Grosso guaio a Teletubbi-landia
02/02/10 01:02 Archiviato in:racconto
{di Carlo Maria Miele}
Il produttore della Bbc, Billy Olsen, assicurò che nulla era stato toccato. La scena che avevano davanti era la stessa che aveva trovato lui stesso solo un’ora prima, quando lo avevano avvertito. Tinky Winky giaceva riverso nel laghetto con la stessa espressione inebetita che teneva quando era in vita. Il lungo corpo grasso ricoperto di pelliccia viola giaceva immerso nell’acqua fino alla vita. Teneva avvinghiata al petto la borsetta rossa dalla quale non si separava mai e dal monitor grigiastro che gli ricopriva lo stomaco arrivava ancora qualche scarica elettrica, come quelle di un televisore andato in corto circuito. Una specie di rantolo sempre più affievolito per un corpo che la vita stava abbandonando.
«È una brutta storia» disse Olsen rivolto all’ispettore Carmine Ferro di Scotland Yard, che non sembrava per nulla impressionato da quella scena e continuava imperturbabile a guardarsi attorno, fumando la sua ennesima camel morbida del mattino. Più che sulla morte di quella strana creatura, il poliziotto si interrogava sul perché dalla centrale affidassero sempre a lui i casi più assurdi. Pensò anche che nei suoi confronti fosse in atto una vera e propria discriminazione, probabilmente per via delle sue origini italiane. In un ambiente gretto e conservatore come quello della polizia inglese era del tutto lecito pensarlo. Ci sarebbe stata tutta anche una bella causa per mobbing.
«Capisce» continuò deciso Olsen, aggiustandosi gli occhialetti sulla punta del naso. «Qui una cosa del genere non è mai successa. Se viene fuori ci va di mezzo la reputazione della Bbc non so se mi spiego. Ci terremmo a chiarire tutto nel minor tempo possibile. In fondo, si tratta solo di un brutto incidente...»
«Di questo non sarei così sicuro» disse Ferro, abbandonando improvvisamente il suo mutismo.
«Cioè, lei pensa...»
«Non penso nulla. Credo solo che non sia il caso di affrettare conclusioni» tagliò corto l’ispettore allontanandosi dalla scena del delitto.
Era la prima volta che Carmine Ferro si trovava a Teletubbylandia e già non vedeva l’ora di andarsene. Si trattava di un vecchio campo da golf, nella zona nord di Londra, abbandonato tra industrie dimesse e nuovi quartieri dormitorio per immigrati. Come gli aveva spiegato Olsen, qualche anno prima la Bbc aveva comprato il terreno, aveva recintato il green meglio tenuto, quello della buca otto, e ci aveva rinchiuso dentro quelle creature. Ferro conosceva quel posto perché qualche anno prima ne aveva visto qualche immagine in un programma tv che seguiva il figlio della sua donna. Ma visto dal vivo era tutta un’altra cosa. Non vi era una sola cosa all’interno a Teletubbylandia che non fosse fasulla. Erano finti i fiori e gli alberi, costruiti in cartapesta, erano falsi i cinguettii, riprodotti da alcuni megafoni posizionati ai limiti del recinto. Ed era posticcio il prato, sostituito da una moquette verde in plastica. L’ispettore Ferro se ne accorse quando gettò a terra la sua cicca di camel e iniziò a sentire la puzza di bruciato proveniente dal basso. Solo il clima era vero, come ce lo si immaginava guardando la tv, per colpa dei riflettori sempre accesi. Una primavera assolata in ogni stagione dell’anno che non ti faceva nemmeno sentire a Londra. L’ispettore Ferro, che il caldo proprio non lo sopportava, bestemmiò a mezza voce, ma decise di tenersi addosso il trench beige che oramai lo accompagnava da una decina d’anni.
