La differenza
La lingua, in
rispondenza alla sua funzione di dominare le
situazioni, deve anche adattarsi al caos che compare
in esse: la lingua deve lasciar aperta al parlante la
disponibilità di innovazione creatrice che
corrisponde alla casualità della situazione. Ciò vale
già, per esempio, per l’espressione di sentimenti del
parlante non completamente risolvibili in segni
prefissati.
L’incompiutezza strutturale della lingua rende
possibile la poesia.
– Heinrich Lausberg
Mia madre mi ha
raccontato almeno un paio di volte di quando uno
specchio le è caduto addosso.
Era da poco morto suo padre, lei avrà avuto sette,
otto anni – adesso non ricordo. La nonna le aveva
chiesto di andare in camera a prenderle qualcosa. La
camera dove il nonno era stato sdraiato sul letto,
col vestito buono, prima di essere incassato. La
camera che, come in un sacco di altre storie, era
all’ultimo piano della casa, in fondo a un corridoio
buio dopo una serie di ripidi scalini di marmo. Mia
madre dice che la nonna lo faceva
apposta.
L'uomo fra le nuvole
Era un uomo che viveva fra le nuvole. No, non era un aviatore e nemmeno un gabbiano, pur appartenendo al regno animale e non vegetale. Viveva fra le nuvole perché era molto alto? Be’ non esageriamo anche se sfiorava il metro e ottanta il che è ragguardevole di questi tempi, ma non sufficiente a lambire il cielo.Continua a leggere ->
Grosso guaio a Teletubbi-landia
Il produttore della Bbc, Billy Olsen, assicurò che nulla era stato toccato. La scena che avevano davanti era la stessa che aveva trovato lui stesso solo un’ora prima, quando lo avevano avvertito. Tinky Winky giaceva riverso nel laghetto con la stessa espressione inebetita che teneva quando era in vita. Il lungo corpo grasso ricoperto di pelliccia viola giaceva immerso nell’acqua fino alla vita. Teneva avvinghiata al petto la borsetta rossa dalla quale non si separava mai e dal monitor grigiastro che gli ricopriva lo stomaco arrivava ancora qualche scarica elettrica, come quelle di un televisore andato in corto circuito. Una specie di rantolo sempre più affievolito per un corpo che la vita stava abbandonando. Continua a leggere ->
Il surgelato tra esegesi e purificazione
Il mio sogno è sempre stato quello di fare il traduttore. Adesso l’ho realizzato.
Grazie al fatto che sono in possesso di alcune lauree in Lettere classiche e in Lingue e Letterature Straniere (nonché di un paio di Master in traduzione simultanea) e grazie alla pubblicazione dell’ultima delle mie tesi di dottorato (quella strutturata intorno al tema dell’influenza del superstrato germanico sul lessico italiano), ma forse soprattutto per merito dei miei studi sul passaggio dalle tetrapodie alle trocaiche in seno alla metrica ritmica e per il fatto che conosco sedici lingue, tra le quali figurano quelle khoisan caratterizzate dalle consonanti clic, l’ho realizzato.Continua a leggere ->
Il padre di Giulia
Quell’estate tornavo dal mare in anticipo, a causa degli esami.
L’abbronzatura evidente – un’assoluta novità per me – ci rendeva tutti uguali all’Esselunga di Washington.
Eravamo un mucchio di milanesi con la scritta “sonostatoaSanta-chefigata-sempresole” tatuato provvisoriamente sulla pelle.
Tanti soldatini abbronzati in coda alle casse.Continua a leggere ->
Zufoli e belli pensieri
Sono un simpatico ragazzo pachistano che vende zufoletti all’angolo della strada. Vendo anche maglioni in lana cotta e quadernini dove annotare i belli pensieri, con delle rose in copertina o dei bouganville, o delle azalee. Si tratta di fiori che stimolano i belli pensieri e la voglia di comunicare con qualcuno, poi siccome quel qualcuno non sempre c’è allora ecco il quadernetto dei belli pensieri che corre in nostro soccorso! Gli zufoletti emettono due o tre suoni a seconda di quanto costano. Sono di bambù annodati con della lana rossa o verde o gialla o tutticolori. In realtà non c’entrano niente col Pakistan, c’entrano di più con gli indiani d’America, ma la gente non ci fa caso anche perché molti pensano che io sia indiano (dell’India) e la gente non sempre sa che l’indiano dell’India non è la stessa cosa dell’indiano d’America.Continua a leggere ->
Uguale
Ti ho trovato in un
cul-de-sac,
Ed eri quanto me meravigliato.
