Hotel
27/05/08 04:28 Archiviato in:racconto
{di
Alessandro
Milanese}
Alcuni aggettivi per descrivere questo posto.
I primi che mi vengono in mente.
Decadente, squallido, in putrefazione, mediocre.
Insomma, senza girarci attorno, il classico hotel da troie.
Un hotel ad ore, minuti, secondi.
E giusto una troia con la T maiuscola sto aspettando qui sotto.
Dall’altro lato della strada catramata, sporca, umida, viscida.
Sotto una pioggia che sembra olio.
Come se in cielo fosse esploso un enorme paracoppa.
E sotto, io e il vetro di questa vetusta Audi 80, una macchina di quelle che non ne fanno più, per fortuna.
Quel verdone per tutte le stagioni, come si diceva una volta.
Un colore uniforme che non da nell’occhio, che non attira l’attenzione, ottimo per chi vuol passare inosservato.
L’auto perfetta se avessi fatto l’investigatore privato.
Io, alla caccia di mariti infedeli, con la mia fedele compagna tedesca a quattro ruote.
Forse l’auto al mondo che consuma di più, oscilliamo sui 10 con un litro, ma non li facciamo mai.
A dire il vero, anche con qualsiasi altra macchina sarei passato inosservato, inascoltato, immacolato.
Il classico uomo medio, della borghesia media.
A quest’ora della notte, imbambolato, perché ancora non ci credo.
Faccio fatica a crederci.
Ho visto con i miei inutili occhi.
Ho strofinato bene, mi sono tolto gli occhiali, ho riguardato.
Ho vagliato ogni possibilità.
Il miraggio, l’allucinazione, l’effetto di qualche droga che ho assunto a mia insaputa.
Niente.
Io, alle 3 del mattino, in centro a Torino.
Più di 50 chilometri da casa, sotto un hotel di merda.
Stanco.
Aspetto che mia moglie finisca di praticare qualche sporco giochetto erotico con il suo amichetto.
Giochetto, amichetto.
Trovarsi a sorridere per una rima idiota.
In momenti come questi noti le cose più disparate, più incredibili.
Penso sia una reazione nervosa, naturale.
Come quando davanti ad una disgrazia ti ritrovi a ridere a crepapelle, senza la capacità di fermarsi.
Dio mio, la parola amichetto è veramente quella giusta, azzeccata.
Perché solo un ragazzetto comprerebbe un mezzo così.
Rossa, coi cerchi da 16 pollici, piccole minigonne a lato carrozzeria, un minuscolo spoilerino.
È più alta che lunga sta c2 del cazzo.
Sicuramente il pianale dietro e il baule nascondono enormi casse, altoparlanti rimbombanti, amplificatori nucleari.
Veloce e furioso.
Chissà quanti anni bisogna avere per poter girare con una plasticata del genere.
Braccio appoggiato alla portiera, incuranti del freddo, della bomba che sta esplodendo nell’abitacolo, bomba che riescono a chiamare musica.
Io non lo so.
Posso solo teorizzare, non posso avere certezza alcuna.
L’ho visto di sfuggita, velocemente.
Fuori del cancello della fabbrica, è passato a prenderla.
Non hanno perso tempo, un veloce saluto, lei è salita, lui ha messo marce fino alla quinta, allontanandosi con quel rumore rauco da scarico tamarrato, come un anziano con 100 anni di catarro sulle spalle.
Così, è arrivato e l’ha presa, anche bene direi, visto che sono più di tre ore che mi cibo del mio fegato, qui da basso, da solo.
Fisso l’insegna.
Anni 50, penso.
Un motel scritto a semicerchio, sotto le due stelle (finte).
HOTEL AURORA
Pensa te che cazzata di nome.
Una delle due stelle sta esplodendo.
Manca un pezzo di plastica e si vedono le lampadine a vista.
Come se dio dall’alto voglia far sapere a tutti gli avventori che la valutazione è inesatta.
Come se ci fosse una specie di guida Michelin del cielo, divina.
In questo tempo, ho visto entrare oltre a quella che consideravo mia moglie alcune coppie ben assortite.