Accompagnato da Olsen, l’ispettore si avviò alla casupola che sorgeva al centro del green, dove si trovavano gli altri Teletubbies. Una costruzione a cupola di colore nero senza finestre, in contrasto con l’ambiente colorato dell’esterno. Da lontano sembrava fatta di metallo, ma invece non era altro che plastica, come quasi tutto quello che si trovava a teletubbylandia. Gli interni e l’arredamento erano in stile liberty-futuristico. La luce soffusa, i bottoni colorati che occupavano ogni parete e le decorazioni in stile art decò diedero a Ferro l’impressione di entrare in una navicella spaziale, di quelle che avrebbe potuto descrivere Jules Verne in uno dei suoi romanzi. Nell’angolo, dietro a un bancone, c’era una delle creature, con la pelliccia di colore verde, che armeggiava con quella che si sarebbe potuta dire una cucina. Altre due di taglia più piccola, una gialla e una rossa, stavano dal lato opposto della stanza e si tenevano per mano. I loro volti gommosi non lasciavano trasparire alcuna emozione eppure Carmine Ferro ebbe l’impressione che stessero piangendo.
«Quello è Dipsy» disse Olsen, che faceva da guida «e le altre due sono Laa-Laa e Po. Ragazzi, salutate l’ispettore Ferro.»
«Ciao-ciao, ciao-ciao, ciao-ciao, ciao-ciao» risposero meccanicamente le tre creature, riprendendo subito dopo le loro occupazioni.
«Sono fatti così» spiegò Olsen a Ferro come a voler anticipare le sue domande. «Conoscono solo qualche parola, deve pensare di trovarsi di fronte a dei bambini di tre anni. Non sarà facile cavargli qualcosa di utile per la sua indagine.»
«Mi dica lei qualcosa lei, allora» disse Ferro. «Come sono i rapporti tra loro? Ci sono mai stati dissidi, motivi di attrito?»
«Ma li guardi, ispettore» rispose Olsen quasi divertito. «Sono esseri pacifici, non farebbero mai del male a nessuno, non possono nemmeno concepire il male!»
Ferro si fermò davvero a guardarli. Le tre creature camminavano goffamente da una parte all’altra della stanza senza scopo apparente. Di tanto in tanto si incrociavano e si abbracciavano per qualche secondo. «Tante coccole, tante coccole!» e poi via, ognuno per i fatti suoi.
«E la vittima?»
«Cosa vuole che le dica... era un Teletubby, uguale a gli altri. Si distinguono solo per il colore della pelliccia. E per i loro hobby, certo» aggiunse Olsen sorridendo compiaciuto. «Po, per esempio, si diverte ad andare sul monopattino, Laa-Laa gioca a palla...»
«E Tinky Winky?»
«Beh, Tinky Winky amava fare passeggiate con la sua borsetta rossa.»
«Era un maschio, o sbaglio?» chiese l’ispettore, che proprio non riusciva a fare distinzione tra loro.
«Si, era un maschio. Ma pare fosse omosessuale.»
«Come?»
«Si, sono girate tante storie sul conto di Tinky Winki. Lui non ci ha mai dato problemi, come gli altri del resto, ma è stato preso subito di mira dalla stampa e dall’opinione pubblica, proprio per la sua presunta diversità. Pensi che un paio di anni fa c’è stata una campagna lanciata da un pastore della Chiesa anglicana per chiedere il suo allontanamento dallo show. Diceva che Tinky Winky spingeva i bambini all’omosessualità. Se ne è parlato molto, ma poi è sfumato tutto così com’era iniziato.»
«E lei pensa che questo possa avere a che fare con la sua morte?» chiese Ferro.
«Sa com’è, qualcuno che volesse dargli una lezione, qualche fanatico si trova sempre. Ma non spetta a me giungere a conclusioni, me l’ha ricordato lei stesso» rispose Olsen con un sorriso sarcastico.
«È l’ora della tubby-pappa, è l’ora della tubby-pappa.» La voce proveniente dal megafono sul soffitto interruppe la discussione tra i due. I tre Teletubbies corsero eccitati al bancone sul quale erano apparse tre ciotole a forma di spirale piene di una strana sostanza cremosa e con delle cannucce infilate all’interno. «È l’ora della tubby-pappa, è l’ora della tubby-pappa» ripeterono a loro volta, prima di gettarsi a testa bassa sulle loro ciotole.
«È l’ora del pranzo» sorrise Olsen. «Se vuole ce n’è anche per lei, ispettore, non faccia complimenti.»
«Grazie, a me basta questo» rispose Ferro mostrando la fiaschetta di gin Beefeater che aveva tirato fuori dal trench.
