13
07/04/08 22:26 Archiviato in:racconto
{di
Alessandro
Milanese}
Lo sapevo.
Ne ero sicura.
Il mister ha insistito tanto, troppo.
Continuava a ripetermi in continuazione.
«Non comprare le scarpe a 13 tacchetti di ferro che non le userai mai».
Stupido idiota del cazzo.
«Non piove più, giusto un paio di volte l’anno, i tacchetti di plastica vanno più che bene, non vale la pena spendere dei soldi per niente».
Mai che si facesse i cazzi suoi.
Perché preoccuparsi dei miei di soldi.
Pensi alla sua di pensione pidocchiosa, alla sua stanzetta buia in fondo al rione Pista.
Per me il denaro è l’ultimissimo dei problemi.
Il problema vero è che saltando sulla coscia di questa troia che gioca terzino sinistro non riesco ad aprire una ferita decente.
E’ il terzo tentativo e non riesco ad andare oltre ad una semplice escoriazione violastra.
Tanto colore, tanto livido, ma nessuna traccia di quella bella gocciolina di sangue.
Ecco.
Buona parte della mia squadra mi sta portando via dalla mia preda.
Mi spintonano, allontanandomi.
Laura, il mio enorme libero, mi immobilizza e mi minaccia.
«Se fai un passo ti spacco la testa, e lo sai che lo faccio».
Lo so.
Il mister, viola in volto, ansima forte.
Sembra il mio cane quando andiamo a correre sugli argini.
All’inizio corre a perdifiato, saltando da un arbusto all’altro, ma dopo una decina di minuti estrae 10 cm di lingua e gli occhi si ingrossano come acini d’uva incastrati nelle orbite.
Il fiato si spezza, il cuore batte sempre di più, il respiro diventa caos, rumore cadenzato che man mano aumenta la frequenza.
Sta per dire.
«Sei impazzita».
Non riesce, la bocca si apre, si chiude.
Nel mentre nessuna delle due parole supera la linea immaginaria dei denti.
Silenzio.
Quella roba con la maglia gialla e i pantaloncini rossi si rotola.
Si dimena inutile nella poca erba rimasta sul nostro campo.
Ha anche una bella voce di merda, stridula.
Urla in una specie di falsetto, sembra falsa, teatrale.
Dovrebbe solo ringraziare il signore.
Se mi avessero lasciato carta bianca piangerebbe e basta.
Starebbe sdraiata in qualche macchina, inventata ambulanza di fortuna, in viaggio verso il pronto soccorso, in viaggio verso una decina di punti di sutura.
Quelle meravigliose scarpe rosse.
In pelle di canguro, con quelle scintillanti 13 punte intercambiabili.
«Sono le scarpe di Kakà».
Raccontava il venditore a strisce alle mie compagne di squadra.
Un lungagnone dinoccolato che piegava la scarpa fissando ben oltre i suoi compiti sia Laura che Roberta.
120 euro di scarpa e tocca anche farsi rompere i coglioni da questo personaggio, che a vendita finita ci stressa la vita per venderci anche le sue stramaledette calze.
Usciamo e dopo pochi metri, le mie due amiche si lanciano in commenti sul povero demente.
«Era un po’ coglione il tipo, ma un giro sopra si poteva fare».
Pensai d’essere nervosa per non aver potuto prendere quel che desideravo ma mi sbagliavo.
«Che gusti di merda che avete, tutti i più insignificanti del pianeta vi piacciono, siete proprio le ultime».
Lo dissi con cattiveria immotivata.
Me ne accorsi a metà frase, ma non potevo far marcia indietro.
Rimasi zitta per un centinaio di metri.
«Parli tu, che guardi sfigati con occhiali, o pseudointellettuali del menga».
Risero, di gusto.
«Se invece che fare il brillante con la Roby l’avesse fatto con te non faresti così la preziosa».
Si abbracciarono in una risata sempre più caciarona.
Ed io, ancora muta, capii.
Io gioco terzino destro, la fascia è mia.
Davanti a me la mia ala destra.
Quella coda di cavallo che sbattendo ai lati della testa corre verso la bandierina.
