Che giorno era, martedì?

{di Gabriele Naia}

con quelle forbici non sapeva granché cosa fare, ma le aveva prese in mano e ora stava tagliuzzando a caso dei fogli trovati lì sopra la scrivania
quanti fogli bianchi, pensava, tutti sopra quel tavolo... che se ne faceva Sandro di tutti quei fogli bianchi?
dalla finestra spalancata entravano il sole e i pollini che la facevano starnutire, ma le andava bene così, perché con quel profumo di primavera si sentiva bene; e non le pesava la febbre appena smaltita, né i brutti ricordi della litigata della sera prima
poteva tagliarsi un po’ i capelli, questa sì che era un’idea: una bella sfoltita a quella chioma corvina! ma no, diciamoci la verità, non era molto portata per i tagli fai-da-te, sarebbe venuta di certo una schifezza
sì, quella finestra doveva rimanere aperta, e chi se ne frega dell’allergia, perché quel profumo di primavera le ricordava qualcosa, qualcosa di giovane e lontano, forse le prime volte che da ragazzina usciva alla sera
e c’erano i ragazzi che ci provavano, e c’era lei che sperimentava i trucchi prima di trovarsi con le amiche, si faceva bella e profumava e sentiva su di sé gli sguardi curiosi; pieni di ormoni
e cavolo, chi se lo ricordava più Giacomo, il primo bacio... era passata proprio un’eternità

i fogli, ormai diventati quadratini, sembravano coriandoli; all’ultimo carnevale lei e Sandro non si erano nemmeno vestiti, che tristezza, gli anni precedenti sì ed era uno spasso, una volta avevano fatto Bonnie e Clyde, persino
quante cose belle aveva fatto, cose che rimangono, anche se proprio non capiva perché diavolo Sandro tenesse tutti quei fogli bianchi sulla scrivania! e che stronzo la sera prima, non aveva parole, poi mettersi a litigare per una cazzata quando lei aveva ancora la febbre, cose che proprio non capiva
lei quel profumo di primavera se lo ricordava bene, che roba quando con Paola si erano prese la prima balla di alcol, con la birra comperata al supermarket, Paola aveva la casa libera e così si erano date alla pazza gioia; era in maggio, come ora, e la scuola stava per terminare
ma là era già dopo Giacomo, perché all’epoca di Giacomo la birra doveva ancora berla, la prima l’aveva presa al pub con lui; quando erano usciti la seconda volta e lui poi l’aveva riaccompagnata a casa in macchina, perché era più grande e aveva già la patente
però dalla parrucchiera bisognava proprio andare, c’era da fare qualcosa con quella chioma corvina che con il caldo diventava un supplizio

chissà, magari quei quadratini di carta poteva tenerli davvero per l’anno dopo, avrebbe potuto usarli come coriandoli in Piazza San Marco, ma tanto, figurati se avrebbero fatto qualcosa
ma che vuoi, ormai andava per i trenta, lei; ad una certa età non si pensa più solo al divertimento, bisogna mettere la testa a posto, quindi al diavolo i coriandoli-fatti in casa: li aveva buttati nel cestino ed era andata a farsi un caffè
sarà stato perché quella notte aveva dormito male, o perché le piaceva la caffeina, fatto sta che aveva bisogno di una moka, anche se erano le quattro e mezza del pomeriggio; quella notte, dopo la scenata di poche ore prima, Sandro aveva avuto il coraggio di piazzarle una mano sul culo mentre dormiva, nella speranza di scopare... che razza di stronzo!
mentre beveva dalla tazzina fumante sentiva il profumo della primavera perdersi nell’aroma caldo che le saliva su per il naso, così aveva deciso di riappoggiare la tazzina e andare alla finestra; che giorno era, martedì? ancora due giorni e doveva tornare a lavoro

e che ridere la prima volta che l’avevano fatto, lei e Giacomo, lui non riusciva a infilarsi il preservativo, ché l’aveva preso chissà dove, era uno di quelli poco affidabili; così erano usciti e ne avevano comperato una confezione al distributore automatico, ottomila lire, il display segnava le 22:14; se lo ricordava ancora
aveva voglia di ascoltare jazz in quel momento, non sapeva perché, visto che non l’aveva mai ascoltato
e aveva voglia di fare sesso, aveva voglia di masturbarsi, cosa strana per lei; non capitava spesso, colpa dei pollini forse, chi lo sa, queste cose hanno sempre del misterioso
starnutì e fu felice di questo, perché le sembrava che la primavera le fosse entrata nei polmoni e nel corpo, e allora tornò alla tazzina e bevette il caffè; si toccò la fronte per sentire se aveva febbre, non sembrava, ma per sicurezza si infilò il termometro sotto l’ascella, non si sa mai
vide che un coriandolo-fatto-in-casa le era rimasto appiccicato sulla manica di cotone, lo appallottolò e lo lanciò dalla finestra, per un momento sembrò un polline come gli altri
e, no: non era più innamorata, l’aveva capito, forse doveva essere triste per questo, ma non si sentiva così.

Pensava alla sua chioma corvina...