Un anziano e una giovane prostituta.
Lui sulla settantina, camicia aperta, ostentava una felicità figlia del viagra e del poco tempo rimasto.
Lei, chiarissima, probabilmente dell’est, camminava veloce, passi vicini tra loro, contava le cicche sparse per terra, sull’asfalto della città.
Quella non è vita.
È un surrogato, un riassunto fatto male, un bignami.
Pochi minuti dopo.
Un vocione coi capelli lunghi.
Una voce di 1.80 almeno, tacchi esclusi.
Capelli lunghi sulle spalle, uno scialle, o qualcosa di simile, sul blu.
La classica parlata di ogni città di porto che si rispetti.
Porto Alegre, Genova, Marsiglia.
Una donna con lui, o lei che sia.
Sono entrati separati.
Pochi secondi prima il trans, poi la donna.
Sulla trentina, una camicia di taglio maschile, capelli corti, androgina.
Torino è un posto misterioso.
Una città con un lato oscuro, una seconda faccia da mostrare solo in occasioni particolari, speciali.
Questo rifugio e il suo parterre de roy, o come maledizione di dice.
La mia pelle d’oca che cresce a vista d’occhio, quando penso a lei, lì dentro, dietro a quella luce fioca al secondo piano.
Lei magari dominatrice, che tiene il giovane amante al guinzaglio, lo fa camminare in lungo e in largo per la stanza.
Lo colpisce ripetutamente con un frustino.
Segna le sue giovani natiche di strisce rosse, come la passione.
Lo stesso guinzaglio che usa per Dodo alla sera, quando verso mezzanotte lo porta nel parchetto sotto casa nostra per i bisognini.
Quando si risveglia dal torpore del divano, mi dice di non aver sonno, dice di aver bisogno di una bella camminata con l’animale.
Quel mucchio informe di peli, quel coso peloso.
Forse durante quei due passi notturni immagina che al posto di quel produttore instancabile di escrementi ci sia il suo rampollo dell’amore.
Immagina di passeggiare tra alberi silenziosi e panchine arrugginite con un ventenne dotato di collare.
O mio dio.
Magari fanno cose immonde.
Magari sono innamorati.
Magari sono tre ore che si tengono per mano.
Magari sono vicini, senza che voli una mosca.
Magari lui legge delle poesie scritte per lei, dei versi carichi di pathos, qualcosa di unico.
Ad essere sinceri, non ce lo vedo uno con una c2 rossa fuoco a far il letterato, un caso unico e raro di tamarro scrittore.
Un Umberto Eco delle rotonde a tutta velocità.
Un Camilleri della scianca sulla tangenziale.
Magari scopano e basta.
Si vedono.
Scopano.
Ritornano.
Io, come un alce nel bosco.
In strada che brucio veramente, sento divampare tutto dentro me, come se qualcuno mi abbia dato fuoco alle viscere.
Brucio, al pensiero dei nostri primi anni, quando era già un impresa riuscire a far l’amore con la luce accesa.
Riuscire ad avere qualcosina in più del solito compitino, quando tutto, o quasi tutto, sembrava brutto, sporco.
E adesso?
Cosa diavolo succede adesso?
Perché ti sei trasformata in una specie di pornostar di provincia, ed io in un povero guardone, che non guarda neanche, aspetta e basta.
Fuma e aspetta.
Aspetta e radio.
Blatera qualcosa, senza le parole, non canta nessuno, e nella mia ignoranza può significare solo due cose.
Classica o jazz.
Bella la musica a capirla.
Io non ci ho mai preso, tutto qui.
Lei, le prime volte che uscivamo, mi ripeteva che bisognava ascoltare con decisione, dedizione.
Io non capivo.
Non ci trovo nulla, nulla di pratico, nulla di utile.
La trovo una perdita di tempo, solo uno sterile sottofondo.
Ma di tempo, a questo punto, ne abbiamo già perso abbastanza, se arrivati fin qua non vedo l’ora che scendano.
Grosso modo so cosa fare.
Con me, qui appoggiata al sedile incustodito alla mia destra, ho la mia mazza da baseball.
