Domenica

{di Ilaria Giannini}

Come Ilaria ci ha gentilmente fatto notare, ci siamo dimenticati di dire che questo è il primo capitolo del suo nuovo romanzo, I provinciali. Ci cospargiamo il capo di briciole di pane (la cenere no, però, eh!).

Siamo tutti qui, come ogni domenica. Seduti al vecchio tavolo di noce a passarci piatti fumanti e il fiasco del vino. Ci sono tutti, che il pranzo della domenica non ammette assenti. Mia moglie, mia figlia maggiore con suo marito, mia figlia minore, mio nipote, la mia nipotina. Ci sono anche io, che sono morto ormai da cinque anni. Eppure ogni domenica li guardo mangiare, parlare, ridere, discutere. Osservo la piega che solca il viso di mia figlia Emma e le mani annerite di suo marito Lorenzo, studio le rughe di Concetta, l’espressione assente di Lucia, la lentezza di Andrea, la risata di Chiara, l’unica che mi somiglia davvero. Mi chiamo Gino e ho 68 anni, o almeno li avevo prima dell’infarto, da lì ho smesso di contare gli anni, che l’età perde d’importanza quando si muore.

Sono qui perché questa è la mia famiglia. Mi accomodo alla destra di mia moglie, nella sedia vuota che lei non ha fatto occupare da nessuno dopo la mia morte. Mi piazzo qui, al mio vecchio posto, tra Concetta e la piccola Chiara, e mi sembra di non essermene mai andato.
Mia nipote sta apparecchiando la tavola, è diventata grande ormai, a maggio compirà dieci anni. Porta i capelli castani raccolti in una coda di cavallo e indossa una tuta rossa, quella con cui va a giocare in cortile con gli amici. Ha le stesse mani di sua nonna, grandi e forti, e dispone i piatti con velocità. Andrea la fissa, ipnotizzato dai suoi movimenti, ma ha la testa da tutt’altra parte, non riesce mai a nasconderlo. Ha lo sguardo assente, proprio come suo padre, Lorenzo, che si gira indeciso una sigaretta tra le mani, ben sapendo che ormai dovrà aspettare la fine del pranzo per accenderla.

Oggi Emma ha cucinato i tordelli al ragù e mia moglie ha preparato il suo famoso coniglio in umido con le olive. Hanno cotto anche uno sformato di cavolo e mezzo pollo arrosto, roba buona per gli avanzi del lunedì, roba che un tempo ero solo io a mangiare, perché non si deve buttare niente e dovevo dare il buon esempio ai nipoti. Adesso gli avanzi se li porta via Andrea, li incarta nella stagnola e li infila nello zaino. Li consuma durante la settimana a Firenze per la felicità di sua nonna, che ha sempre paura che mangi poco e non si fida della mensa universitaria.I piatti sono stati disposti adesso, il vino ha riempito i bicchieri e ognuno è seduto al suo posto. La tv è stata spenta e gli occhi sono rivolti verso le donne che stanno scodellando i tordelli.
Emma e Lucia portano in tavola la vecchia zuppiera di coccio. Concetta la tira verso sé per fare la porzioni, ma Emma la blocca.

«Lascia mamma, faccio io» dice e le toglie dalle mani la zuppiera. È pesante, calda, ricolma di cibo. Sopra i tordelli c’è uno strato di sugo di carne alto almeno due dita. Emma serve suo madre, il marito, la sorella e i figli. Il vapore che si alza dai piatti appanna gli occhiali di Andrea e il vetro della finestra. Siamo a febbraio e fuori ci sono cinque gradi. La farina avanzata sulla madia di legno brilla nella luce fioca che filtra dalle vetrate.
Chiara si rimbocca le maniche e comincia a mangiare i tordelli due alla volta, Lorenzo invece accantona il sugo di lato per mangiarlo dopo.

Sono tutti concentrati sui piatti tranne Lucia che fissa sua madre e non riesce a mangiare. Ha il viso gonfio di chi non dorme da diversi giorni e i capelli neri tirati dietro le orecchie. Lucia è sempre stata la croce di mia moglie, che avrebbe voluto vederla sposata, sistemata con un bravo ragazzo, con almeno un figlio. Adesso invece i ruoli si sono invertiti. Ora è Lucia che si preoccupa per sua madre, che si accorge di quanto è invecchiata, di quanto è fragile e piccola quella donna d’acciaio che da sempre tiene in piedi la nostra famiglia. Non è facile vedere i capisaldi della nostra vita sgretolarsi davanti a noi. Lucia si tormenta i capelli e sposta i tordelli da una parte all’altra del piatto senza infilzarli. La pasta è dura, è fatta bene, infatti non si sfracella. I tordelli sono il piatto delle feste comandate: Natale, Pasqua e qualche compleanno, se si tratta di un’età importante. Oggi è una domenica da tordelli, io lo so. Ho visto la mia famiglia arrancare verso questa fine della settimana con fatica. Li ho visti aggredire i giorni con rabbia e sopportarne il peso con rassegnazione. Non sono stati giorni facili. Oggi vorrei davvero non essere morto. Vorrei abbracciarli e respirare insieme quest’attimo di tregua e dir loro che andrà tutto bene.