Calpesta la linea bianca, calcia il pallone qualche metro oltre il difensore e corre a prenderlo.
Si muove agile, nella grazia dei nostri immacolati calzoncini.
La fisso ogni domenica mattina.
Quella maglietta che le stringe giusto un pelo i fianchi, che forma angoli retti perfetti sulle spalle.
Io, gioco solo per lei.
Cerco di conquistare palla, ad ogni costo.
Alzo la testa e trovo la maniera migliore per servirla, per non metterla in difficoltà.
Continuo nella corsa, seguendola a distanza, non perdendomi neanche un decimo della sua discesa.
Della sua finta di crossare, rientrando verso il centro del campo.
Fino a 3 minuti fa.
Lei, che corre leggera.
L’altra, che le arriva in verticale.
Non guarda neanche la palla, è senza speranze.
Si butta in scivolata con il piede destro in alto, troppo in alto.
La colpisce appena sotto il ginocchio.
Vedo l’arto che si piega, come quei robot a snodi.
Il fuoco.
Pochi decimi e sono li.
È ancora a terra, con il braccio alzato per ammettere il suo fallo.
L’ha visto fare in televisione.
Difensori esperti che quasi sicuri di una ammonizione imminente si autocondannano sperando in un pelo di clemenza.
Può essere, ma non da me.
Io che cartellini non ne ho.
Non ho un fischietto e non corro come questo frocetto spaventato tutto vestito di nero.
Salto a piedi pari.
Salto come fanno i saltatori in lungo.
Atterro nella sabbia della sua gamba.
Riprovo, e invece di giudici con palette in mano e applausi dagli spalti per un salto sopra gli otto metri trovo le braccia robuste di Laura che mi intrappolano da dietro.
Cerco con lo sguardo Roberta.
Ha smesso di rigirarsi dal dolore.
Avvolta da una nuvoletta di fumo del ghiaccio spray.
Beppe il massaggiatore la aiuta ad alzarsi e lei sembra camminare bene.
Posso uscire.
Non aspetto il rosso.
Mi incammino lenta, accompagnata per tutta la durata della recinzione dagli insulti di quello che presumo essere il padre della troiaterzino.
All’ingresso degli spogliatoi un nostro dirigente lo ferma senza bisogno di alzare la voce e mi infilo dentro alla baracca con le docce.
Ho ancora i capelli bagnati e freschi di gel quando rientrano tutte a partita finita.
Si è vinto lo stesso e aspetto con la cresta perfetta che il mister apra la bocca.
«Brave tutte».
«Tu, qualsiasi sarà la squalifica che ti daranno, continuerai ad allenarti ma fino al girone di ritorno non giocherai più, se ti va bene ok, se no sei libera di non venire più».
Un respiro lungo.
«Una cosa del genere, per qualsiasi motivo, non deve più capitare ad una mia squadra».
Prende ancora fiato.
«Hai capito?»
Il tono si alza e lo stomaco mi si contorce.
Come sulle montagne russe.
Ho voglia di piangere.
Guardo le piastrelle bianche del bagno con la turca.
Guardo il soffitto, non riesco a sostenere il suo sguardo, e mi vergogno per questo.
Le altre mi passano accanto, ogni tanto una pacca mentre entrano nella nuvola deforme di vapore che sta impossessandosi di questo stanzone.
Roberta per ultima.
Nel suo bellissimo accappatoio grigionero.
Lo stringe in vita, lasciandolo aperto sul petto.
«Aspetta prima di uscire, che il padre di quella la magari rompe i coglioni, usciamo tutte insieme, non si sa mai».
Passa una mano nel mio gel e và.
Aspetto ed usciamo.
Nessuno.
Le macchine, i motorini, le bici, dividono giocatrici e genitori.
Accensioni e pedalate veloci, in pochi secondi rimaniam le solite tre.
I nostri borsoni blu, sulle spalle, e questa tracolla che ci lascia il segno, rossastro sottile.
Passiamo il cimitero.
Oltrepassiamo i primi semafori, entrando in centro.
Ora di pranzo, di domenica.
Come se un epidemia di rabbia abbia colpito tutti.
