Il padre di Giulia

{di Viviana Capurso}

Quell’estate tornavo dal mare in anticipo, a causa degli esami.
L’abbronzatura evidente – un’assoluta novità per me – ci rendeva tutti uguali all’Esselunga di Washington.
Eravamo un mucchio di milanesi con la scritta “sonostatoaSanta-chefigata-sempresole” tatuato provvisoriamente sulla pelle.
Tanti soldatini abbronzati in coda alle casse.
Nella noia generale della coda, mentre vagavo con lo sguardo a sbirciare le altre casse mi sembrò di riconoscere qualcuno. Un uomo mi stava guardando, cercando di mettermi a fuoco, perplesso, come se mi avesse riconosciuta.
Sì, sembrava proprio...

Giulia era stata la mia vicina di ombrellone qualche anno prima, ovviamente in Liguria; dovevo avere diciannove o vent’anni circa. Era una delle poche amiche che avevo, forse perché aveva una venerazione per la sottoscritta.
«Da grande voglio diventare come te» mi diceva.
Aveva quattro anni.
Era una bambina bellissima, bruna, con la frangetta e due occhi castani grandissimi, con lunghe ciglia.
Assomigliava molto al padre.
Ma soprattutto era stranamente buona, sopportabilissima e gentile. E questo era merito dei genitori.
Entrambi piuttosto giovani, diciamo sui trentacinque anni, e simpatici.
Lui era un bell’uomo, alla mano, lei non era molto bella ma aveva un’ironia travolgente.
Sì lo so, è un classico “non è molto bella ma è mooooolto simpatica”, come a dire un vero cesso.
Ma stavolta non era così, lei era davvero simpatica, di quella simpatia che solo i non-belli devono imparare per risultare più graditi al mondo.
Una coppia molto affiatata, sempre insieme, sempre uniti, sempre a fare battute. Così uniti da non sembrare neppure sposati.
A “Santa”, nella spiaggia affollata principalmente da uomini e donne separati-divorziati-inviadi separazione (quelli di “le pratiche sono già avviate-stiamo insieme solo per i figli-mia moglie/mio marito non mi capisce), la coppia rappresentava un vero scandalo.
Lui soprattutto si distingueva dalla massa dei padri a caccia di ragazzine appena minorenni.
Era il classico tipo affidabile, presente, serio.
Una vera eccezione.

Sì, quello in coda sembrava proprio lui.
Dalla mia postazione in dirittura d’arrivo lanciai uno sguardo al suo cestino: assomigliava molto al mio.
Monoporzioni, cibo già cotto, surgelati; lui birra, io coca: la spesa del single perfetto.
Probabilmente moglie e figlia si stavano godendo ancora un po’ di mare.
Ero immersa nelle riflessioni sulla spesa del single, quando una voce mi interruppe.

«Ciao!»
Un ciao timido, di chi non sa se lo riconoscerai.
«Salve!»
Un sorriso smagliante, con l’abbronzatura mi sentivo quasi sicura di me... e ora? Cosa si fa, intavoliamo una bella conversazione banale in stile “cosa hai fatto quest’estate?” Speriamo che la cassiera si sbrighi....