Thomas Pynchon, L’arcobaleno della
gravità
ormai intrattengo relazioni con altri esseri umani al solo scopo di convincermi di non essere al punto di aver bisogno dell’aiuto di uno specialista. no. scherzo. io ce l’ho, l’aiuto di uno specialista. una, anzi. la dottoressa amalia cambiasi negretti – o AMANDA.
Continua a leggere ->Bagnati di luce
Salimmo in macchina che eravamo già ubriachi. Destinazione: bere. Era questa la nostra prospettiva. Una specie di mestiere comune, che ci univa nella distanza.
Gianpiero parcheggiò male, davanti a questo locale un po’ fuori mano. Non appena entrammo, ci accolse una ventata di aria calda e umida. Il posto era pieno. Era venerdì e i ragazzi di prospettiva come noi, erano già tutti lì che ballavano, che parlavano e bevevano a gruppi di tre o quattro. Attraversammo lo stanzone e ci dirigemmo verso la zona all’aperto. Una specie di piccolo giardino con un pozzo al centro e qualche tavolo intorno. Naturalmente erano tutti occupati. Facemmo tappa al bancone, senza aspettare di guardarci intorno. «Mettici un altro po’ di vodka, che cazzo».Continua a leggere ->
Festa comandata
Da dove salgo oggi? Magari passo dal bar e poi prendo la rampa del padiglione nuovo.
Ma sì.
Pavimento scivoloso: prestare attenzione.
Stanza 2
Ciao mà. Come sono oggi? Gialle come ieri?
Le feci?
No, le unghie.
Sì.
Gli occhi?
Gialli.
Per l’ittero?
Sì.Continua a leggere ->
Panico!
La notte, prima di addormentarmi, ho paura della morte: per infarto, asfissia, annegamento, aneurisma, enfisema; ho paura della morte violenta, dell’assassinio, della tortura, della rapina a mano armata; ho paura della morte accidentale (questa libreria potrebbe collassare sulla mia testa?) e della morte autoindotta – il suicido.
Per strada invece ho paura della gente. Cosa ci fa quell'ombra nascosta dietro il muro? Quel gruppo guarda verso di me? E se fossero naziskin? Terroristi islamici? Ebrei sefarditi?Continua a leggere ->
Il talento
A quarantacinque anni Michelangelo Antonioni girava Il Grido, David Lynch aveva già fatto Cuore Selvaggio, Federico Fellini cominciava a pensare al Satyricon. Invece lui, Stefano Miceli, a quarantacinque anni suonati viveva da scapolo in un bilocale al sesto piano tra la Nomentana e la Circonvallazione Orientale: dalla finestra del cucinotto si vedeva la forma marziana della Centrale del Latte di Roma. Quest’immagine della Centrale del Latte – un demenziale ammasso di tubi di metallo e silos che sembrava sintetizzare perfettamente la miseria della sua condizione attuale – non gli si staccava dalle pareti del cervello mai, neanche adesso, mentre la voce del comandante, incomprensibile, annunciava ai passeggeri qualcosa in lituano.Continua a leggere ->
L’impercettibile raddoppiamento notturno
L’estate ho la netta impressione che sono un fantasma oppure che non ho più un corpo. È una sensazione che si accresce man mano che agosto avanza, raggiunge il suo massimo a ferragosto, poi dopo sciama via via dentro un altro concetto di esistenza, fino alla latenza di settembre. C’è un’attesa continua, quasi una rappresentazione dell’idea che ho del nulla, stare ad aspettare per un tempo infinito in un posto come un ricovero o dentro una vasca in cui si galleggia. Per un nevrotico insofferente come me l’unica speranza è trovare qualcosa da fare, scaricare le energie in eccesso, fare di corsa tutto il portico di San Luca in salita e in discesa. Purtroppo ho una gamba rotta.Continua a leggere ->
Facce