Non penso di usarla, o almeno spero.
Voglio che lei venga a casa con me.
Voglio che lo lasci lì, in mezzo alla carreggiata, senza una parola.
Voglio che nel viaggio fino a Chivasso pianga a dirotto, strozzi i discorsi, si penta e rimanga con gli occhi fissi sul tappetino.
Voglio che faccia tutto quello che voglio io.
Poi, vedremo.
Se lui, in preda ad un momento di eroismo, si avvicina, ho la mazza.
Lo colpisco, fintando un colpo al corpo, direttamente su un ginocchio, spaccandoglielo.
Di netto.
Un colpo solo, forte, teso, zero esitazioni.
Se non fa problemi, non ho la mazza.
La tengo bassa, non minacciosa, come un’assicurazione fatta e lasciata lì in un cassetto, a prender polvere, tanta polvere.
Nell’indecisione, potrei usarlo contro la radio, questo pezzo di legno lungo e lavorato.
La lucina azzurra a centro plancia manda un pezzo strano.
Cantato in inglese, basso, biascicato.
La batteria in primo piano, un ritmo tutto uguale, monotono.
Una solfa.
Ad un certo punto, nel finale, si sente in lontananza qualcuno che intona una vecchia canzone di Gino Paoli, mi sembra.
Quella che fa.. quando sei qui con me.
Ma adesso, il cielo in una stanza si è chiuso.
Alzo lo sguardo e la vedo.
Sulla porta, oltre il vetro, ornato dai vari adesivi delle carte di credito accettate nell’immondezzaio.
Spinge forte, esce.
Lui la segue.
Sono ad una decina di metri da me, da me che al buio mi mangio quelle poche unghie rimaste.
Lui ride, lei anche.
Porca di quella puttana troia.
Non avrà più di 25 anni.
Rotondetto, paffutello, in carne.
Un giovane ciccione di merda.
Un figlio delle merendine.
Una cresta nera, moscia senza il gel, punta tutta da una parte, come se fosse abbattuta dal vento che non c’è.
Una camicia a quadri, rossa e blu, maniche corte e con pochi bottoni nelle asole.
Un abbronzatura esagerata, finta, che spunta da quell’ammasso di peli che tappezzano il petto.
Boxer bianchi, quattro dita sopra la cintura, come se i pantaloni dovessero cadere da un momento all’altro, svenire contro il marciapiede.
Un paio di scarpe alte, enormi, sembrano calzature ortopediche, assurde.
Apro la porta di scatto, con una violenza che non mi aspetto, ma il braccio non si muove di un millimetro.
Corro fuori dalla macchina, urlando a squarciagola, ma i piedi rimangono fissi sulla pedaliera.
Cerco di immaginare cosa diavolo ho fatto per meritarmi una serata del genere.
Meritare di vedere mia moglie, che bacia affettuosamente un altro, prima di risalire sulla piccola macchinetta rossa.
Lei, che incontravo al bar del centro quando mangiavo il mio panino a forma di pranzo.
Mi sorrideva timida, da dietro un insalatona preparata da Pino, lo chef supremo del nostro locale.
Un giorno, alzandomi per rientrare in banca, le ho pagato il pranzo, senza clamori, lasciandola sorpresa.
È cominciato tutto così.
Per caso, come le cose migliori.
Il destino ci ha voluti insieme, per tantissimi anni.
E io, non sono sceso.
Non li ho affrontati.
Non l’ho portata a casa con me.
Non ho minacciato il mio avversario.
Non ho preso per i coglioni la mia vita, una volta per tutte, con quella cattiveria di chi si gioca tutto, in un momento solo.
Cosa cazzo ho fatto a sta povera crista, in tutto questo tempo.
Cosa avrà dovuto subire, se a 38 anni l’ho spinta nelle braccia a forma di affettato di sto tizio, che le avrà fatto una piccola carezza.
Un attenzione, un regalo, un pensiero, una qualsiasi forma d’amore al posto mio.
Morto e sepolto in me stesso, in una Audi del 92 con la batteria a terra, che a fatica stasera riuscirà a portarmi a casa.
