Colazione
24/02/09 04:17 Archiviato in:racconto
{di Alessandro
Milanese}
Quando capisci di aver trovato la persona della tua vita?
Da cosa lo percepisci?
Quali sono i segnali?
Come fai a riconoscerla?
Per me queste domande hanno un solo minimo comune denominatore. Una sola risposta, tutte quante. Una cosa arancio, liquidissima. Rotonda, cagata li in mezzo a del bianco sporco di frittura. E intorno, tutt’attorno, briciole ovunque e nuove macchie su quello che da catalogo doveva essere acciaio inox. Macchie che nonostante tutto tu, solo tu, riuscirai a mandar via.
Tra noi due, sei l’unica che ha il coraggio di fare e riuscire in certe cose. Io, ci provo, sempre, ma annaspo. Non prendo decisioni, non porto allo spendente questo fornello maledetto, con tutti gli smac acciaio del pianeta. Io non ho mai il prodotto giusto, tutto qui, tu sì.
Semplice, ordinario.
Come questo uovo quasi pronto. Guarda in alto da sotto la sottiletta che gli ho appiccicato sopra. Come piace a te. Come la prima volta che hai dormito qui. Alle 6.40 ero già sveglio, rantolavo per casa piano, deciso a non svegliarti. Pensando a cosa prepararti per colazione. Pensando a cosa fare per renderti piacevole aprire gli occhi, con calma. E tu, che da sotto il piumone ridevi, e chiedevi.
«Mi fai un uovo fritto con del formaggio, mi ricorda Londra, ti prego.»
Allora, solo allora, ho capito. I miei presentimenti, i miei pronostici, si erano avverati.
Eri tu, punto.
Un punto colorato in mezzo alle ante nere. Un piccolo sole in mezzo alle nuvole grigie di maniglie, che sbuca da sotto la cappa che non aspira un grammo di fumo ma attira polvere da tutta Europa. Un piccolo raggio nel mio piatto scuro che si riposa sul top bianco. La piccola goccia che bussa alla mia porta. La pioggia che nonostante i chilometri di distanza vuol rendere britannica questa mattina a tutti i costi.
Tu, che rendi speciale ogni mattina.
Speciale questo succo d’arancia intrappolato nel suo tetrapack velenoso. Due fette di prosciutto cotto, quello delle buste. Un piatto a parte, e il mio piccolo vassoio.
I miei passi verso lo stereo. Un tuo cd che in sottovoce parte, lento. Con quel tizio ciccione vestito da donna, che canta come una signora anziana.
Aprirai quei due cosi marroni.
E mi vedrai, seduto, vicino a te. Con il tuo breakfast accomodato sulle gambe, il rotolo di scottex nella mano destra. Carico tutto, e sono pronto. Oscillo ma non lascio niente sul pavimento scuro. Cammino impacciato ma riconosco il parquet (4,99 mtq effetto rovere marrone) della mia stanza da letto. Scosto la porta con il didietro, accendo la luce con il gomito. La fantasia del copripiumone lascia le lenzuola tutte sole. I cuscini non hanno nessuna testa da cullare. Appoggio il cibo, schiarisco la voce, ti chiamo.
Ti cerco.
Fisso il led della luce del bagno. È rosso e segnala che la luce è spenta, morta, non utilizzata. Ritorno sui miei passi. Sono a tre metri dalla cucina. Quella della pubblicità della Stampa. In ultima pagina. Le solite cose, il solito messaggio. Marito, moglie, un bambino irreale. Pulito, non agitato, che aiuta la madre a sbucciare qualcosa. Sorride mentre il padre gli accarezza la testa, in segno di ringraziamento, di gratitudine. Come se tutti quei tondi puliti e verticali infilzati nello scolapiatti fossero merito suo.
Lo stesso scolapiatti che mi hai fatto comprare tu, in promozione. Squadrato e ruvido. Semplice e freddo. Solo, con un unico piatto, un bicchiere, due posate, a tenergli compagnia.