Il cubo di Rubik si scrive con la kappa finale, non con la q. Io pensavo con la q. Tipo Iraq. Cubo di Rubik, invece, si scrive con la kappa finale. Rubik come Bostik. La colla Bostik: me lo ricordo, quell’odore. Comunque il cubo di Rubik a me m’ha sempre sconfitto in partenza. Non ci ho mai saputo fare. È più forte di me. Me li vedo quei video su Youtube, in cui ci sono certi ragazzini campioni del mondo che lo risolvono in quattro e quattr’otto, il cubo. E quando dico quattro e quattr’otto intendo proprio quattro e quattr’otto: roba di otto secondi, massimo dieci. Si mettono lì, davanti a un giudice e un pubblico, con un cubo di Rubik tutto scombinato e, tac, in un attimo lo rimettono sul tavolo bello che completato. Il cubo di Rubik. Tutte le facce di un colore. Una magia. Continua a leggere ->
A night like this - versione originale
Con Dio puoi prenderti delle libertà che con gli uomini non puoi prenderti
{questo racconto è stato originariamente pubblicato su rivistainutile.it il 24 e il 31 luglio 2007}
Il ragazzo è seduto al bar da qualche minuto e aspetta un caffè. Apre il libro alla pagina a cui l’aveva lasciato l'ultima volta e inizia a leggere qualche frase qua e là, per non restare con le mani in mano. Quando il barista appoggia la tazzina sul suo tavolo, nel bar entra un uomo - un uomo assolutamente anonimo - che si siede al banco, davanti alla cassa. Il barista torna al bancone facendo saltellare il vassoio sulla mano destra, lo appoggia vicino al lavandino, prende un bicchiere vuoto, lo riempie di vino e lo mette proprio davanti agli occhi dell'uomo che è appena entrato.
«Impeccabile» fa questo.
Il barista nemmeno risponde. Passa una spugna, asciuga alcuni bicchieri e si mette a scarabocchiare dei conti su un quadernetto.Continua a leggere ->
Esilio
Me l’avete fatta ieri, la barba. Se ne vada.
Ero rimasto. Aveva pianto. Una volta facevo il medico, aveva supplicato. Così ero uscito. Mi chiamava infermiere ed ero uguale a tutti gli altri. Io gli rispondevo, buongiorno dottore, perché era mio padre. Aveva negli occhi le domeniche di pioggia, guardava il grigio dimenticando di averlo già visto.Continua a leggere ->
Perché con la luna piena ti trasformi in un caprone boliviano?
Mi hai regalato un maglione verde a strisce orizzontali. Abbiamo cenato in salone. Abbiamo fatto l’amore con le tende aperte e le candele accese. Io, intanto, guardavo fuori.
Quando ti ho detto di andare ti sei rifiutata. Hai detto di sapere già tutto.
«Tutto cosa?» ho chiesto.
«Della luna piena.»Continua a leggere ->
Nei rapporti ci vuole coerenza
Erano le dieci di sera e non aveva ancora chiamato.
Di solito, lo faceva intorno alle otto, otto e mezza. Un giorno sì e uno no.
Con una sedia andò in anticamera. Si sedette davanti al telefono e attese. Poi si alzò, tornò in cucina e mise la padella sul fuoco. Aggiunse olio. Prese dalla credenza una scatoletta di pelati e scoppiò in lacrime.
«Perché non chiami?» singhiozzò.
Gemendo, spense il fornello e tornò al telefono.
Passò un minuto. Due. Cinque. Continua a leggere ->
Occhi bassi
Era maggio, verso la fine.
Dalla terrazza si poteva godere di un paesaggio da cartolina: il bianco e l’azzurro del porto di Acitrezza, i Faraglioni neri resi ancora più neri dal cielo nuvoloso. Di tanto in tanto un raggio di sole stretto e lungo come uno spillo illuminava qualche barca del porto: le più giovani ancora in acqua; le altre, dallo scafo sbiadito e vecchio, tirate a secco. Poco più lontano dal molo qualche scheletro d'imbarcazione in fieri, fasciami di legno come lische di pesce abbandonate su un piatto.Continua a leggere ->
Eternity
Erika arrivò davanti al Padreterno e si calò gli occhiali da sole sulla punta del naso. Era bella, era fresca, era morta.