Le loro voci che mi raccontano il finale di partita sostituiscono i soliti clacson, le sgommate, il rumore straziante di una frizione che sta per cedere.
Arriviam sotto casa di Laura, che saluta saltellando all’interno del palazzone color crema.
Ripartiamo e imbocchiamo via Trotti.
Ormai in centro, esiste solo la via principale.
Tutto il resto è morto.
Sepolto.
Parliam poco e di niente.
Ci vedo riflesse nel vetro sporco di un commestibile.
Mi fermo, un attimo.
Centinaia di kinder ed estathè comprati in quel buco.
Adesso solo un cartello giallo.
Una scritta a pennarello.
Uno stampatello stentato, come se a scrivere fosse una persona anziana, titubante.
Dentro, piccole piastrelle rossastre.
Troppo piccole per essere alla moda, con minuscoli puntini neri, che le fanno sembrare perennemente sudice, anche dopo migliaia passaggi di mocio.
Un secchio impalato al muro.
Una scopa verde, appoggiata in un angolo, sembra voler tener su tutto il caseggiato.
Il microscopico bancone, orfano delle sue merendine, delle liquirizie rotonde, tutto solo con il suo marrone sbiadito.
Centinaia di metri, decine di vetrine vuote.
Solo agenzie immobiliari.
Piantine, tramezze, giardini.
Numeri sempre e solo a sei cifre.
Aggettivi.
Signorile, di gran pregio, ubicazione, massima serietà, ottimo investimento.
Certo.
Il fondo della via è illuminato dai giardini pubblici.
Roby mi appoggia una mano sulla spalla prima di attraversare e mettersi dalla parte destra della strada.
Ci salutiamo, sapendo che le nostre strade si dividono da lì a poco.
Sto svoltando verso sinistra tenendo il marciapiede quando mi chiama.
«Aspetta».
Mi giro.
Una fiesta imbocca la via, posizionandosi come una sorta di rete da pallavolo tra noi due.
La guardo, sta per parlare quando il 3 arriva e con la sua mole arancione ci divide.
La stupida reclame sulla fiancata, dello scoiattolino che scoreggia, finisce e lei ricompare.
Al posto del bosco ghiacciato il suo sorriso.
Ha posato il borsone per terra.
«Niente, volevo solo dirti che…»
Audi 100.
«Cosa? Non sento, aspetto che attraverso».
Faccio per attraversare, ma lei con un semplice gesto della mano fa per fermarmi.
«Dicevo, volevo solo dirti che col commesso di Footlocker non ho nessunissima intenzione di scoparci».
Una mano riprende la tracolla e la tira su.
Qualcuno mi infila migliaia di formiche nelle gambe, di cemento armato.
«Ok».
Quella cosa blu col doppiofondo per le scarpe si allontana nel grigio.
Mi scosto dallo spigolo cui ero appoggiata per non cadere.
E’ quasi l’una e mezza quando entro in casa.
Odore di bollito misto e bagnetto mi attacca appena dentro.
Lascio sul pavimento il fardello, appendo la maglia.
La nostra cucina azzurrina si apre col solito panorama.
Un unico piatto, il mio, coperto da un altro per tenere almeno tiepida la carne.
Mia madre che lava decine di piatti.
Fissa le bolle di detersivo e mi saluta con i suoi occhi posteriori invisibili.
Mio padre incastonato nella poltrona a meno di un metro dal tubo catodico.
Risponde al mio saluto con un «mmm».
Nell’aria si sente la voce di un signore distinto.
Sta spiegando con un foglietto in mano un disegno incasinatissimo.
Un qualche progetto di una formula uno.
Il mio vecchio, che a malapena conosce l’oscuro meccanismo che permette ad una ruota di girare, cade come in catalessi.
Discepolo di questo santone benvestito, profeta unico della aerodinamica moderna.
I guanti di plastica affondano nel lavello.
Cercano disperatamente di salvare al gorgo dello scarico forchette e coltelli decisi a farla finita.
«Cara, com’è andata oggi?»
Il bagnetto della zia, piccante come non mai, è fantastico.
Dallo studio chiamano l’ultimo spazio dei consigli per gli acquisti prima del via.