Dopo pranzo, i tre Teletubbies superstiti uscirono di casa saltellando e Olsen se ne andò con loro. Ferro rimase sulla soglia a trangugiare ancora un po’ del suo gin, quando si sentì chiamare dall’interno.
«Buongiorno ispettore.»
Alle sue spalle c’era una strana creatura, una specie di automobilina antiquata con una lunga proboscide aspirapolvere e due occhi sproporzionati rispetto al resto.
«E tu chi sei?» chiese Ferro.
«MI chiamo Jack Lawson, ma qui tutti mi chiamano Noo-Noo. Faccio le pulizie nella casa.»
«Olsen non mi aveva parlato di te.»
«Ci sono tante cose che Olsen non dice. E quelle che dice vanno prese con le molle» continuò la macchina con voce metallica, ma distinta.
«Per esempio?» chiese Ferro sempre più interessato.
«Per esempio questa storia dell’omosessualità di Tinky Winky.»
«Non lo era?»
«Forse si, forse no. Di sicuro gli piaceva vestirsi da donna. E forse si è fatto anche qualche storia con Dipsy, ma niente di più, niente che desse nell’occhio. Ma alla produzione la presunta diversità di Tinky Winky è sempre piaciuta, e ci hanno calcato la mano. Pesavano che potesse servire ad aumentare l’attenzione mediatica sullo show. Quando sono arrivati gli attacchi della Chiesa e dei conservatori hanno fatto i salti di gioia. Venivano qui e dicevano: Bravo Tinky Winky, continua così, che al pubblico piace. Gli compravano di continuo nuove borsette rosse e volevano che se ne andasse in giro per farsi vedere.»
«Olsen dice che si è trattato solo di un incidente, che non è il caso di sollevare tanto baccano» aggiunse Ferro.
«Non c’è da stupirsi se Olsen voglia chiudere la cosa subito. È un bastardo, come tutti quelli della Bbc e non vuole che si sappia tutto quello che avviene qui dentro.»
«Perché? Cosa avviene?»
«Ma lo sa come vivono questi poveracci? Sono qui dentro da cinque anni, sempre sotto i riflettori della tv, non possono uscire nemmeno per le feste comandate. Fanno una vita da schiavi e non ricevono nemmeno un soldo. Gli danno un vitto da fame, quella schifosa tubby-pappa, che non sfamerebbe nemmeno un uccellino. Io sono una macchina, lo posso sopportare, ma loro sono esseri viventi... Se vuole scoprire qualcosa, indaghi su questo.»
«Tu sai qualcos’altro» lo incalzò Ferro.
«Mi passi quella fiaschetta che porta con sé» rispose Noo-Noo, abbassando lo sguardo. Ferro tirò fuori il Gin dalla tasca della giacca e glielo porse. La macchina sollevò la bottiglia con la proboscide e ne svuotò in un solo sorso la metà rimanente.
«L’altra sera all’ora di cena c’è stato un casino per via delle razioni» riprese a parlare Noo-Noo. «Io ero nel mio stanzino e non ho potuto seguire bene come siano andate le cose. So solo che quei bastardi della Bbc avevano tagliato ancora le razioni giornaliere, li stavano riducendo letteralmente alla fame. Insomma c’è stato un bordello per accaparrarsi la tubby-pappa. Tinky Winky era il più grosso e aveva sempre fame. Se ho capito bene si è mangiato anche le razioni degli altri.»
«E quindi gli altri tre...»
«Questo non glielo so dire, ispettore. Ero nello stanzino e non potevo sentire tutto.»
«Devo interrogare loro.»
«Non si faccia illusioni, non parleranno. Qui nessuno parla. Alla Bbc i Teletubbies servono, fanno fare soldi, e non vogliono uno scandalo. I teletubbuies stanno male, si lamentano, ma non hanno altro di cui vivere, fuori di qui sarebbero finiti, e così tacciono.»
Noo-noo accompagnò l’ispettore Ferro fino alla porta. La salma di Tinky Winky era stata già rimossa dall’ambulanza, Dipsy, Laa-Laa e Po giocavano sulla collinetta sul retro, e vista così Teletubbylandia sembrava quella di sempre.
«Io non posso andare oltre, ispettore» disse la macchina. «Torni a trovarci. E mi porti un altro po’ del suo gin, ché qui non se ne trova.»