Dio osservò la Sua creatura sputare il chewin-gum nel pugno chiuso della mano e scrollarsi i filamenti di capelli dalle spalle nudeContinua a leggere ->
Pronti freschi
«... a me si sono riempiti gli occhi di lacrime!»
Sono in ufficio, accanto a me Serena continua a chiacchierare.
Susanna è entrata in ufficio poco fa: «Vale, mi faresti un cortesia? Riguarderesti tu la presentazione di Serena? Io sto entrando in riunione con mister Pronti freschi...»
Ha strizzato l’occhio.
«Ma va? Quello di Esselunga?»
«Yes, cara. Da quando il buon Bernardo ha mollato il colpo, il settore marketing è su piazza per affiancare Armando Testa su altre iniziative...e noi, modestamente, siamo in short list!»
«E bravo lo zio Bernardo!» ho esclamato.Continua a leggere ->
Dust lasts
Giovanni si trova davanti un fantasma. Non può essere Silvia quella che ha davanti.
Gli si chiude lo stomaco, gli viene in mente Cristina nel periodo peggiore, quando era ridotta a poco più di uno spettro.
Ha i capelli castani legati in coda, è pallida, meglio, terrea. Struccata. Trascurata. Vestita male. Claudia non è mai trascurata. Non è neppure sportiva. È sempre inappuntabile, impeccabile, curatissima.Continua a leggere ->
La solita strada
Chissà se hanno mandato l’autista a prenderlo.
Claudia ci pensa mentre va alla Sda.
La solita strada.
Com’era quella canzone? La canticchia spesso Vale, è di una francese... Dalida, forse? Sì, Vale la conosce perché è un’appassionata di musica francese. La canzone è in italiano, dev’essere vecchiotta, tipo degli anni settanta forse. Come dice la canzone? La solita strada, bianca come il sale... non se la ricorda bene, lo chiederà a Vale, stasera.Continua a leggere ->
Montagne russe
Giovanni se lo ricorda bene il giorno in cui ha visto Cristina per la prima volta.
È stato alla Bocconi, ormai qualche anno fa, quando ancora non aveva il suo ufficio, lo divideva con altri due colleghi.
Come Claudia, oggi.
No, meglio non pensarci.
Le hostess attaccano la solita trafila, prima di aiutare gli altri infilate la mascherina... and breathe normally...
Chiude gli occhi, odia i voli così veloci, non si riesce a lavorare, neppure il tempo di aprire il computer. È poi è un continuo andirivieni di hostess, prima lo snack, poi l’acqua... che palle. Continua a leggere ->
La vita pura
È inutile stare a pensarci. È passato del tempo, io non – non ricordo, ecco, com’è iniziata ma la scelta, la scelta, è stata presa anni fa. Sarebbe come chiedersi – non so se ci si pensa mai, poi – perché si è figli di quelle persone e non di altre, perché si è nati in un posto piuttosto che in un altro e – ma io sono nato lì, per questo ho scelto, ho scelto una cosa piuttosto che un’altra – non dico niente, non dico che è stato bene o male, dico solo che è questo, che è questo che ho fatto – io, anni fa.
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Domenica
Come Ilaria ci ha gentilmente fatto notare, ci siamo dimenticati di dire che questo è il primo capitolo del suo nuovo romanzo, I provinciali. Ci cospargiamo il capo di briciole di pane (la cenere no, però, eh!).
