Esilio
20/07/09 22:38 Archiviato in:racconto
{di Ilaria
Vajngerl}
Me l’avete fatta ieri, la barba. Se ne vada.
Ero rimasto. Aveva pianto. Una volta facevo il medico, aveva supplicato. Così ero uscito. Mi chiamava infermiere ed ero uguale a tutti gli altri. Io gli rispondevo, buongiorno dottore, perché era mio padre. Aveva negli occhi le domeniche di pioggia, guardava il grigio dimenticando di averlo già visto.
Lo andavo a trovare ogni sera.
Mi aveva detto che suo figlio non sarebbe più tornato, viveva in Messico, gli pareva.
Il corridoio che portava alla sua stanza puzzava di obitorio vuoto, come oggi per me, il Messico. Entravo in camera sua sorridendo, come se arrivassi da lontano, dicendomi, forse questa è la volta buona. Lui invece continuava ad aspettarmi. E allora aspettavamo insieme.
Dal Messico non sono più tornato. Gli scrissi una cartolina, qui c’è sempre il sole, a presto!, come facevo da bambino. Me l’aveva fatta incollare sullo schermo del televisore. Qualche volta lo trovavo alzato, a rigirarsela fra le mani cercando di ripetere parola per parola quello che avevo scritto. Andava avanti per ore, ricominciando da capo per paura di aver perso qualcosa. Si addormentava con la testa piegata in avanti quasi dovessi scusarlo per avermi fatto partire. Io me ne andavo verso le nove. Uscivo in strada e iniziavo a cantare, ché tanto in Messico non mi conosceva nessuno.
Me l’avete fatta ieri, la barba. Se ne vada.
Ero rimasto. Aveva pianto. Una volta facevo il medico, aveva supplicato. Così ero uscito. Mi chiamava infermiere ed ero uguale a tutti gli altri. Io gli rispondevo, buongiorno dottore, perché era mio padre. Aveva negli occhi le domeniche di pioggia, guardava il grigio dimenticando di averlo già visto.
Lo andavo a trovare ogni sera.
Mi aveva detto che suo figlio non sarebbe più tornato, viveva in Messico, gli pareva.
Il corridoio che portava alla sua stanza puzzava di obitorio vuoto, come oggi per me, il Messico. Entravo in camera sua sorridendo, come se arrivassi da lontano, dicendomi, forse questa è la volta buona. Lui invece continuava ad aspettarmi. E allora aspettavamo insieme.
Dal Messico non sono più tornato. Gli scrissi una cartolina, qui c’è sempre il sole, a presto!, come facevo da bambino. Me l’aveva fatta incollare sullo schermo del televisore. Qualche volta lo trovavo alzato, a rigirarsela fra le mani cercando di ripetere parola per parola quello che avevo scritto. Andava avanti per ore, ricominciando da capo per paura di aver perso qualcosa. Si addormentava con la testa piegata in avanti quasi dovessi scusarlo per avermi fatto partire. Io me ne andavo verso le nove. Uscivo in strada e iniziavo a cantare, ché tanto in Messico non mi conosceva nessuno.