Il produttore della Bbc, Billy Olsen, assicurò che nulla era stato toccato. La scena che avevano davanti era la stessa che aveva trovato lui stesso solo un’ora prima, quando lo avevano avvertito. Tinky Winky giaceva riverso nel laghetto con la stessa espressione inebetita che teneva quando era in vita. Il lungo corpo grasso ricoperto di pelliccia viola giaceva immerso nell’acqua fino alla vita. Teneva avvinghiata al petto la borsetta rossa dalla quale non si separava mai e dal monitor grigiastro che gli ricopriva lo stomaco arrivava ancora qualche scarica elettrica, come quelle di un televisore andato in corto circuito. Una specie di rantolo sempre più affievolito per un corpo che la vita stava abbandonando.
«È una brutta storia» disse Olsen rivolto all’ispettore Carmine Ferro di Scotland Yard, che non sembrava per nulla impressionato da quella scena e continuava imperturbabile a guardarsi attorno, fumando la sua ennesima camel morbida del mattino. Più che sulla morte di quella strana creatura, il poliziotto si interrogava sul perché dalla centrale affidassero sempre a lui i casi più assurdi. Pensò anche che nei suoi confronti fosse in atto una vera e propria discriminazione, probabilmente per via delle sue origini italiane. In un ambiente gretto e conservatore come quello della polizia inglese era del tutto lecito pensarlo. Ci sarebbe stata tutta anche una bella causa per mobbing.
«Capisce» continuò deciso Olsen, aggiustandosi gli occhialetti sulla punta del naso. «Qui una cosa del genere non è mai successa. Se viene fuori ci va di mezzo la reputazione della Bbc non so se mi spiego. Ci terremmo a chiarire tutto nel minor tempo possibile. In fondo, si tratta solo di un brutto incidente...»
«Di questo non sarei così sicuro» disse Ferro, abbandonando improvvisamente il suo mutismo.
«Cioè, lei pensa...»
«Non penso nulla. Credo solo che non sia il caso di affrettare conclusioni» tagliò corto l’ispettore allontanandosi dalla scena del delitto.
Era la prima volta che Carmine Ferro si trovava a Teletubbylandia e già non vedeva l’ora di andarsene. Si trattava di un vecchio campo da golf, nella zona nord di Londra, abbandonato tra industrie dimesse e nuovi quartieri dormitorio per immigrati. Come gli aveva spiegato Olsen, qualche anno prima la Bbc aveva comprato il terreno, aveva recintato il green meglio tenuto, quello della buca otto, e ci aveva rinchiuso dentro quelle creature. Ferro conosceva quel posto perché qualche anno prima ne aveva visto qualche immagine in un programma tv che seguiva il figlio della sua donna. Ma visto dal vivo era tutta un’altra cosa. Non vi era una sola cosa all’interno a Teletubbylandia che non fosse fasulla. Erano finti i fiori e gli alberi, costruiti in cartapesta, erano falsi i cinguettii, riprodotti da alcuni megafoni posizionati ai limiti del recinto. Ed era posticcio il prato, sostituito da una moquette verde in plastica. L’ispettore Ferro se ne accorse quando gettò a terra la sua cicca di camel e iniziò a sentire la puzza di bruciato proveniente dal basso. Solo il clima era vero, come ce lo si immaginava guardando la tv, per colpa dei riflettori sempre accesi. Una primavera assolata in ogni stagione dell’anno che non ti faceva nemmeno sentire a Londra. L’ispettore Ferro, che il caldo proprio non lo sopportava, bestemmiò a mezza voce, ma decise di tenersi addosso il trench beige che oramai lo accompagnava da una decina d’anni.