Siamo tutti qui, come ogni domenica. Seduti al vecchio tavolo di noce a passarci piatti fumanti e il fiasco del vino. Ci sono tutti, che il pranzo della domenica non ammette assenti. Mia moglie, mia figlia maggiore con suo marito, mia figlia minore, mio nipote, la mia nipotina. Ci sono anche io, che sono morto ormai da cinque anni. Eppure ogni domenica li guardo mangiare, parlare, ridere, discutere. Osservo la piega che solca il viso di mia figlia Emma e le mani annerite di suo marito Lorenzo, studio le rughe di Concetta, l’espressione assente di Lucia, la lentezza di Andrea, la risata di Chiara, l’unica che mi somiglia davvero. Mi chiamo Gino e ho 68 anni, o almeno li avevo prima dell’infarto, da lì ho smesso di contare gli anni, che l’età perde d’importanza quando si muore. Continua a leggere ->
Le nubi sono già più in là
Vittorio dà una sbirciata al cellulare.
Poi sbuffa e lo spegne, guardandosi intorno come per verificare che nessuno lo stia controllando.
Lo vedo benissimo. È all’ingresso con Tommaso, il suo cagnolino fedele, che lo guarda adorante. Mi aspetto quasi quasi che gli tiri un bastoncino e lo faccia correre nello store di Abercrombie.
È mezzanotte passata.
Abbiamo riso fino alle lacrime per la scenetta di Melissa, ho lasciato le ragazze a ballare per andare un attimo in bagno.Continua a leggere ->
Cavoli di Bruxelles
Veronica posa il cellulare sul comodino. Si alza dal letto king-size e avanza verso lo schermo al plasma Samsung.
La camera è meravigliosa. Vorrebbe potersela godere per un po’. Invece questo convegno è stressantissimo. Non sa chi abbia mai potuto avere l’idea di una tre giorni full immersion di tributario internazionale.
Perché fanno i letti così grandi? Perché uno si senta più solo? Le manca Vittorio che sbuffa mentre dorme...Continua a leggere ->
Gas
Quello strano odore non mi permetteva di dormire, così decisi di alzarmi e fare un giro per le strade buie del quartiere. Ero convinto che venisse da casa mia, ma ora che sono qui, in mezzo allo squallore e alla solitudine, mi rendo conto che lo strano odore è ovunque.
Ho la sensazione che mi segua.
Rimuovo subito quell’assurda impressione! Un odore non può seguirti, un gas non può guardarti!
Svoltato l’angolo vedo una grossa nube densa che viene riassorbita in un istante dentro un piccolo tubo.
Ora lo strano odore è scomparso.Continua a leggere ->
Abercrombie revenge
«No. Non se ne parla neanche.»
«Dai Claudia... Claudina... Claudietta...»
«No, io al compleanno di Abercrombie non ci vengo neanche se mi imbottite di Lexotan e mi buttate in macchina.»
«Certo Clà, anche perché se la macchina poi la dobbiamo guidare io o Melissa, tu da Abercrombie manco ci arrivi...»
Claudia sorride. È il primo sorriso da quando ci siamo alzate.Continua a leggere ->
Vittorio
Vittorio è a casa sua, in divano. Tiene il Samsung per l’antennina e lo fa oscillare pensieroso. Chissà Vale come la prenderà. Si sente un po’ colpevole per tutti questi alti e bassi.
Come ha permesso a quella ragazzina di entrare a forza nella sua vita?Continua a leggere ->
Colazione
Quando capisci di aver trovato la persona della tua vita?
Da cosa lo percepisci?
Quali sono i segnali?
Come fai a riconoscerla?Continua a leggere ->
Memento
«Mangia... almeno un pochino...»
Sua madre la guarda preoccupata nella grande sala da pranzo della casa di Como.
Suo padre è seduto in divano, non troppo distante, e fa le parole crociate. Volge appena lo sguardo verso il tavolo. Non vuole farsi vedere da moglie e figlia, ma è preoccupato. Non se l’aspettava da Fabrizio. Forse le donne queste cose le capiscono prima? Ma no, neppure sua moglie l’aveva capito.