«Vinto 2-0».
Lo sapevo.
Ne ero sicura.
Il mister ha insistito tanto, troppo.
Continuava a ripetermi in continuazione.
«Non comprare le scarpe a 13 tacchetti di ferro che non le userai mai».
Stupido idiota del cazzo.
«Non piove più, giusto un paio di volte l’anno, i tacchetti di plastica vanno più che bene, non vale la pena spendere dei soldi per niente».
Mai che si facesse i cazzi suoi.
Perché preoccuparsi dei miei di soldi.
Pensi alla sua di pensione pidocchiosa, alla sua stanzetta buia in fondo al rione Pista.
Per me il denaro è l’ultimissimo dei problemi.
Il problema vero è che saltando sulla coscia di questa troia che gioca terzino sinistro non riesco ad aprire una ferita decente.
E’ il terzo tentativo e non riesco ad andare oltre ad una semplice escoriazione violastra.
Tanto colore, tanto livido, ma nessuna traccia di quella bella gocciolina di sangue.
Ecco.
Buona parte della mia squadra mi sta portando via dalla mia preda.
Mi spintonano, allontanandomi.
Laura, il mio enorme libero, mi immobilizza e mi minaccia.
«Se fai un passo ti spacco la testa, e lo sai che lo faccio».
Lo so.
Il mister, viola in volto, ansima forte.
Sembra il mio cane quando andiamo a correre sugli argini.
All’inizio corre a perdifiato, saltando da un arbusto all’altro, ma dopo una decina di minuti estrae 10 cm di lingua e gli occhi si ingrossano come acini d’uva incastrati nelle orbite.
Il fiato si spezza, il cuore batte sempre di più, il respiro diventa caos, rumore cadenzato che man mano aumenta la frequenza.
Sta per dire.
«Sei impazzita».
Non riesce, la bocca si apre, si chiude.
Nel mentre nessuna delle due parole supera la linea immaginaria dei denti.
Silenzio.
Quella roba con la maglia gialla e i pantaloncini rossi si rotola.
Si dimena inutile nella poca erba rimasta sul nostro campo.
Ha anche una bella voce di merda, stridula.
Urla in una specie di falsetto, sembra falsa, teatrale.
Dovrebbe solo ringraziare il signore.
Se mi avessero lasciato carta bianca piangerebbe e basta.
Starebbe sdraiata in qualche macchina, inventata ambulanza di fortuna, in viaggio verso il pronto soccorso, in viaggio verso una decina di punti di sutura.
Quelle meravigliose scarpe rosse.
In pelle di canguro, con quelle scintillanti 13 punte intercambiabili.
«Sono le scarpe di Kakà».
Raccontava il venditore a strisce alle mie compagne di squadra.
Un lungagnone dinoccolato che piegava la scarpa fissando ben oltre i suoi compiti sia Laura che Roberta.
120 euro di scarpa e tocca anche farsi rompere i coglioni da questo personaggio, che a vendita finita ci stressa la vita per venderci anche le sue stramaledette calze.
Usciamo e dopo pochi metri, le mie due amiche si lanciano in commenti sul povero demente.
«Era un po’ coglione il tipo, ma un giro sopra si poteva fare».
Pensai d’essere nervosa per non aver potuto prendere quel che desideravo ma mi sbagliavo.
«Che gusti di merda che avete, tutti i più insignificanti del pianeta vi piacciono, siete proprio le ultime».
Lo dissi con cattiveria immotivata.
Me ne accorsi a metà frase, ma non potevo far marcia indietro.
Rimasi zitta per un centinaio di metri.
«Parli tu, che guardi sfigati con occhiali, o pseudointellettuali del menga».
Risero, di gusto.
«Se invece che fare il brillante con la Roby l’avesse fatto con te non faresti così la preziosa».
Si abbracciarono in una risata sempre più caciarona.
Ed io, ancora muta, capii.
Io gioco terzino destro, la fascia è mia.
Davanti a me la mia ala destra.
Quella coda di cavallo che sbattendo ai lati della testa corre verso la bandierina.
Calpesta la linea bianca, calcia il pallone qualche metro oltre il difensore e corre a prenderlo.
