L’impercettibile raddoppiamento notturno
29/09/09 07:51 Archiviato in:racconto
{di Mattia
Filippini}
L’estate ho la netta impressione che sono un fantasma oppure che non ho più un corpo. È una sensazione che si accresce man mano che agosto avanza, raggiunge il suo massimo a ferragosto, poi dopo sciama via via dentro un altro concetto di esistenza, fino alla latenza di settembre. C’è un’attesa continua, quasi una rappresentazione dell’idea che ho del nulla, stare ad aspettare per un tempo infinito in un posto come un ricovero o dentro una vasca in cui si galleggia. Per un nevrotico insofferente come me l’unica speranza è trovare qualcosa da fare, scaricare le energie in eccesso, fare di corsa tutto il portico di San Luca in salita e in discesa. Purtroppo ho una gamba rotta.
Soprattutto è nei fine settimana che tocca affrontare la nullità infinita dell’universo. Ti metti a leggere, ma in poche decine di minuti raggiungi la saturazione, cominci a saltare le parole, poi le righe, poi i capoversi, le immagini del testo ti si mischiano nella testa, non ne puoi più. Ti metti a fare chiamate in giro, a sentire persone che hanno sempre le domeniche più organizzate delle tue, lo senti dalla voce che hanno quando rispondono alle tue domande che hanno le chiavi di casa in mano, le valigie pronte, il rubinetto del gas già chiuso. Il peggio è trovare le segreterie telefoniche dove prima non c’erano, vengono dei sussulti e dei magoni pensando che qualcuno ha delle novità, invece tu niente, sembra di avere a che fare con delle persone in differita. Poi scenderesti volentieri in cortile a fumare una sigaretta e a tirare delle cannonate fortissime con il pallone contro il muro, se avessi un cortile e soprattutto se avessi una mobilità.
E c’è questa follia diffusa, la mattina, sulla via Emilia, che mi pare che la gente va in guerra. Tutti che suonano e urlano o picchiano le mani sul volante, che è come se si devono caricare per affrontare un conflitto quotidiano. Fanno un’accelerata di un metro, un metro e mezzo, poi si fermano e suonano.
La loro vita mi sembra che sia regolata prevalentemente da due flussi: la mattina da destra verso sinistra vuol dire che vanno e dicono delle bestemmie vispe; la sera da sinistra verso destra vuol dire che tornano e dicono delle bestemmie stanche.
E tutte queste auto piene di bestemmie che vanno e che vengono passano sempre davanti ad un graffito che dice 051 solo Bologna, chissà se si accorgono.
La mattina presto di solito, dopo che i clacson delle auto mi hanno svegliato, apro gli occhi, rimango un altro quarto d’ora nel letto a guardare il soffitto, sembra che poltrisco invece no, mi esercito. In questa apparente inefficienza metto in moto i miei collegamenti neurali, penso a come spendere meno energie possibili per prepararmi, a come ottimizzare lo spostamento di oggetti e corpi in modo da non dover correre da una stanza all’altra cento volte, con grande spreco di energie per il trascinamento della gamba ingessata. Sono diventato espertissimo, non poltrisco, mi esercito ho dei collegamenti neurali muscolosissimi.
In questa situazione di inutilità mi vengono in mente un sacco di cose sulla povertà, per esempio che nei romanzi, soprattutto nei romanzi russi, mi ha sempre colpito il fatto che i poveri sono descritti con questo particolare, che gli mancano parecchi bottoni. Invece se devo pensare ai romanzi italiani che parlano della povertà, questa situazione è sempre descritta col fatto che le persone mangiano solo pane sordo, come si dice dalle mie parti per dire senza niente. Si vede che ai russi interessa di più la dignità del vestire e della persona che quella del mangiare.
