charme sincopato [chiacchiere di musica/2]

{di Gabriele Naia}

L’altro giorno scendo a comprare le sigarette, e vedo una decina di persone ferme in mezzo alla strada, che guardano verso la curva su cui termina la mia via. Incuriosito mi volto anch’io, e vedo una macchina di quelle fiche, che corrono sfiorando praticamente l’asfalto, probabilmente una di quelle con le portiere che si aprono all’insù. Poteva essere una Lamborghini, o una Maserati; non so perché non me ne intendo di macchine. Fatto sta che c’era questa pantera della strada, color viola prugna, che faceva retromarcia nel bel mezzo della curva. Andava pianissimo, praticamente sembrava ferma, anche perché alla minima pressione dell’acceleratore si sentiva il motore rombare. Finché non ha ingranato la prima e si è allontanata ruggendo di potenza.

È lì che mi sono reso conto di quanto mi gasino i rumori dei motori. Quelli belli, si intende, come quello dell’esempio in questione. Hanno un suono corposo, pieno, che si espande nell’aria. Vanno dal borbottio della stasi all’urlo dell’impennata che ti schiaccia sul sedile. Suoni del genere me li vedrei bene in un’orchestra d’avanguardia, al posto, che so, di corni e oboi.

Mi viene in mente John Cage, che nel 1951 compose Imaginary Landscape n° 4, brano per 12 radio, 24 esecutori e 1 direttore. Ogni radio veniva gestita da due esecutori, di cui il primo controllava la frequenza e la sintonizzazione, il secondo il volume. La metrica, il tempo e l’“armonizzazione” erano rigorosamente impostati a priori, sfruttando l’I Ching, il libro cinese dei mutamenti basato sulla casualità. Quello che non si poteva prevedere era che cosa avrebbero trasmesso le singole radio al momento dell’esecuzione. Ciò che viene chiamato “carattere aleatorio”.

A questo punto mi domando se qualcuno abbia mai usato motori di macchine da corsa per una composizione. Perché ormai è chiaro che, da almeno cinquant’anni a questa parte, la distinzione tra suono e rumore non esiste più. Tutto può essere usato per fare musica. Sempre Cage aveva inventato il cosiddetto “pianoforte preparato”, un piano tra le cui corde venivano inseriti – sempre seguendo precisissime indicazioni – oggetti di varia natura utili a storpiare il suono. Ne risultava che al momento dell’esecuzione lo strumento cambiava totalmente faccia, mischiava note lunghe e cristallinee a suoni ammutoliti, che smorzavano il ritmo del brano. Se avete occasione, ascoltate Works for Prepared Piano, e capirete.

E se sapete di composizioni per motori di Lamborghini o simili, fatemi sapere. Ché sono curioso. Alla prossima.