Accompagnato da Olsen, l’ispettore si avviò alla casupola che sorgeva al centro del green, dove si trovavano gli altri Teletubbies. Una costruzione a cupola di colore nero senza finestre, in contrasto con l’ambiente colorato dell’esterno. Da lontano sembrava fatta di metallo, ma invece non era altro che plastica, come quasi tutto quello che si trovava a teletubbylandia. Gli interni e l’arredamento erano in stile liberty-futuristico. La luce soffusa, i bottoni colorati che occupavano ogni parete e le decorazioni in stile art decò diedero a Ferro l’impressione di entrare in una navicella spaziale, di quelle che avrebbe potuto descrivere Jules Verne in uno dei suoi romanzi. Nell’angolo, dietro a un bancone, c’era una delle creature, con la pelliccia di colore verde, che armeggiava con quella che si sarebbe potuta dire una cucina. Altre due di taglia più piccola, una gialla e una rossa, stavano dal lato opposto della stanza e si tenevano per mano. I loro volti gommosi non lasciavano trasparire alcuna emozione eppure Carmine Ferro ebbe l’impressione che stessero piangendo.
«Quello è Dipsy» disse Olsen, che faceva da guida «e le altre due sono Laa-Laa e Po. Ragazzi, salutate l’ispettore Ferro.»
«Ciao-ciao, ciao-ciao, ciao-ciao, ciao-ciao» risposero meccanicamente le tre creature, riprendendo subito dopo le loro occupazioni.
«Sono fatti così» spiegò Olsen a Ferro come a voler anticipare le sue domande. «Conoscono solo qualche parola, deve pensare di trovarsi di fronte a dei bambini di tre anni. Non sarà facile cavargli qualcosa di utile per la sua indagine.»
«Mi dica lei qualcosa lei, allora» disse Ferro. «Come sono i rapporti tra loro? Ci sono mai stati dissidi, motivi di attrito?»
«Ma li guardi, ispettore» rispose Olsen quasi divertito. «Sono esseri pacifici, non farebbero mai del male a nessuno, non possono nemmeno concepire il male!»
Ferro si fermò davvero a guardarli. Le tre creature camminavano goffamente da una parte all’altra della stanza senza scopo apparente. Di tanto in tanto si incrociavano e si abbracciavano per qualche secondo. «Tante coccole, tante coccole!» e poi via, ognuno per i fatti suoi.
«E la vittima?»
«Cosa vuole che le dica... era un Teletubby, uguale a gli altri. Si distinguono solo per il colore della pelliccia. E per i loro hobby, certo» aggiunse Olsen sorridendo compiaciuto. «Po, per esempio, si diverte ad andare sul monopattino, Laa-Laa gioca a palla...»
«E Tinky Winky?»
«Beh, Tinky Winky amava fare passeggiate con la sua borsetta rossa.»
«Era un maschio, o sbaglio?» chiese l’ispettore, che proprio non riusciva a fare distinzione tra loro.
«Si, era un maschio. Ma pare fosse omosessuale.»
«Come?»
«Si, sono girate tante storie sul conto di Tinky Winki. Lui non ci ha mai dato problemi, come gli altri del resto, ma è stato preso subito di mira dalla stampa e dall’opinione pubblica, proprio per la sua presunta diversità. Pensi che un paio di anni fa c’è stata una campagna lanciata da un pastore della Chiesa anglicana per chiedere il suo allontanamento dallo show. Diceva che Tinky Winky spingeva i bambini all’omosessualità. Se ne è parlato molto, ma poi è sfumato tutto così com’era iniziato.»
«E lei pensa che questo possa avere a che fare con la sua morte?» chiese Ferro.
«Sa com’è, qualcuno che volesse dargli una lezione, qualche fanatico si trova sempre. Ma non spetta a me giungere a conclusioni, me l’ha ricordato lei stesso» rispose Olsen con un sorriso sarcastico.
«È l’ora della tubby-pappa, è l’ora della tubby-pappa.» La voce proveniente dal megafono sul soffitto interruppe la discussione tra i due. I tre Teletubbies corsero eccitati al bancone sul quale erano apparse tre ciotole a forma di spirale piene di una strana sostanza cremosa e con delle cannucce infilate all’interno. «È l’ora della tubby-pappa, è l’ora della tubby-pappa» ripeterono a loro volta, prima di gettarsi a testa bassa sulle loro ciotole.
«È l’ora del pranzo» sorrise Olsen. «Se vuole ce n’è anche per lei, ispettore, non faccia complimenti.»
«Grazie, a me basta questo» rispose Ferro mostrando la fiaschetta di gin Beefeater che aveva tirato fuori dal trench.