Sono cose da donne? Forse. Si sente un po’ inutile. Sua figlia soffre e lui non può farci nulla.Continua a leggere ->
Due gocce d'acqua
Francesco e Ferdinando sono gemelli cioè proprio identici. Li vedo sull’autobus. Li vedo bene perché piove il traffico è assurdo due gocce d’acqua e nessuno si muove c’è un gran casino io sono fradicio zuppo. L’autista accende l’aria condizionata perché fa caldo e adesso la pioggia mi si ghiaccia sulla schiena. Di sicuro mi becco la polmonite. Un’altra volta. L’autobus fa un passo alla volta e io nemmeno riesco a prendere dalla tasca dello zaino il lettore emme pi tre srotolare il filo delle cuffie infilarmele nelle orecchie accenderlo premere play sentire un po’ di musica. C’è davvero troppa gente siamo tutti ammassati uno sull’altro riesco a malapena ad aggrapparmi agli appositi sostegni figurati se riesco a fare tutte quelle cose per la musica. Al massimo mi guardo in giro. Ce n’è di tempo.Continua a leggere ->
Rimozione forzata
Melissa è a letto. Non riesce a dormire. Per fortuna il respiro di Claudia e di Valeria è regolare. Ogni tanto Valeria sospira nel sonno. Ha pianto troppo per quel bastardo.
Melissa non ha sonno. Troppa adrenalina dopo ogni closing, troppo stress, troppa stanchezza. Per dimostrare cosa a chi?
Sotto casa passa un gruppo di ubriachi. Gridano e schiamazzano. Per fortuna la Smart grigio ferro di Claudia è parcheggiata lontano, in via Arco. Alla guida è la migliore delle tre. Melissa evita di guidare e per sicurezza ha abbandonato la sua vecchia Opel a Como.Continua a leggere ->
A woman after midnight
Otto e mezza. Ma non chiude proprio mai la Bocconi?
Sto chiamando Claudia ma il cellulare suona a vuoto. Figurati, me la immagino già, sommersa da una pila di compiti - quelli con quel bel bollino blu cooooooosì aspirazionale – con le cuffiette infilate, avvolta nella sua pashmina che corregge come una pazza, non vede nulla, sente solo la musica e si lascia assorbire.
Un po’ la invidio. Io difficilmente riesco a farmi assorbire da una sola cosa. Che sia al telefono con un fornitore, che stia selezionando il locale più cool e glam del momento, che stia facendo una presentazione ad un cliente, ho sempre mille altre cose in testa.Continua a leggere ->
La cercatrice
Susan ha avuto un risveglio nervoso, entrando in cucina ha calpestato deliberatamente la coda del gatto e per un momento è stata colta dall’irrefrenabile desiderio di usar violenza alla caffettiera. Ha pensato di metterla sul fuoco senza prima riempirla d’acqua, solo per il gusto di vederne appassire il manico fino a diventar simile a una goccia di lava vetrificata, ma poi ha preferito sfogarsi rompendo un paio di piatti che languivano nel acquaio così da risparmiarsi la fatica di lavarli. Continua a leggere ->
A man after midnight
Stretta nell’elegantissimo Burberry, Claudia scende con cura i gradini del tram controllando che nessuno le pesti i piedi. Una volta giù, si guarda attorno circospetta, le sue scarpe nere a punta sono alquanto preziose, deve fare attenzione a non sporcarle. In via Bligny stanno i facendo i lavori ed è un vero casino, rimanere attaccati al catrame è un attimo.
Continua a leggere ->
Che giorno era, martedì?
con quelle forbici non sapeva granché cosa fare, ma le aveva prese in mano e ora stava tagliuzzando a caso dei fogli trovati lì sopra la scrivania
quanti fogli bianchi, pensava, tutti sopra quel tavolo... che se ne faceva Sandro di tutti quei fogli bianchi?
dalla finestra spalancata entravano il sole e i pollini che la facevano starnutire, ma le andava bene così, perché con quel profumo di primavera si sentiva bene; e non le pesava la febbre appena smaltita, né i brutti ricordi della litigata della sera primaContinua a leggere ->
Bagagli
Nella stanza di Claudia il vento fa muovere le doppie tende. Bordeaux sotto, arancio in organza sopra. Si intonano perfettamente con quello strano colore delle pareti, una sorta di spatolato albicocca. Comunque era perfetto quando è entrata in casa e questo le basta. Questa casa le è già costata un botto.
Le tende le fanno il solletico mentre fa avanti e indietro tra il letto e l’armadio. Ha ancora mal di schiena per averlo spostato.