Poi c’è un libro che sto leggendo in questo periodo, me l’ha consegnato il postino per sbaglio, io non l’avevo nemmeno ordinato. È un libro che si intitola Storia dei paradossi, con la copertina marrone un po’ rovinata, senza autore. Ci sono delle pagine particolarmente sottolineate e nell’indice alcune voci sono cerchiate, come se fossero più importanti delle altre. Tutto attorno ci sono anche delle frecce che le indicano, con la scritta Da studiare bene.
Supponiamo che la scorsa notte, dice uno dei paradossi scettici con le pagine particolarmente usurate, mentre tutti dormivamo, tutto l’universo abbia raddoppiato le proprie dimensioni. Vi sarebbe un qualche modo di accorgersi di ciò che è successo? ci chiede il libro. No.
Allora mi torna in mente una cosa che ha scritto Zavattini, la storia del maggiore Testua, che lavorava un minuto al giorno. Doveva sparare il colpo di cannone di mezzogiorno piazzato nel giardino del palazzo imperiale. Invece un giorno gli era successo di essere indisposto, come si suol dire, e aveva saltato il suo compito, era un venerdì. Il giorno seguente, siccome era scrupoloso, aveva sparato il colpo che aveva preparato il giorno prima. E così sino alla sua morte. Nessuno in tutta la grande Cina si accorse mai che il colpo di cannone del maggiore Testua era sempre quello del giorno prima, in ritardo esatto di ventiquattro ore.
Si è venuto così a creare una specie di mondo parallelo di finzione che ha investito tutti quelli che hanno sentito il colpo di cannone, almeno una milionata di persone, dico io, come un’onda d’urto che li ha spinti all’interno di una bolla sottilissima e leggerissima che si è sovrapposta alla realtà, ma nessuno si è accorto di essere tornato indietro nel tempo di un giorno.
Così, se l’impercettibilmente grande non si può percepire, penso, e se esiste questa inevitabile e sottilissima bolla estesa che ci avvolge e ci rende degli esseri differenziali che vanno ognuno sul proprio binario come le auto sulla via Emilia, allora tanto vale far finta che non sia successo niente e credere di stare in una specie di riserva di realtà a costruire delle impalcature alla rappresentazione che si ha del nulla.
L’estate ho la netta impressione che sono un fantasma oppure che non ho più un corpo. È una sensazione che si accresce man mano che agosto avanza, raggiunge il suo massimo a ferragosto, poi dopo sciama via via dentro un altro concetto di esistenza, fino alla latenza di settembre. C’è un’attesa continua, quasi una rappresentazione dell’idea che ho del nulla, stare ad aspettare per un tempo infinito in un posto come un ricovero o dentro una vasca in cui si galleggia. Per un nevrotico insofferente come me l’unica speranza è trovare qualcosa da fare, scaricare le energie in eccesso, fare di corsa tutto il portico di San Luca in salita e in discesa. Purtroppo ho una gamba rotta.
Soprattutto è nei fine settimana che tocca affrontare la nullità infinita dell’universo. Ti metti a leggere, ma in poche decine di minuti raggiungi la saturazione, cominci a saltare le parole, poi le righe, poi i capoversi, le immagini del testo ti si mischiano nella testa, non ne puoi più. Ti metti a fare chiamate in giro, a sentire persone che hanno sempre le domeniche più organizzate delle tue, lo senti dalla voce che hanno quando rispondono alle tue domande che hanno le chiavi di casa in mano, le valigie pronte, il rubinetto del gas già chiuso. Il peggio è trovare le segreterie telefoniche dove prima non c’erano, vengono dei sussulti e dei magoni pensando che qualcuno ha delle novità, invece tu niente, sembra di avere a che fare con delle persone in differita. Poi scenderesti volentieri in cortile a fumare una sigaretta e a tirare delle cannonate fortissime con il pallone contro il muro, se avessi un cortile e soprattutto se avessi una mobilità.
E c’è questa follia diffusa, la mattina, sulla via Emilia, che mi pare che la gente va in guerra. Tutti che suonano e urlano o picchiano le mani sul volante, che è come se si devono caricare per affrontare un conflitto quotidiano. Fanno un’accelerata di un metro, un metro e mezzo, poi si fermano e suonano.