Quando capisci di aver trovato la persona della tua vita?
Da cosa lo percepisci?
Quali sono i segnali?
Come fai a riconoscerla?
Per me queste domande hanno un solo minimo comune denominatore. Una sola risposta, tutte quante. Una cosa arancio, liquidissima. Rotonda, cagata li in mezzo a del bianco sporco di frittura. E intorno, tutt’attorno, briciole ovunque e nuove macchie su quello che da catalogo doveva essere acciaio inox. Macchie che nonostante tutto tu, solo tu, riuscirai a mandar via.
Tra noi due, sei l’unica che ha il coraggio di fare e riuscire in certe cose. Io, ci provo, sempre, ma annaspo. Non prendo decisioni, non porto allo spendente questo fornello maledetto, con tutti gli smac acciaio del pianeta. Io non ho mai il prodotto giusto, tutto qui, tu sì.
Semplice, ordinario.
Come questo uovo quasi pronto. Guarda in alto da sotto la sottiletta che gli ho appiccicato sopra. Come piace a te. Come la prima volta che hai dormito qui. Alle 6.40 ero già sveglio, rantolavo per casa piano, deciso a non svegliarti. Pensando a cosa prepararti per colazione. Pensando a cosa fare per renderti piacevole aprire gli occhi, con calma. E tu, che da sotto il piumone ridevi, e chiedevi.
«Mi fai un uovo fritto con del formaggio, mi ricorda Londra, ti prego.»
Allora, solo allora, ho capito. I miei presentimenti, i miei pronostici, si erano avverati.
Eri tu, punto.
Un punto colorato in mezzo alle ante nere. Un piccolo sole in mezzo alle nuvole grigie di maniglie, che sbuca da sotto la cappa che non aspira un grammo di fumo ma attira polvere da tutta Europa. Un piccolo raggio nel mio piatto scuro che si riposa sul top bianco. La piccola goccia che bussa alla mia porta. La pioggia che nonostante i chilometri di distanza vuol rendere britannica questa mattina a tutti i costi.
Tu, che rendi speciale ogni mattina.
Speciale questo succo d’arancia intrappolato nel suo tetrapack velenoso. Due fette di prosciutto cotto, quello delle buste. Un piatto a parte, e il mio piccolo vassoio.
I miei passi verso lo stereo. Un tuo cd che in sottovoce parte, lento. Con quel tizio ciccione vestito da donna, che canta come una signora anziana.
Aprirai quei due cosi marroni.
E mi vedrai, seduto, vicino a te. Con il tuo breakfast accomodato sulle gambe, il rotolo di scottex nella mano destra. Carico tutto, e sono pronto. Oscillo ma non lascio niente sul pavimento scuro. Cammino impacciato ma riconosco il parquet (4,99 mtq effetto rovere marrone) della mia stanza da letto. Scosto la porta con il didietro, accendo la luce con il gomito. La fantasia del copripiumone lascia le lenzuola tutte sole. I cuscini non hanno nessuna testa da cullare. Appoggio il cibo, schiarisco la voce, ti chiamo.
Ti cerco.
Fisso il led della luce del bagno. È rosso e segnala che la luce è spenta, morta, non utilizzata. Ritorno sui miei passi. Sono a tre metri dalla cucina. Quella della pubblicità della Stampa. In ultima pagina. Le solite cose, il solito messaggio. Marito, moglie, un bambino irreale. Pulito, non agitato, che aiuta la madre a sbucciare qualcosa. Sorride mentre il padre gli accarezza la testa, in segno di ringraziamento, di gratitudine. Come se tutti quei tondi puliti e verticali infilzati nello scolapiatti fossero merito suo.
Lo stesso scolapiatti che mi hai fatto comprare tu, in promozione. Squadrato e ruvido. Semplice e freddo. Solo, con un unico piatto, un bicchiere, due posate, a tenergli compagnia.