Il trolley nero e acciaio, terribilmente hi-tech , è buttato sul letto. Disfatto. Disfatto il letto perché Claudia non lo rifà mai. Disfatto il trolley perché Claudia continua a fare avanti e indietro senza riuscire a riempirlo.Continua a leggere ->
Visite di cortesia
“... se pensi che il mio aspetto sia ridicolo,
dovresti vedermi quando faccio l’imitazione di Neil Young
seduto sulla tazza del cesso...”
... e questo vale per quando sono al chiuso, nella mia intimità, tiri-tiri-tiri quando vengono gli zii, i giorni di festa, che vogliono fare gli auguri, di solito cerco il modo per demoralizzarli. L’altra volta ho messo un film ed ho detto per favore di fare silenzio, che era bello.Continua a leggere ->
Specchio riflesso
«Guarda ‘sto maledetto cellulare. Non fa che spegnersi. Prima o poi lo butto nel cesso.»
Il cellulare di Fabrizio perde colpi. Melissa non se ne spiega la ragione, è un Samsung abbastanza nuovo. Eppure milioni di volte lei chiama e risponde solo l’operatore telefonico. Altrettante volte, quando sono insieme, Fabrizio le mostra il cellulare spento.Continua a leggere ->
Libero per sempre
Sono fuggito dal mio corpo. Come ho fatto? Semplice, sono uscito e mi sono messo a correre! Lui non ci stava ad essere mollato, così ha cominciato ad inseguirmi. Me l’aspettavo, sapevo che non sarebbe stato facile. Allora ho corso più forte che potevo, approfittando del fatto che un’anima, senza la zavorra del proprio corpo, può correre davvero veloce, molto più di quanto possa fare un essere umano o un’animale. E poi un’anima non si stanca, mentre un corpo sì.
Così alla fine il mio corpo si è arreso. L’ho visto, nascosto dietro una balla di fieno, mentre si piegava in due dalla fatica, stremato.
Ero libero!Continua a leggere ->
Il mio problema ha un nome
Il mio problema ha un nome. Da stamattina.
Beh, rassicurante, no?
No, per niente. Vorrei sapere chi ha stabilito che dare un nome alle cose le rende meno drammatiche.
«Sursum corde» direbbe mia nonna, che ha studiato dalle Marcelline «il diavolo non è poi brutto come lo si dipinge». Mia nonna, però, non sa che ho dovuto buttare la frase in Google per capire cosa voleva dire.
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Annuccia e lo zio d'America
Matilde stringeva forte forte la bambola di pezza con le trecce bionde e il vestitino a fiorellini rosa. Guardava la sua mamma piangere e parlare sottovoce con il papà, e poi strattonare, fino quasi a strapparla, la giacca di panno che l’uomo indossava. Il babbo agitava i pugni in aria e gridava, come la bimba mai prima d’ora, nei suoi dieci anni di vita, l’aveva sentito.
Le avevano intimato in malo modo di andare a coricarsi, nella sua stanza, ché era tardi.Continua a leggere ->
La rosa corallo
La giornata è atroce, esattamente come me l’aspettavo.
Irrimediabilmente snob, questo è l’appellativo che mi hanno appiccicato e che mi tengo stretta. Anzi,Continua a leggere ->
G.
G. veniva tutte le domeniche in mezzo alla piazza del paese
e i bambini erano tutti contenti
dicevano: «mamma! oggi non viene G.?
cosa gli sarà accaduto?»
ma poi G. alla fine arrivava e allora erano tutti contenti.Continua a leggere ->
Maracaibo
«Maracaibo, balla barracuda, sì ma balla nuda!»
Melissa ed io siamo entrate al VIP finalmente, sono le 3 credo, non lo so.
«Quanto abbiamo bevuto Mely? Che ore sono?»
«Mmmm?»
Melissa ha la palpebra in caduta libera e mi guarda incerta. Sventola il polso e sorride. Melissa non porta mai l’orologio.
Nel dubbio intanto strisciamo la carta di credito. A gennaio probabilmente non potremo concederci neppure una cena da Zero il nostro ristorante preferito.
