Dal loggione

{di Alessandro Milanese}

su, su dal loggione io ti osservo
bella, che tuo marito ne è superbo
Paolo Conte


Mai stato in un teatro in vita mia.
Lo giuro.
Forse un paio di volte, anni fa.
Per vedere tristi comici tv, prestati a teatri da 500 posti.
Quelli da sketch da 5 minuti, che dopo mezz’ora di teatro vorresti uccidere.
Una morte lenta.
Torture, angherie, devono soffrire, e tanto.
Comunque ho rimosso, penso.
Come molte altre cose, ho solo ricordi vaghi, sbiaditi, annacquati dal tempo che passa.
Che a volte sembra fermarsi, imbambolato.
Sembra tenermi per mano, come fa lei adesso.
E io, sinceramente, non ne capisco il motivo.
Intuisco forse, ma è meglio che non mi faccia domande, e soprattutto che non le dia risposte.
Tipo il motivo per cui ci siam conosciuti.
Tipo il motivo per cui siam usciti insieme.
Tipo il motivo per cui ho insistito.
Tipo il motivo per cui siam qui.
Qui a vedere questa commedia ridicola, nel senso che non fa veramente ridere.
Per l’ottava volta.
Otto volte, con otto persone diverse.
Da gennaio di quest’anno, praticamente una volta al mese.
Non sarebbe carino, penso, rivelarle che siam qui per vedere la mia ex, che fa una pare da 10 minuti netti.
Per la precisione.
3 minuti il primo tempo.
7 minuti il secondo.
Lo so, perché ho cronometrato di nascosto la seconda sera che ho visto lo spettacolo.
Non è molto in effetti.
Discretamente triste, a dir il vero.
Ma, è tutto quello che riesco ad avere.
Tutto quello che mi posso permettere, ora.
Devo solo applicarmi un po’, mettere un po’ di metodo.
Seguire bene le pagine dello spettacolo del giornale locale.
La penultima pagina della stampa.
Prendere per tempo i biglietti, ma quello di solito non è un grossissimo problema, anzi.
Il problema reale è prendere sempre i posti in fondo.
Perché, in piccoli teatrini, bisogna star attenti a non farsi notare.
Nel mio tour.
Moncalvo, Pontestura, ecc ecc.
Non esattamente lo smeraldo a Milano, o il regio a Torino.
Intonaco a pioggia sugli intrepidi spettatori, temperature che spaziano dal torrido al gelo siberiano.
I posti bui, son pochi.
Preziosi nascondigli.
Io, giusto quelli cerco.
Chi viene con me penso, suppongo, immagini che io cerchi intimità.
Che io cerchi un posto appartato, per noi due.
Ma si sbagliano, purtroppo.
Cerco una persona per non andar da solo.
Cerco una persona per non dar nell’occhio.
Da solo, sarebbe troppo anche per me.
La ricerca sta diventando sempre più dura, complicata.
Perché, non devono essere del mio giro.
Perché, non devono sapere niente di me.
Perché, non devono conoscerla.
Devono cadere dalle nuvole.
Ok, il mondo di internet mi aiuta, ma sto veramente raschiando il barile.
Sento il rumore delle unghie, che stridono sul fondo.
Di solito mi registro.
Conosco siti appositi, almeno una decina.
Meet me, Love me, stronzate simili.
Tutti accattivanti.
Ti promettono la persona amata.
I tuoi interessi, le tue passioni.
Una compagna, un compagno, per la vita intera.
Una database al posto di un incontro reale.
Una foto tessera camuffa, al posto del cuore che accelera all’improvviso, senza preavviso, la sera che l’hai vista.
Io, al lavoro, al posto di programmare programmi che non verranno mai e poi mai utilizzati, mi connetto e comincio.
Invento, mento, esplodo un carisma che non ho.
Raccattare, il verbo giusto.
Mi approfitto di qualche signorina confusa, che affida la sua vita intera ad uno schermo.
Ad un principe azzurro windows.
Ad un nessuno che digita in tempo diretto.
Si nascondono, e nascondono le loro ultime delusioni.
Un collega che non le caga.
Un lavoro che non decolla.
Il grigio, dipinto sui muri di casa, sulla scenografia della loro vita.
Un grigio opaco, come la facciata del nostro amato teatro comunale.
Stasera.
Lara, 28 anni.
Segretaria, non ho capito bene dove.
Laureata, Non ho capito in che cosa.
Amante degli animali, ma quali?
Ho solo capito che mi tiene stretta la mano.
Da circa 20 minuti.
Sintomo evidente, se ce ne fosse stato bisogno, che la disperazione è una delle rare cose che senza ombra di dubbio abbiam in comune.
Di solito, spero che non vada così.
Mi dispiace.
Di solito la serata si svolge in maniera lineare, pochi scossoni o sussulti.
Passo a prendere la sventurata, nel tardo pomeriggio.
Due ciarle durante un aperitivo, per mangiar qualcosa.
Si parte alla volta del teatro.
Viaggi a volte complicati, infiniti, tortuosi.
Certi paesetti sembran fatti apposta per nauseare chi guida.
Strade rotte, malmesse, voragini pronte ad inghiottire piccole utilitarie, grandi berline, ogni tipo di veicolo che incontrano.
Poi, se si sopravvive al viaggio d’andata, si ritorna.
Verso casa, con calma.
