Frankenstein

{di Livia Di Pasquale}

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Ci sono storie che tutti conoscono. O forse no. Frankenstein appartiene al limbo di queste narrazioni così famose da essere ai più in realtà sconosciute. Libri di cui tutti parlano, citati in centinaia di altre opere, ma che in pochi hanno letto davvero.

Al contrario delle molte trasposizioni e riletture, la genesi del “mostro” nel romanzo ha uno spazio limitato, appena un accenno: quello che Mary Shelley approfondisce è l’aspetto psicologico del creatore e della creatura.

La Creatura è senza nome ma non senza intelletto, un uomo mostruoso e deforme sì, ma anche intelligente e virtuoso, fino a un certo punto. Solo e spaventato, nascosto fuori dai centri abitati, impara usi, costumi e lingua osservando i suoi pochi vicini e diventandone benefattore silenzioso.

Creatura in grado, quindi, di provare tutti i sentimenti umani, cosciente di sé e di ciò che ha intorno, sensibile forse più di chiunque altro: sensibile alla solitudine, al rifiuto e alla repulsione che gli vengono dimostrati, all’abbandono del suo creatore.

È proprio il suo creatore, Victor Frankenstein, a dimostrarsi una creatura vile, un uomo irresponsabile che rifiuta ciò che ha generato, bollando la creatura come mostro e condannandola, di fatto, a questo ruolo. Ruolo che, alla fine, la Creatura assumerà in pieno, per reazione e per ribellione a chi l’ha prima voluto e poi respinto e condannato.

Molto lontano dal cliché del mostro bestiale cui siamo abituati, Mary Shelley, appena ventenne, descrive un essere pieno di sfaccettature, dubbi, sofferenze, difficoltà e desideri. Un romanzo che, dal 1817, ci chiede quali sono i limiti della scienza, quanto il nostro vivere sia predeterminato e quanto dipenda da come siamo trattati, quanta responsabilità abbiamo del male che ci circonda.

Un romanzo universale e ingiustamente misconosciuto, che andrebbe letto nella sua versione originale per beneficiare delle riflessioni di un mostro molto più umano di noi.