Si muove agile, nella grazia dei nostri immacolati calzoncini.
La fisso ogni domenica mattina.
Quella maglietta che le stringe giusto un pelo i fianchi, che forma angoli retti perfetti sulle spalle.
Io, gioco solo per lei.
Cerco di conquistare palla, ad ogni costo.
Alzo la testa e trovo la maniera migliore per servirla, per non metterla in difficoltà.
Continuo nella corsa, seguendola a distanza, non perdendomi neanche un decimo della sua discesa.
Della sua finta di crossare, rientrando verso il centro del campo.
Fino a 3 minuti fa.
Lei, che corre leggera.
L’altra, che le arriva in verticale.
Non guarda neanche la palla, è senza speranze.
Si butta in scivolata con il piede destro in alto, troppo in alto.
La colpisce appena sotto il ginocchio.
Vedo l’arto che si piega, come quei robot a snodi.
Il fuoco.
Pochi decimi e sono li.
È ancora a terra, con il braccio alzato per ammettere il suo fallo.
L’ha visto fare in televisione.
Difensori esperti che quasi sicuri di una ammonizione imminente si autocondannano sperando in un pelo di clemenza.
Può essere, ma non da me.
Io che cartellini non ne ho.
Non ho un fischietto e non corro come questo frocetto spaventato tutto vestito di nero.
Salto a piedi pari.
Salto come fanno i saltatori in lungo.
Atterro nella sabbia della sua gamba.
Riprovo, e invece di giudici con palette in mano e applausi dagli spalti per un salto sopra gli otto metri trovo le braccia robuste di Laura che mi intrappolano da dietro.
Cerco con lo sguardo Roberta.
Ha smesso di rigirarsi dal dolore.
Avvolta da una nuvoletta di fumo del ghiaccio spray.
Beppe il massaggiatore la aiuta ad alzarsi e lei sembra camminare bene.
Posso uscire.
Non aspetto il rosso.
Mi incammino lenta, accompagnata per tutta la durata della recinzione dagli insulti di quello che presumo essere il padre della troiaterzino.
All’ingresso degli spogliatoi un nostro dirigente lo ferma senza bisogno di alzare la voce e mi infilo dentro alla baracca con le docce.
Ho ancora i capelli bagnati e freschi di gel quando rientrano tutte a partita finita.
Si è vinto lo stesso e aspetto con la cresta perfetta che il mister apra la bocca.
«Brave tutte».
«Tu, qualsiasi sarà la squalifica che ti daranno, continuerai ad allenarti ma fino al girone di ritorno non giocherai più, se ti va bene ok, se no sei libera di non venire più».
Un respiro lungo.
«Una cosa del genere, per qualsiasi motivo, non deve più capitare ad una mia squadra».
Prende ancora fiato.
«Hai capito?»
Il tono si alza e lo stomaco mi si contorce.
Come sulle montagne russe.
Ho voglia di piangere.
Guardo le piastrelle bianche del bagno con la turca.
Guardo il soffitto, non riesco a sostenere il suo sguardo, e mi vergogno per questo.
Le altre mi passano accanto, ogni tanto una pacca mentre entrano nella nuvola deforme di vapore che sta impossessandosi di questo stanzone.
Roberta per ultima.
Nel suo bellissimo accappatoio grigionero.
Lo stringe in vita, lasciandolo aperto sul petto.
«Aspetta prima di uscire, che il padre di quella la magari rompe i coglioni, usciamo tutte insieme, non si sa mai».
Passa una mano nel mio gel e và.
Aspetto ed usciamo.
Nessuno.
Le macchine, i motorini, le bici, dividono giocatrici e genitori.
Accensioni e pedalate veloci, in pochi secondi rimaniam le solite tre.
I nostri borsoni blu, sulle spalle, e questa tracolla che ci lascia il segno, rossastro sottile.
Passiamo il cimitero.
Oltrepassiamo i primi semafori, entrando in centro.
Ora di pranzo, di domenica.
Come se un epidemia di rabbia abbia colpito tutti.
