Charme sincopato [chiacchiere di musica/7]
08/08/08 03:38 Archiviato in:charme
sincopato
{di Gabriele
Naia}
Qualche settimana fa ho riletto L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, di Alessandro Baricco. Un libricino di un centinaio di pagine neanche, che affronta la rottura avvenuta nel XX secolo tra la musica cosiddetta “colta” e il grande pubblico, divenuto col tempo sempre meno vasto e sempre più di nicchia. La ragione, secondo Baricco, dovrebbe trovarsi nel fatto che questi consumatori, nonché i compositori stessi, si sono progressivamente arroccati nell’idea che la loro sia una musica di grado superiore. Colpa di una tradizione proveniente dal secolo precedente, che dovrebbe però essere adeguatamente rivista.
L’idea quindi che la musica colta sia migliore della “musica leggera” sarebbe un preconcetto che allargherebbe sempre di più la frattura tra coloro che si considerano privilegiati – in grado di capire e apprezzare un linguaggio spesso assai ostico – e il resto delle persone che questo linguaggio non lo parlano e a cui nemmeno piace. Anton Webern, circa un’ottantina di anni fa, diceva che la dodecafonia col tempo sarebbe entrata nel patrimonio culturale collettivo, acquisendo uno statuto pari a quello, ormai più che consolidato, della musica tonale. Si trattava solo di abitudine, in poche parole. In realtà la serialità dodecafonica continua ad essere apprezzata solo dagli addetti ai lavori.
Non volevo parlare del libro di Baricco, a dirla tutta, ma per arrivare a quello che mi interessa mi serviva fare questo percorso.
Arancia meccanica, oltre ad essere una riflessione sul libero arbitrio, sulla natura dell’uomo e sul ruolo della Giustizia, affronta proprio questo problema: la presunta moralità di chi fruisce un certo tipo di arte. Nel 1971, Kubrick constatava l’ingenuità del preconcetto secondo cui un criminale debba per forza essere un depravato totale, privo di gusto e intelletto. Alex è un fan sfegatato di Beethoven, ma non si astiene affatto dalla pratica dell’“amata ultraviolenza”. La sua colonna sonora è fatta della Nona Sinfonia del Ludovico Van (come lo chiama lui), della Gazza ladra e del Guglielmo Tell Rossiniani, mentre le sue giornate sono scandite da stupri, pestaggi – quando qualcosa non va storto e non ci scappa pure il morto. Quello che ci si domanda, allora, è: dov’è finita la superiorità morale e intellettuale che l’Arte (rigorosamente con la “A”) un tempo dava? E se non la custodisce più una musica che tende all’Assoluto, perché mai dovrebbe custodirla una musica incomprensibile e fastidiosa come quella di un Boulez o di uno Stockhausen?
Ma siamo sicuri che l’arte abbia mai promesso un qualche tipo di superiorità? Alla prossima.
Qualche settimana fa ho riletto L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, di Alessandro Baricco. Un libricino di un centinaio di pagine neanche, che affronta la rottura avvenuta nel XX secolo tra la musica cosiddetta “colta” e il grande pubblico, divenuto col tempo sempre meno vasto e sempre più di nicchia. La ragione, secondo Baricco, dovrebbe trovarsi nel fatto che questi consumatori, nonché i compositori stessi, si sono progressivamente arroccati nell’idea che la loro sia una musica di grado superiore. Colpa di una tradizione proveniente dal secolo precedente, che dovrebbe però essere adeguatamente rivista.
L’idea quindi che la musica colta sia migliore della “musica leggera” sarebbe un preconcetto che allargherebbe sempre di più la frattura tra coloro che si considerano privilegiati – in grado di capire e apprezzare un linguaggio spesso assai ostico – e il resto delle persone che questo linguaggio non lo parlano e a cui nemmeno piace. Anton Webern, circa un’ottantina di anni fa, diceva che la dodecafonia col tempo sarebbe entrata nel patrimonio culturale collettivo, acquisendo uno statuto pari a quello, ormai più che consolidato, della musica tonale. Si trattava solo di abitudine, in poche parole. In realtà la serialità dodecafonica continua ad essere apprezzata solo dagli addetti ai lavori.
Non volevo parlare del libro di Baricco, a dirla tutta, ma per arrivare a quello che mi interessa mi serviva fare questo percorso.
Arancia meccanica, oltre ad essere una riflessione sul libero arbitrio, sulla natura dell’uomo e sul ruolo della Giustizia, affronta proprio questo problema: la presunta moralità di chi fruisce un certo tipo di arte. Nel 1971, Kubrick constatava l’ingenuità del preconcetto secondo cui un criminale debba per forza essere un depravato totale, privo di gusto e intelletto. Alex è un fan sfegatato di Beethoven, ma non si astiene affatto dalla pratica dell’“amata ultraviolenza”. La sua colonna sonora è fatta della Nona Sinfonia del Ludovico Van (come lo chiama lui), della Gazza ladra e del Guglielmo Tell Rossiniani, mentre le sue giornate sono scandite da stupri, pestaggi – quando qualcosa non va storto e non ci scappa pure il morto. Quello che ci si domanda, allora, è: dov’è finita la superiorità morale e intellettuale che l’Arte (rigorosamente con la “A”) un tempo dava? E se non la custodisce più una musica che tende all’Assoluto, perché mai dovrebbe custodirla una musica incomprensibile e fastidiosa come quella di un Boulez o di uno Stockhausen?
Ma siamo sicuri che l’arte abbia mai promesso un qualche tipo di superiorità? Alla prossima.