«Bentornata! Ti ricordi più o meno chi sono?»
«Forse in boxer ti riconoscerei meglio.»
«Abbassa la voce mentre lo dici o qualcuno potrebbe pensare male! ...»
«Che scemo!»
Sussurrando, mi voltai parzialmente verso le persone in coda e feci finta di rivolgermi al supermercato intero.
«Ehi gente, volevo dire in costume da bagno eh, non fraintendiamo, che il dottore qui è accanto è “uomo sposatissimo”...»
Dalla coda accanto mi puntò il dito contro:
«Questa me la paghi.»
«Ha la fidaty?» la voce nasale e cantilenante della cassiera interruppe il dialogo.
Cercai di incenerirla con lo sguardo. I capelli erano già color cenere, non era il caso di infierire oltre.
Cominciai a caricare il sacchetto, avevo preso troppa roba...
«Me ne dà un altro, per cortesia?»
Fu la volta della commessa, mi incenerì con lo sguardo.
Mostrai con orgoglio tutto il lavoro di ortodonzia e mostrai tutti i miei denti ben allineati.
«Pensi di farcela a riempire il sacchetto? Comincio a sentire i campanellini delle renne di Babbo Natale...»
«Se non la finisci di sfottere il sacchetto me lo porti fino a casa.»
«Vado in palestra apposta!»
Riuscii finalmente a sollevare con sforzo i due sacchetti e ci ritrovammo tra le porte scorrevoli del supermercato.
«Quindi?» esordii, «mi fai un riassunto degli ultimi 2 anni o passiamo direttamente a cosa hai fatto quest’estate? Una sorta di bigino dai, tipo quello dell’esame di informatica...»
Posammo contemporaneamente i rispettivi sacchetti e lui si diede una manata in fronte in modo teatrale.
«Il mitico e dico mitttttico esame di informatica! Non dirmi che l’hai passato perché scrivo alla tua università e li diffido dal continuare a promuovere indistintamente!»
Mi guardava dritto negli occhi. Che begli occhi, non li avevo mai notati.
Sorrisi acida, quell’estate in cui eravamo vicini di ombrellone comparivo con il testo di informatica del quale non capivo niente. Lui, che nel settore ci lavorava, aveva tentato di spiegarmi qualcosa.
Avevamo finito col ridere come pazzi.
«Ahahah, che simpatia, allora per tua norma e regola, non solo ho passato l’esame con un dignitosissimo 26 ma mi sono persino laureata. Scandisco meglio, L-A-U-R-E-A-T-A.»
«Allora, dottoressa, posso pregiarmi di sorreggere il suo sacchetto sin sulla via di casa?»
«Visto che insisti...»
Gli passai il sacchetto e sentii la sua mano. Era calda. Asciutta.
Ci incamminammo.
«A guardare la tua spesa si direbbe che la restante parte della famiglia sia al mare... o la birra è per far dormire meglio Giulia?»
«Mmh sì, al mare... aspetta che controllo se ho chiuso il motorino.»
Aveva girato la testa di scatto, il tono era cambiato. Si avvicinò al motorino e trafficò per un paio di secondi.
«Eccolo, senti ma nel sacchetto ci hai infilato anche un chilo di piombo?»
Era tornato quello di qualche minuto prima.
«Ascolta se in palestra vai a fare il fighetto e non fai pesi è un problema tuo...»
«Va là che sono troppo vecchio per fare il fighetto. Non sono mica come te che hai appena compiuto i 18.»
«Sì certo, i 18, infatti sono una bambina prodigio, la laurea me l’hanno data honoris causa...ma che dici! Ne ho già compiuti ben 22 e sottolineo ben.»
Mi guardò nuovamente dritto negli occhi. Di nuovo quello sguardo penetrante e soffuso. Erano castani con un cerchietto dorato attorno all’iride.
Arrivata al portone cominciai il rituale dei saluti.
«Eccomi arrivata, guarda come sono stata fortunata che ho trovato l’ultimo degli uomini servizievoli... anzi fortunata chi se l’è sposato!»
Mi interruppe subito: «Senti un po’, dottoressa, hai intenzione di cenare con questi surgelati?»
«Certo che no, io i surgelati li incornicio!»
«Non ti andrebbe una pizza?»
«Mi stai invitando a cena?»
«No sto pensando alla mia sopravvivenza, ho una certa età e mi devo alimentare...»
«E devi farlo in compagnia?»
Il suo sguardo era diventato improvvisamente scintillante. Aveva anche le ciglia molto lunghe, come la figlia.
«Di solito no, ma per te potrei fare una vera eccezione...»

Mi passò il sacchetto e lo sguardo mi cadde sulla mano sinistra.
L’abbronzatura era uniforme.
La fede non c’era più.