Le loro voci che mi raccontano il finale di partita sostituiscono i soliti clacson, le sgommate, il rumore straziante di una frizione che sta per cedere.
Arriviam sotto casa di Laura, che saluta saltellando all’interno del palazzone color crema.
Ripartiamo e imbocchiamo via Trotti.
Ormai in centro, esiste solo la via principale.
Tutto il resto è morto.
Sepolto.
Parliam poco e di niente.
Ci vedo riflesse nel vetro sporco di un commestibile.
Mi fermo, un attimo.
Centinaia di kinder ed estathè comprati in quel buco.
Adesso solo un cartello giallo.
Una scritta a pennarello.
Uno stampatello stentato, come se a scrivere fosse una persona anziana, titubante.
Dentro, piccole piastrelle rossastre.
Troppo piccole per essere alla moda, con minuscoli puntini neri, che le fanno sembrare perennemente sudice, anche dopo migliaia passaggi di mocio.
Un secchio impalato al muro.
Una scopa verde, appoggiata in un angolo, sembra voler tener su tutto il caseggiato.
Il microscopico bancone, orfano delle sue merendine, delle liquirizie rotonde, tutto solo con il suo marrone sbiadito.
Centinaia di metri, decine di vetrine vuote.
Solo agenzie immobiliari.
Piantine, tramezze, giardini.
Numeri sempre e solo a sei cifre.
Aggettivi.
Signorile, di gran pregio, ubicazione, massima serietà, ottimo investimento.
Certo.
Il fondo della via è illuminato dai giardini pubblici.
Roby mi appoggia una mano sulla spalla prima di attraversare e mettersi dalla parte destra della strada.
Ci salutiamo, sapendo che le nostre strade si dividono da lì a poco.
Sto svoltando verso sinistra tenendo il marciapiede quando mi chiama.
«Aspetta».
Mi giro.
Una fiesta imbocca la via, posizionandosi come una sorta di rete da pallavolo tra noi due.
La guardo, sta per parlare quando il 3 arriva e con la sua mole arancione ci divide.
La stupida reclame sulla fiancata, dello scoiattolino che scoreggia, finisce e lei ricompare.
Al posto del bosco ghiacciato il suo sorriso.
Ha posato il borsone per terra.
«Niente, volevo solo dirti che…»
Audi 100.
«Cosa? Non sento, aspetto che attraverso».
Faccio per attraversare, ma lei con un semplice gesto della mano fa per fermarmi.
«Dicevo, volevo solo dirti che col commesso di Footlocker non ho nessunissima intenzione di scoparci».
Una mano riprende la tracolla e la tira su.
Qualcuno mi infila migliaia di formiche nelle gambe, di cemento armato.
«Ok».
Quella cosa blu col doppiofondo per le scarpe si allontana nel grigio.
Mi scosto dallo spigolo cui ero appoggiata per non cadere.
E’ quasi l’una e mezza quando entro in casa.
Odore di bollito misto e bagnetto mi attacca appena dentro.
Lascio sul pavimento il fardello, appendo la maglia.
La nostra cucina azzurrina si apre col solito panorama.
Un unico piatto, il mio, coperto da un altro per tenere almeno tiepida la carne.
Mia madre che lava decine di piatti.
Fissa le bolle di detersivo e mi saluta con i suoi occhi posteriori invisibili.
Mio padre incastonato nella poltrona a meno di un metro dal tubo catodico.
Risponde al mio saluto con un «mmm».
Nell’aria si sente la voce di un signore distinto.
Sta spiegando con un foglietto in mano un disegno incasinatissimo.
Un qualche progetto di una formula uno.
Il mio vecchio, che a malapena conosce l’oscuro meccanismo che permette ad una ruota di girare, cade come in catalessi.
Discepolo di questo santone benvestito, profeta unico della aerodinamica moderna.
I guanti di plastica affondano nel lavello.
Cercano disperatamente di salvare al gorgo dello scarico forchette e coltelli decisi a farla finita.
«Cara, com’è andata oggi?»
Il bagnetto della zia, piccante come non mai, è fantastico.
Dallo studio chiamano l’ultimo spazio dei consigli per gli acquisti prima del via.
«Vinto 2-0».