Alcuni aggettivi per descrivere questo posto.
I primi che mi vengono in mente.
Decadente, squallido, in putrefazione, mediocre.
Insomma, senza girarci attorno, il classico hotel da troie.
Un hotel ad ore, minuti, secondi.
E giusto una troia con la T maiuscola sto aspettando qui sotto.
Dall’altro lato della strada catramata, sporca, umida, viscida.
Sotto una pioggia che sembra olio.
Come se in cielo fosse esploso un enorme paracoppa.
E sotto, io e il vetro di questa vetusta Audi 80, una macchina di quelle che non ne fanno più, per fortuna.
Quel verdone per tutte le stagioni, come si diceva una volta.
Un colore uniforme che non da nell’occhio, che non attira l’attenzione, ottimo per chi vuol passare inosservato.
L’auto perfetta se avessi fatto l’investigatore privato.
Io, alla caccia di mariti infedeli, con la mia fedele compagna tedesca a quattro ruote.
Forse l’auto al mondo che consuma di più, oscilliamo sui 10 con un litro, ma non li facciamo mai.
A dire il vero, anche con qualsiasi altra macchina sarei passato inosservato, inascoltato, immacolato.
Il classico uomo medio, della borghesia media.
A quest’ora della notte, imbambolato, perché ancora non ci credo.
Faccio fatica a crederci.
Ho visto con i miei inutili occhi.
Ho strofinato bene, mi sono tolto gli occhiali, ho riguardato.
Ho vagliato ogni possibilità.
Il miraggio, l’allucinazione, l’effetto di qualche droga che ho assunto a mia insaputa.
Niente.
Io, alle 3 del mattino, in centro a Torino.
Più di 50 chilometri da casa, sotto un hotel di merda.
Stanco.
Aspetto che mia moglie finisca di praticare qualche sporco giochetto erotico con il suo amichetto.
Giochetto, amichetto.
Trovarsi a sorridere per una rima idiota.
In momenti come questi noti le cose più disparate, più incredibili.
Penso sia una reazione nervosa, naturale.
Come quando davanti ad una disgrazia ti ritrovi a ridere a crepapelle, senza la capacità di fermarsi.
Dio mio, la parola amichetto è veramente quella giusta, azzeccata.
Perché solo un ragazzetto comprerebbe un mezzo così.
Rossa, coi cerchi da 16 pollici, piccole minigonne a lato carrozzeria, un minuscolo spoilerino.
È più alta che lunga sta c2 del cazzo.
Sicuramente il pianale dietro e il baule nascondono enormi casse, altoparlanti rimbombanti, amplificatori nucleari.
Veloce e furioso.
Chissà quanti anni bisogna avere per poter girare con una plasticata del genere.
Braccio appoggiato alla portiera, incuranti del freddo, della bomba che sta esplodendo nell’abitacolo, bomba che riescono a chiamare musica.
Io non lo so.
Posso solo teorizzare, non posso avere certezza alcuna.
L’ho visto di sfuggita, velocemente.
Fuori del cancello della fabbrica, è passato a prenderla.
Non hanno perso tempo, un veloce saluto, lei è salita, lui ha messo marce fino alla quinta, allontanandosi con quel rumore rauco da scarico tamarrato, come un anziano con 100 anni di catarro sulle spalle.
Così, è arrivato e l’ha presa, anche bene direi, visto che sono più di tre ore che mi cibo del mio fegato, qui da basso, da solo.
Fisso l’insegna.
Anni 50, penso.
Un motel scritto a semicerchio, sotto le due stelle (finte).
HOTEL AURORA
Pensa te che cazzata di nome.
Una delle due stelle sta esplodendo.
Manca un pezzo di plastica e si vedono le lampadine a vista.
Come se dio dall’alto voglia far sapere a tutti gli avventori che la valutazione è inesatta.
Come se ci fosse una specie di guida Michelin del cielo, divina.
In questo tempo, ho visto entrare oltre a quella che consideravo mia moglie alcune coppie ben assortite.
Un anziano e una giovane prostituta.
