Charme sincopato [chiacchiere di musica/5]

{di Gabriele Naia}

L’ultima volta era venuta fuori la questione musica-immagini. A questo punto mi piacerebbe fare un piccolo discorso sulle colonne sonore, ma, visto che l’altra volta non ho mantenuto la promessa di leggerezza, cerco di farmi perdonare e dedico la puntata ad una cosa meno “impegnata”.

Jeff Buckley. Non voglio stare qui a raccontare la storia della sua vita, ché tanto ormai la conoscono tutti. Scelgo di parlare degli ultimi quindici secondi di Eternal Life, traccia 9 di Grace. Perché? Non c’è una ragione precisa. Trovo semplicemente che in questo finale ci sia una chicca in cui si può ascoltare tutta la potenza vocale di questo ragazzo californiano. Eternal Life non è chissà che canzone. Giro molto comune, banalmente rock, senza grandi variazioni o sviluppi. Di gran lunga inferiore rispetto ad altre tracce dell’album. Ma questo non fa che impreziosire la chicca anticipata.

A 4',22'' succede questo: la canzone, fino ad ora, è progredita in maniera molto lineare; nel frattempo la voce si è caricata, è cresciuta poco a poco e si prepara per esplodere; si consuma anche l’ultimo giro della strofa dopo la pausa, tra un accordo e l’altro la chitarra si inserisce con qualche bending su pentatonica, da lontano fa progressivamente capolino una tastiera che abbozza uno sfondo, poi il basso abbandona il giro canonico do-sol-la e inizia con una serie di note in salita; a questo punto Jeff Buckley parte, pianta come fosse un chiodo un re in falsetto, lo conficca al ventiduesimo secondo del quarto minuto, la nota gli parte dal petto, riempie la gola, attraversa il naso ed esplode dentro la testa. È sempre un re, non cambia, ma dura ininterrottamente per dieci secondi filati, creando una sonorità che disegna il decollo di un aeroplano. Ho ascoltato e riascoltato questi dieci secondi qualche centinaia di volte, e puntualmente mi viene la pelle d’oca. Certo, la batteria qui aiuta non poco, ma rimane il fatto che anche lei segue la voce, ne è completamente vincolata, come fosse il cane a guinzaglio del padrone. Idem per sovraincisioni di chitarra e tastiere.

Trainata da questo acuto, resa improvvisamente febbrile da una scarica d’adrenalina, in questi dieci secondi la canzone spicca il volo. Come un aereo di linea coi suoi tempi lunghi, che prima fa manovra, poi si avvicina alla pista, aspetta i segnali, inizia a muoversi lentamente, poi prende velocità, sempre di più, ancora di più, inizia a tremare, c’è un attimo di vuoto e, finalmente, ti ritrovi in aria, in diagonale, con la linea dell’orizzonte sbilenca e quel vago senso di vertigine. Alla prossima.