Charme sincopato [chiacchiere di musica/10]
19/09/08 19:27 Archiviato in:charme
sincopato
{di Gabriele
Naia}
Undicesima puntata. E ultima. Non lo sapevate? Nemmeno io. Prima di iniziare non mi sono dato una scadenza precisa. Ma arrivato fino a qui mi rendo conto che non so per quanto ancora potrei andare avanti ad improvvisare, tenendo l’attenzione bene o male viva. Come dissi alla prima puntata: ad improvvisare si impara. Aggiungo ora: l’importante è capire quando è ora di concludere l’assolo, tacere e lasciare la parola ad un altro. Quindi, con questa vi saluto. Non è detto che più avanti non ci sia un’altra jam-session, comunque.
Più volte mi hanno, e mi sono chiesto che disco porterei sulla fatidica isola deserta. Il fatto è che, per me, ce ne sarebbero come minimo una ventina. Quello che allora faccio, in questi casi, è pensare ad un disco che possa esprimere la mia vita. Detta così suona come una cazzata, ma se ci pensate è questo quello che si chiede con la domanda «Cosa porteresti nell’isola deserta?». Non qualcosa che piaccia, che emozioni, o che aiuti un certo sentimento, ma un’opera che rappresenti quello che sei, che sei stato e che vorrai essere. Qualcosa che sia te stesso, e che proprio per questo non possa rimanere dall’altra parte. Una sorta di traccia o di impronta digitale. Come fai a partire per sempre senza impronte digitali? Sarebbe come lasciare la propria identità scomparire, diventando per il resto dei propri giorni un non-più-te.
Be’: sono giunto alla conclusione che per me questo disco è il Vienna Concert di Keith Jarrett, anno 1991 (alla faccia se nel ‘91 non sono usciti bei dischi!). Non sto qui a spiegarvi il perché, dal momento che immagino non freghi niente a nessuno e, tra l’altro, su questo concerto ho già in parte scritto. Ma a dirvi: provate ad immaginare, se non l’avete già fatto, un disco che secondo voi esprima la vostra vita e, sopratutto, che esprima quello che vorreste fosse il vostro epilogo. Anche perché poi scattano tutta una serie di giochetti interessanti, tipo scritta sulla lapide, modalità del funerale e via dicendo. In un delirio di passione per Jarrett, ieri sera ho deciso di far scrivere sulla mia lapide (speriamo che passi tanto tempo da farmi dimenticare questa scelta) semplicemente “Concerto di Vienna, 1991”. Ma su questo penso cambierò idea.
Comunque sia, ora lo sapete, con me sull’isola deserta porterei Keith Jarrett. Sarei curioso di sentire la scelta di qualcuno di voi lettori.
Con questa puntata, un po’ lenta e sfumata, vi saluto, sperando in qualche commento che sveli l’essere-in-un-disco di qualcuno. A presto.
Ah, dimenticavo: è stata un bella jam.
{per le altre puntate: qui}
Undicesima puntata. E ultima. Non lo sapevate? Nemmeno io. Prima di iniziare non mi sono dato una scadenza precisa. Ma arrivato fino a qui mi rendo conto che non so per quanto ancora potrei andare avanti ad improvvisare, tenendo l’attenzione bene o male viva. Come dissi alla prima puntata: ad improvvisare si impara. Aggiungo ora: l’importante è capire quando è ora di concludere l’assolo, tacere e lasciare la parola ad un altro. Quindi, con questa vi saluto. Non è detto che più avanti non ci sia un’altra jam-session, comunque.
Più volte mi hanno, e mi sono chiesto che disco porterei sulla fatidica isola deserta. Il fatto è che, per me, ce ne sarebbero come minimo una ventina. Quello che allora faccio, in questi casi, è pensare ad un disco che possa esprimere la mia vita. Detta così suona come una cazzata, ma se ci pensate è questo quello che si chiede con la domanda «Cosa porteresti nell’isola deserta?». Non qualcosa che piaccia, che emozioni, o che aiuti un certo sentimento, ma un’opera che rappresenti quello che sei, che sei stato e che vorrai essere. Qualcosa che sia te stesso, e che proprio per questo non possa rimanere dall’altra parte. Una sorta di traccia o di impronta digitale. Come fai a partire per sempre senza impronte digitali? Sarebbe come lasciare la propria identità scomparire, diventando per il resto dei propri giorni un non-più-te.
Be’: sono giunto alla conclusione che per me questo disco è il Vienna Concert di Keith Jarrett, anno 1991 (alla faccia se nel ‘91 non sono usciti bei dischi!). Non sto qui a spiegarvi il perché, dal momento che immagino non freghi niente a nessuno e, tra l’altro, su questo concerto ho già in parte scritto. Ma a dirvi: provate ad immaginare, se non l’avete già fatto, un disco che secondo voi esprima la vostra vita e, sopratutto, che esprima quello che vorreste fosse il vostro epilogo. Anche perché poi scattano tutta una serie di giochetti interessanti, tipo scritta sulla lapide, modalità del funerale e via dicendo. In un delirio di passione per Jarrett, ieri sera ho deciso di far scrivere sulla mia lapide (speriamo che passi tanto tempo da farmi dimenticare questa scelta) semplicemente “Concerto di Vienna, 1991”. Ma su questo penso cambierò idea.
Comunque sia, ora lo sapete, con me sull’isola deserta porterei Keith Jarrett. Sarei curioso di sentire la scelta di qualcuno di voi lettori.
Con questa puntata, un po’ lenta e sfumata, vi saluto, sperando in qualche commento che sveli l’essere-in-un-disco di qualcuno. A presto.
Ah, dimenticavo: è stata un bella jam.
{per le altre puntate: qui}