«Nonna non mangiare troppo però» sussurra Chiara e Concetta sorride. «Sono troppo buoni questi tordelli, brava Emma.» «Dovevo farli cuocere altri due minuti invece, ammorbidirli un altro po’.» «Sono perfetti mamma» sussurra Andrea e inghiotte un boccone grosso. Senza accorgersene si tocca la pancia e manda giù un sorso d’acqua.
«E gli esami come vanno eh?» chiede Concetta.
«Bene nonna, me ne mancano due e ho finito.»

«Dopo cosa diventi? Dottore?»
«Non ho studiato medicina, no’, te l’avrò detto un milione di volte. Divento un fisico.»
Chiara ride. «Un fisico con la pancetta.»
«È il maglione che mi ingrassa» scherza lui e scoppiano a ridere.

«Fisico, eh. L’importante è che trovi lavoro.»
«Sennò può sempre venire in fabbrica con me, lì posto ce n’è» dice Lorenzo, che ha già finito i tordelli e sta mangiando il ragù messo da parte. «Scherza mamma» dice Emma a Concetta che già vede il nipote a rovinarsi i polmoni nel calzaturificio.
«Certo che scherza, uno non studia mica tanto per poi fare l’operaio!» esclama Concetta. «Con la crisi che c’è in giro ce ne sono tanti di laureati che finiscono in fabbrica, invece» replica Lorenzo.
«Non preoccuparti nonna, al limite vado alle Bahamas e apro un bar sulla spiaggia.»
«O dov’è questa bamas, che dici? Voi ragazzi avete sempre voglia di scherzare.»
Ridono adesso e persino Lucia accenna un sorriso.
«E te Chiarina che combini? Emma dovresti portare la bimba a tagliarsi i capelli, non lo vedi che le vanno negli occhi?» continua Concetta e sposta la frangia folta dal viso della nipote.

«Ho avuto poco tempo ma’, poi ce la porto.»
«A me piacciono così nonna.»
«Sei bellina uguale, amore, ma con questi capelli in faccia ti rovini la vista, poi diventi come tuo fratello.»
«Emma è stata molto impegnata negli ultimi tempi, vero? Ma sono sicuro che poi ce la porta nostra figlia dal parrucchiere» sussurra Lorenzo e con un pezzo di pane ripulisce il piatto. Poi alza il viso e cerca lo sguardo di Emma, ma lei si alza di scatto e inizia a sparecchiare. Hanno finito tutti tranne Andrea che come al solito è ancora a metà. Lucia rimette i tordelli che non ha mangiato nella zuppiera. Chiara invece si serve di nuovo e lesta ingoia un boccone gigantesco.

«Ti strozzi un giorno o l’altro» la rimprovera Lucia. «Devi mangiare più lentamente.»
Chiara annuisce e continua ad ingozzarsi. Tiene gli occhi fissi sul piatto ma si vede che ha le guance arrossate dal calore.Concetta tira indietro la sedia. Non può alzarsi perché ha la flebo attaccata al braccio ma le spiace non potersi affaccendare all’acquaio insieme alle figlie. L’hanno dimessa ieri dall’ospedale e già vorrebbe lavare i piatti, riordinare la tavola, riprendere possesso della sua cucina. L’ansia di quell’immobilità forzata quasi le guasta questo momento tanto sognato: il ritorno a casa, il pranzo domenicale con la famiglia riunita, la routine interrotta da due mesi di degenza.
Chiara si accorge dei movimenti della nonna e le stringe la mano. «Se vuoi dopo facciamo le parole crociate insieme» le dice e Concetta sorride. Alza lo sguardo e per un attimo fissa la tavolata. Il sorriso si allarga. Vorrei poterla abbracciare, adesso, e sussurrarle piano “Sì cara, siamo tutti qui. Insieme. È solo un’altra domenica. E io ti amo, come sempre”.