Dopo pranzo, i tre Teletubbies superstiti uscirono di casa saltellando e Olsen se ne andò con loro. Ferro rimase sulla soglia a trangugiare ancora un po’ del suo gin, quando si sentì chiamare dall’interno.
«Buongiorno ispettore.»
Alle sue spalle c’era una strana creatura, una specie di automobilina antiquata con una lunga proboscide aspirapolvere e due occhi sproporzionati rispetto al resto.
«E tu chi sei?» chiese Ferro.
«MI chiamo Jack Lawson, ma qui tutti mi chiamano Noo-Noo. Faccio le pulizie nella casa.»
«Olsen non mi aveva parlato di te.»
«Ci sono tante cose che Olsen non dice. E quelle che dice vanno prese con le molle» continuò la macchina con voce metallica, ma distinta.
«Per esempio?» chiese Ferro sempre più interessato.
«Per esempio questa storia dell’omosessualità di Tinky Winky.»
«Non lo era?»
«Forse si, forse no. Di sicuro gli piaceva vestirsi da donna. E forse si è fatto anche qualche storia con Dipsy, ma niente di più, niente che desse nell’occhio. Ma alla produzione la presunta diversità di Tinky Winky è sempre piaciuta, e ci hanno calcato la mano. Pesavano che potesse servire ad aumentare l’attenzione mediatica sullo show. Quando sono arrivati gli attacchi della Chiesa e dei conservatori hanno fatto i salti di gioia. Venivano qui e dicevano: Bravo Tinky Winky, continua così, che al pubblico piace. Gli compravano di continuo nuove borsette rosse e volevano che se ne andasse in giro per farsi vedere.»
«Olsen dice che si è trattato solo di un incidente, che non è il caso di sollevare tanto baccano» aggiunse Ferro.
«Non c’è da stupirsi se Olsen voglia chiudere la cosa subito. È un bastardo, come tutti quelli della Bbc e non vuole che si sappia tutto quello che avviene qui dentro.»
«Perché? Cosa avviene?»
«Ma lo sa come vivono questi poveracci? Sono qui dentro da cinque anni, sempre sotto i riflettori della tv, non possono uscire nemmeno per le feste comandate. Fanno una vita da schiavi e non ricevono nemmeno un soldo. Gli danno un vitto da fame, quella schifosa tubby-pappa, che non sfamerebbe nemmeno un uccellino. Io sono una macchina, lo posso sopportare, ma loro sono esseri viventi... Se vuole scoprire qualcosa, indaghi su questo.»
«Tu sai qualcos’altro» lo incalzò Ferro.
«Mi passi quella fiaschetta che porta con sé» rispose Noo-Noo, abbassando lo sguardo. Ferro tirò fuori il Gin dalla tasca della giacca e glielo porse. La macchina sollevò la bottiglia con la proboscide e ne svuotò in un solo sorso la metà rimanente.
«L’altra sera all’ora di cena c’è stato un casino per via delle razioni» riprese a parlare Noo-Noo. «Io ero nel mio stanzino e non ho potuto seguire bene come siano andate le cose. So solo che quei bastardi della Bbc avevano tagliato ancora le razioni giornaliere, li stavano riducendo letteralmente alla fame. Insomma c’è stato un bordello per accaparrarsi la tubby-pappa. Tinky Winky era il più grosso e aveva sempre fame. Se ho capito bene si è mangiato anche le razioni degli altri.»
«E quindi gli altri tre...»
«Questo non glielo so dire, ispettore. Ero nello stanzino e non potevo sentire tutto.»
«Devo interrogare loro.»
«Non si faccia illusioni, non parleranno. Qui nessuno parla. Alla Bbc i Teletubbies servono, fanno fare soldi, e non vogliono uno scandalo. I teletubbuies stanno male, si lamentano, ma non hanno altro di cui vivere, fuori di qui sarebbero finiti, e così tacciono.»
Noo-noo accompagnò l’ispettore Ferro fino alla porta. La salma di Tinky Winky era stata già rimossa dall’ambulanza, Dipsy, Laa-Laa e Po giocavano sulla collinetta sul retro, e vista così Teletubbylandia sembrava quella di sempre.
«Io non posso andare oltre, ispettore» disse la macchina. «Torni a trovarci. E mi porti un altro po’ del suo gin, ché qui non se ne trova.»