La loro vita mi sembra che sia regolata prevalentemente da due flussi: la mattina da destra verso sinistra vuol dire che vanno e dicono delle bestemmie vispe; la sera da sinistra verso destra vuol dire che tornano e dicono delle bestemmie stanche.
E tutte queste auto piene di bestemmie che vanno e che vengono passano sempre davanti ad un graffito che dice 051 solo Bologna, chissà se si accorgono.
La mattina presto di solito, dopo che i clacson delle auto mi hanno svegliato, apro gli occhi, rimango un altro quarto d’ora nel letto a guardare il soffitto, sembra che poltrisco invece no, mi esercito. In questa apparente inefficienza metto in moto i miei collegamenti neurali, penso a come spendere meno energie possibili per prepararmi, a come ottimizzare lo spostamento di oggetti e corpi in modo da non dover correre da una stanza all’altra cento volte, con grande spreco di energie per il trascinamento della gamba ingessata. Sono diventato espertissimo, non poltrisco, mi esercito ho dei collegamenti neurali muscolosissimi.
In questa situazione di inutilità mi vengono in mente un sacco di cose sulla povertà, per esempio che nei romanzi, soprattutto nei romanzi russi, mi ha sempre colpito il fatto che i poveri sono descritti con questo particolare, che gli mancano parecchi bottoni. Invece se devo pensare ai romanzi italiani che parlano della povertà, questa situazione è sempre descritta col fatto che le persone mangiano solo pane sordo, come si dice dalle mie parti per dire senza niente. Si vede che ai russi interessa di più la dignità del vestire e della persona che quella del mangiare.
Poi c’è un libro che sto leggendo in questo periodo, me l’ha consegnato il postino per sbaglio, io non l’avevo nemmeno ordinato. È un libro che si intitola Storia dei paradossi, con la copertina marrone un po’ rovinata, senza autore. Ci sono delle pagine particolarmente sottolineate e nell’indice alcune voci sono cerchiate, come se fossero più importanti delle altre. Tutto attorno ci sono anche delle frecce che le indicano, con la scritta Da studiare bene.
Supponiamo che la scorsa notte, dice uno dei paradossi scettici con le pagine particolarmente usurate, mentre tutti dormivamo, tutto l’universo abbia raddoppiato le proprie dimensioni. Vi sarebbe un qualche modo di accorgersi di ciò che è successo? ci chiede il libro. No.
Allora mi torna in mente una cosa che ha scritto Zavattini, la storia del maggiore Testua, che lavorava un minuto al giorno. Doveva sparare il colpo di cannone di mezzogiorno piazzato nel giardino del palazzo imperiale. Invece un giorno gli era successo di essere indisposto, come si suol dire, e aveva saltato il suo compito, era un venerdì. Il giorno seguente, siccome era scrupoloso, aveva sparato il colpo che aveva preparato il giorno prima. E così sino alla sua morte. Nessuno in tutta la grande Cina si accorse mai che il colpo di cannone del maggiore Testua era sempre quello del giorno prima, in ritardo esatto di ventiquattro ore.
Si è venuto così a creare una specie di mondo parallelo di finzione che ha investito tutti quelli che hanno sentito il colpo di cannone, almeno una milionata di persone, dico io, come un’onda d’urto che li ha spinti all’interno di una bolla sottilissima e leggerissima che si è sovrapposta alla realtà, ma nessuno si è accorto di essere tornato indietro nel tempo di un giorno.
Così, se l’impercettibilmente grande non si può percepire, penso, e se esiste questa inevitabile e sottilissima bolla estesa che ci avvolge e ci rende degli esseri differenziali che vanno ognuno sul proprio binario come le auto sulla via Emilia, allora tanto vale far finta che non sia successo niente e credere di stare in una specie di riserva di realtà a costruire delle impalcature alla rappresentazione che si ha del nulla.