Magari una birretta al pub, poi le riaccompagno.
Mi comporto da vero signore, gentleman.
Il dopo, è un pelo problematico.
A volte, grazie ad un umore decente, riesco ad esser buon conversatore.
Piacevole compagno.
Un bravo ragazzo.
Il bravo ragazzo che stanno cercando, a fatica, da tempo, con le dita ammaccate da tanto chattare.
Un bravo ragazzo con degli ideali, dei sentimenti veri, amante delle arti e della vita.
E allora, mi devo sorbire inaspettati e indesiderati sms, chiamate, mail.
Sinceramente di tutto questo ne farei a meno, ma sono i rischi che si devono correre.
Rischi che devo correre, se voglio continuare a rivederla.
Per i miei, i nostri, 10 (3+7) minuti.
Ma in quei pochi minuti, quelle poche battute, sto lì, assorto.
La guardo.
Recito, anch’io, sottovoce la parte.
La so a memoria, parola per parola, espressione per espressione.
Lei interpreta Marlene, la spasimante di Pierre.
“Scusa se arrivo così tardi, ma non ho trovato nessuno per i cani,
li ho lasciati in macchina, sono piena di peli! Stai un po’ meglio, povero caro?
E questo è l’Ariete, immagino! L’Ariete cattivo e bugiardo!”
Spero che non sbagli, è capitato due volte, la seconda serata e la terz’ultima.
A Valenza per esempio ha detto: “e questo è il cane”, invece che ariete.
“Cosa? Io mi ammucchio in macchina con quattro cani per venire da te..
e tu mi sbatti fuori!?”
E se non sbaglia, se non si emoziona, mi vedo col sorriso migliore che ho.
“La pazza, l’isterica e la ninfomane pregano il porco,
il mascalzone e il miserabile di non telefonare mai più! Mai più!”
Faccio di si con la testa, come stasera, che tutto è filato liscio, vellutato.
“Mi aveva detto: “Venga a qualsiasi ora, sarà sempre la benvenuta”.
Io suono alla porta, e chi mi trovo davanti?
Una biondina un po’ volgare, completamente scatenata.
Rideva come una pazza e ballava su dei fogli
che mi sembravano formulari d’imposta.”
In questi decimi di secondo, ci rivedo.
“Sì, avevano ricoperto il pavimento del soggiorno con avvisi di riscossione d’imposta e li calpestavano, sbellicandosi dalle risate. Una cosa sconvolgente…”
Da lontano.
“Allora li ho lasciati alla loro danza e mi sono ritrovata sul pianerottolo, più sola che mai…Li ho sentiti da dietro la porta, mentre si rotolavano sui formulari e lui le gridava: “Fa’ il cavallino, fa’ il cavallino!”
Lei sul palco, che trema come una foglia.
“Permetti che mi riposi un po’? Ho avuto uno shock, sai.”
Lo so, uno shock.
Io, a 30 metri, nascosto con una sconosciuta, che ascolto la sua voce.
La sua voce, che era la prima cosa che sentivo al mattino.
La sua voce, che ho sognato mille volte di sentire dentro una chiesa, al mio fianco.
La sua voce, che non c’è più.
Anche quando esco dal teatro.
Eccoci fuori all’aria, e Lara che mi riprende la mano.
Una mano piccola, premurosa, leggermente sudata.
Mi invento un doppio passo.
Mi allontano quei 20 centimetri che bastano.
Mi infilo nel cappotto nuovo, un doppiopetto spigato, grigio scuro.
Sparo dritto verso la macchina.
Tutta bianca di brina e di umidità, in quest’ottobre insolito.
Freddo come non mai, che ci fa batter i denti, mentre aspettiamo che parta il riscaldamento, imbambolato anche lui.
Come me, che non ho il coraggio di girarmi verso il sedile di destra.
Occupato dall’ennesima vittima innocente, di questo giochetto idiota, che si conclude in maniera rapida, indolore.
Un giochetto sotto anestesia.
Veloce verso casa sua.
Niente birretta, niente pub, niente dopo, niente sms, spero.
Adesso che sul pavé del centro, perdo temporaneamente l’avantreno della macchina, e cerco di non centrare lo spartitraffico davanti alla stazione.
Non sarebbe carino, presumo, concludere in questo modo una gran bella serata di merda.
Fino a quando, davanti all’uscio di casa, mi saluta.
Mangia le parole.
Stringe la borsetta.
Muove leggermente la testa a scatti, sembra un bambolotto di Star wars che avevo da piccolo.
Quelli scomponibili, con gli snodi e tutto il resto.
Cerca parole che non ci sono, ripete la stessa frase.
“va beh, dai, magari ci sentiam più avanti..”
Un disco incantato, con la puntina che non riesce a superar l’ostacolo.
Apre la portiera.
Fa una piccola marcia indietro, un piccolo bacio sulla guancia.
Aspetto il mio fulmine dal cielo, che merito, ma non arriva.
Finalmente scende, si apre un varco nel portone.
Un palazzo del centro storico.
Campanelli dorati, senza nome, per la privacy.
In quel momento, quando lo scorcio di cortile scompare, il mio cervello melmoso si resetta.
Si riaccende.
Riparte dallo standby.
Ricomincia a funzionare, attivandosi spasmodico.
Alla ricerca di una buona idea, un nuovo stratagemma, per la prossima serata teatrale.
Per il mio prossimo spettacolino decadente.