Lui sulla settantina, camicia aperta, ostentava una felicità figlia del viagra e del poco tempo rimasto.
Lei, chiarissima, probabilmente dell’est, camminava veloce, passi vicini tra loro, contava le cicche sparse per terra, sull’asfalto della città.
Quella non è vita.
È un surrogato, un riassunto fatto male, un bignami.
Pochi minuti dopo.
Un vocione coi capelli lunghi.
Una voce di 1.80 almeno, tacchi esclusi.
Capelli lunghi sulle spalle, uno scialle, o qualcosa di simile, sul blu.
La classica parlata di ogni città di porto che si rispetti.
Porto Alegre, Genova, Marsiglia.
Una donna con lui, o lei che sia.
Sono entrati separati.
Pochi secondi prima il trans, poi la donna.
Sulla trentina, una camicia di taglio maschile, capelli corti, androgina.
Torino è un posto misterioso.
Una città con un lato oscuro, una seconda faccia da mostrare solo in occasioni particolari, speciali.
Questo rifugio e il suo parterre de roy, o come maledizione di dice.
La mia pelle d’oca che cresce a vista d’occhio, quando penso a lei, lì dentro, dietro a quella luce fioca al secondo piano.
Lei magari dominatrice, che tiene il giovane amante al guinzaglio, lo fa camminare in lungo e in largo per la stanza.
Lo colpisce ripetutamente con un frustino.
Segna le sue giovani natiche di strisce rosse, come la passione.
Lo stesso guinzaglio che usa per Dodo alla sera, quando verso mezzanotte lo porta nel parchetto sotto casa nostra per i bisognini.
Quando si risveglia dal torpore del divano, mi dice di non aver sonno, dice di aver bisogno di una bella camminata con l’animale.
Quel mucchio informe di peli, quel coso peloso.
Forse durante quei due passi notturni immagina che al posto di quel produttore instancabile di escrementi ci sia il suo rampollo dell’amore.
Immagina di passeggiare tra alberi silenziosi e panchine arrugginite con un ventenne dotato di collare.
O mio dio.
Magari fanno cose immonde.
Magari sono innamorati.
Magari sono tre ore che si tengono per mano.
Magari sono vicini, senza che voli una mosca.
Magari lui legge delle poesie scritte per lei, dei versi carichi di pathos, qualcosa di unico.
Ad essere sinceri, non ce lo vedo uno con una c2 rossa fuoco a far il letterato, un caso unico e raro di tamarro scrittore.
Un Umberto Eco delle rotonde a tutta velocità.
Un Camilleri della scianca sulla tangenziale.
Magari scopano e basta.
Si vedono.
Scopano.
Ritornano.
Io, come un alce nel bosco.
In strada che brucio veramente, sento divampare tutto dentro me, come se qualcuno mi abbia dato fuoco alle viscere.
Brucio, al pensiero dei nostri primi anni, quando era già un impresa riuscire a far l’amore con la luce accesa.
Riuscire ad avere qualcosina in più del solito compitino, quando tutto, o quasi tutto, sembrava brutto, sporco.
E adesso?
Cosa diavolo succede adesso?
Perché ti sei trasformata in una specie di pornostar di provincia, ed io in un povero guardone, che non guarda neanche, aspetta e basta.
Fuma e aspetta.
Aspetta e radio.
Blatera qualcosa, senza le parole, non canta nessuno, e nella mia ignoranza può significare solo due cose.
Classica o jazz.
Bella la musica a capirla.
Io non ci ho mai preso, tutto qui.
Lei, le prime volte che uscivamo, mi ripeteva che bisognava ascoltare con decisione, dedizione.
Io non capivo.
Non ci trovo nulla, nulla di pratico, nulla di utile.
La trovo una perdita di tempo, solo uno sterile sottofondo.
Ma di tempo, a questo punto, ne abbiamo già perso abbastanza, se arrivati fin qua non vedo l’ora che scendano.
Grosso modo so cosa fare.
Con me, qui appoggiata al sedile incustodito alla mia destra, ho la mia mazza da baseball.
