola, pur sbagliando, quant'è questa fiducia? Tanta o poca?

È chiaro che non si può sbucare dal nulla e pretendere, a distanza di un solo anno, di minare le fondamenta di un sistema sclerotizzato. Per me l’editoria italiana è simile a un terribile vecchietto che nessuno riesce a smuovere dalla sua poltrona. Rispondere alla domanda non è semplice, dunque; nel nostro piccolo abbiamo una fetta di pubblico che ci segue con affetto, complimenti e adesioni entusiastiche giungono regolarmente, ma da qui a modificare anche in minima parte lo status quo, ce ne passa. In un contesto in cui tutto è fondamentalmente relativo, quantificare la fiducia del pubblico è assai difficile. Sul fronte “scrittori esordienti”, alcuni preferiscono rivolgersi altrove per via delle loro assurde pretese (del tipo: “so già che il mio lavoro è valido, quindi leggetelo alla svelta e pubblicatelo”), altri si rivolgono a noi con grande umiltà e senso critico; i lettori, invece... beh, si sa che il lettore “medio” italiano è esterofilo, legge poco e solitamente apre il portafoglio solo per i libri sulla bocca di tutti, belli o brutti che siano. Accanto a questa tipologia ce n’è fortunatamente un’altra, che noi ben conosciamo: mi riferisco ai lettori “onnivori”, curiosi, preparati, disposti ad offrire una chance tanto al nome affermato, tanto allo scrittore sconosciuto. Chiaramente la mia casa editrice, coi mezzi attualmente a disposizione, può raggiungere solamente la seconda tipologia di lettore: il successo di massa ci è precluso, insomma, e non lo raggiungeremo di certo nel giro di un paio d’anni. Occorrerà tempo, duro lavoro, una buona dose di fortuna e tanta pazienza. Tra questi fattori, è il primo a non offrire certezze...

Un dato certo, però, posso offrirtelo: quello relativo ai riscontri ottenuti dai nostri libri che, globalmente, sono risultati graditi al 90% dei lettori. Chiaramente non si può piacere a tutti (sfido chiunque a trovare un libro che possa mettere d’accordo un intero popolo di lettori), ma le recensioni sparse per la rete, e le mail private con le quali i lettori si premurano di  comunicarci pareri e considerazioni varie, sono assolutamente incoraggianti. Di più: sorprendenti.

I libri preferiti da Aldo Moscatelli, quelli odiati, e quelli da  poco pubblicati riguardo i quali dici: “Accidenti, avrei voluto  pubblicarli io!”

I libri che amo, gli scrittori che stimo, sono tanti. Ho sempre letto molto (oggi un po’ meno, per via del lavoro), ma sul mio comodino non manca mai un buon libro. In questo momento troneggia
La linea d’ombra di Conrad, per esempio. I miei interessi spaziano da un genere all’altro, quindi la lista è lunga; dovendo citare i primi lavori che mi vengono in mente, direi... La metamorfosi di Kafka, tutti i racconti di Poe, Furore di Steinbeck, la Bibbia, Teeteto di Platone, 1984 di Orwell, Elianto di Benni, Là dove c’è lo Stato non c’è libertà di Bakunin, Il profumo di Suskind, il Corano, I ragazzi della cinquantaseiesima strada di Susan Hinton (più che altro per questioni affettive), le poesie di Hesse e Poe, Il piccolo principe di Saint-Exupéry, gli studi di carattere storico, le raccolte di aforismi (in particolare Aurora e Umano troppo umano del primo Nietzsche), Psicopatologia della vita quotidiana di Freud. Mi attraggono anche i saggi sul cinema, sulla filosofia, sulla religione (Gesù di Nazareth di Ida Magli, ma anche Alle origini della cultura di Tylor e Il satanismo di Introvigne), sul mistero (ho divorato Bermuda, il triangolo maledetto di Berlitz), e infine le biografie dei musicisti che più amo. Sicuramente ho lasciato fuori qualche fondamentale, ma le liste non sono il mio forte.

Libri che odio non ce ne sono; alcuni classici mi lasciano indifferente (
Ragione e sentimento, Il compagno segreto, Robinson Crusoe...), ma non li odio di certo. Alcuni libri di scarsa qualità, oggigiorno, vendono ingiustamente milioni di copie, ma da parte mia il massimo che posso offrire a certe fesserie è l’indifferenza.

Sui libri che avrei voluto dare alle stampe personalmente... che posso dirti? A me bastava pubblicare i lavori di quegli scrittori esordienti (ne facevo cenno in una risposta precedente) che non hanno voluto saperne di interagire positivamente con la mia casa editrice. Il mio lavoro non consiste nel pubblicare la prima cosa che capita, ma nell’offrire un’opportunità ai meritevoli: coglierla però sta a loro. Ho già le mie gatte da pelare, insomma, per poter invidiare quel che pubblicano gli altri.