Non penso di usarla, o almeno spero.
Voglio che lei venga a casa con me.
Voglio che lo lasci lì, in mezzo alla carreggiata, senza una parola.
Voglio che nel viaggio fino a Chivasso pianga a dirotto, strozzi i discorsi, si penta e rimanga con gli occhi fissi sul tappetino.
Voglio che faccia tutto quello che voglio io.
Poi, vedremo.
Se lui, in preda ad un momento di eroismo, si avvicina, ho la mazza.
Lo colpisco, fintando un colpo al corpo, direttamente su un ginocchio, spaccandoglielo.
Di netto.
Un colpo solo, forte, teso, zero esitazioni.
Se non fa problemi, non ho la mazza.
La tengo bassa, non minacciosa, come un’assicurazione fatta e lasciata lì in un cassetto, a prender polvere, tanta polvere.
Nell’indecisione, potrei usarlo contro la radio, questo pezzo di legno lungo e lavorato.
La lucina azzurra a centro plancia manda un pezzo strano.
Cantato in inglese, basso, biascicato.
La batteria in primo piano, un ritmo tutto uguale, monotono.
Una solfa.
Ad un certo punto, nel finale, si sente in lontananza qualcuno che intona una vecchia canzone di Gino Paoli, mi sembra.
Quella che fa.. quando sei qui con me.
Ma adesso, il cielo in una stanza si è chiuso.
Alzo lo sguardo e la vedo.
Sulla porta, oltre il vetro, ornato dai vari adesivi delle carte di credito accettate nell’immondezzaio.
Spinge forte, esce.
Lui la segue.
Sono ad una decina di metri da me, da me che al buio mi mangio quelle poche unghie rimaste.
Lui ride, lei anche.
Porca di quella puttana troia.
Non avrà più di 25 anni.
Rotondetto, paffutello, in carne.
Un giovane ciccione di merda.
Un figlio delle merendine.
Una cresta nera, moscia senza il gel, punta tutta da una parte, come se fosse abbattuta dal vento che non c’è.
Una camicia a quadri, rossa e blu, maniche corte e con pochi bottoni nelle asole.
Un abbronzatura esagerata, finta, che spunta da quell’ammasso di peli che tappezzano il petto.
Boxer bianchi, quattro dita sopra la cintura, come se i pantaloni dovessero cadere da un momento all’altro, svenire contro il marciapiede.
Un paio di scarpe alte, enormi, sembrano calzature ortopediche, assurde.
Apro la porta di scatto, con una violenza che non mi aspetto, ma il braccio non si muove di un millimetro.
Corro fuori dalla macchina, urlando a squarciagola, ma i piedi rimangono fissi sulla pedaliera.
Cerco di immaginare cosa diavolo ho fatto per meritarmi una serata del genere.
Meritare di vedere mia moglie, che bacia affettuosamente un altro, prima di risalire sulla piccola macchinetta rossa.
Lei, che incontravo al bar del centro quando mangiavo il mio panino a forma di pranzo.
Mi sorrideva timida, da dietro un insalatona preparata da Pino, lo chef supremo del nostro locale.
Un giorno, alzandomi per rientrare in banca, le ho pagato il pranzo, senza clamori, lasciandola sorpresa.
È cominciato tutto così.
Per caso, come le cose migliori.
Il destino ci ha voluti insieme, per tantissimi anni.
E io, non sono sceso.
Non li ho affrontati.
Non l’ho portata a casa con me.
Non ho minacciato il mio avversario.
Non ho preso per i coglioni la mia vita, una volta per tutte, con quella cattiveria di chi si gioca tutto, in un momento solo.
Cosa cazzo ho fatto a sta povera crista, in tutto questo tempo.
Cosa avrà dovuto subire, se a 38 anni l’ho spinta nelle braccia a forma di affettato di sto tizio, che le avrà fatto una piccola carezza.
Un attenzione, un regalo, un pensiero, una qualsiasi forma d’amore al posto mio.
Morto e sepolto in me stesso, in una Audi del 92 con la batteria a terra, che a fatica stasera riuscirà a portarmi a casa.