Pazienza, è capodanno, siamo a Cortina, si vive una volta sola!
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ABCCXAB
[Silenzio. Un tavolo di vetro sullo sfondo. Luci basse. Sedersi con le gambe incrociate. Blu. Odore di lavanda.]
Un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini per l’ora di pranzo. Sta seduto per terra, su un tappetino. Guarda il muro davanti, come fa da circa trent’anni. Quanto mancherà? pensa. A differenza degli Stati Uniti, sulle cui esecuzioni sappiamo tutto, quasi nessuno è a conoscenza del fatto che in Giappone i condannati a morte possono rimanere nel braccio della morte per decine di anni; non solo: che l’esecuzione non è annunciata. Ad un certo punto, ad ora di pranzo, arrivano due persone che ti portano fuori dalla cella. Mentre insieme si cammina lungo un corridoio, ti dicono: ora ti impicchiamo. Dopo cinque minuti, il tuo corpo penzola, lieve. Le tue mutande sono bagnate di urina e sporche delle feci liberate nel momento in cui il midollo spinale si è spezzato. Per cui anche adesso, un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini, che porteranno il pranzo o la morte.
[Alzarsi di colpo. Gesticolare. Andare avanti ed indietro per la stanza. Rosso. Resina.]
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We got the city
Sul terrazzo di Melissa vedo i tetti di Brera che si illuminano.
Nibbler, detto affettuosamente “il Niuzzo” dialoga con Adam, guardandolo intensamente.
Adam è il suo amico immaginario.
Scaldo la mia Corona tenendola in mano e sgocciolo sulla moquette dell’appartamento di Melissa.
Lei, nella cucina-salotto-libreria-camera da letto litiga con la sua mini bag griffatissima.
Non c’è verso, o il portafogli o le sigarette. Insieme non possono coesistere.
Alla fine della lotta, con il pacchetto di Davidoff in mano, sospira.Continua a leggere ->
10 punti
Un giorno mio padre
per insegnarmi la lealtà
mi ha dato un calcio in
faccia
P. Mureddu
3
punti
Avrò avuto sei anni.
Forse cinque. Ero un bel bambino, a detta di alcuni.
Io non mi ricordo. So che quel giorno ero nel
soggiorno di mia zia, al piano di sopra, con i miei
cugini più grandi.
Eravamo quasi sempre insieme in quel periodo io, Luca
e Roberta. Avevano quattro o cinque anni più di me e
non è che capissi proprio tutto quello che si
dicevano, però capivo abbastanza per ridere e mi
divertivo con loro.
Fotoracconto

Un sabato qualunque in una casa qualunque di una città qualunque una nonna qualunque si prepara per il rito del mercato.Continua a leggere ->
Per grazia ricevuta
«Mi metto qui?»
«No, spostati un po' di più verso la luce.»
«Vuoi che scosti un po' le tende?»
«Solo un po'. Questa penombra va bene.»
«Il lenzuolo?»
«Spostalo sopra le gambe. Ecco, piegalo. Così. Vedi le ombre che fa? Rendono benissimo. Danno profondità, e quindi realismo.»
«Io? Dove mi piazzo?»
«Distenditi. Mettiti comodo. Credo che ci metterò almeno mezz'ora. Vorrei riuscire a cogliere tutta l'intensità della tua espressione.»
«Devo mettere il viso in qualche posizione particolare?»
«Guarda verso di me. Fissami negli occhi, con profondità. Non avere paura. Non avere paura.»Continua a leggere ->
Dal loggione
su, su dal loggione
io ti osservo
bella, che tuo marito ne è superbo
Paolo Conte
Mai stato in un teatro in vita mia.
Lo giuro.
Forse un paio di volte, anni fa.
Per vedere tristi comici tv, prestati a teatri da 500
posti.
Quelli da sketch da 5 minuti, che dopo mezz’ora di
teatro vorresti uccidere.
Una morte lenta.
Facciamo che tu eri
La stanza è vasta e, nonostante l’attesa lo abbia trattenuto lì a lungo, Joe ancora non ha trovato un angolo, seppure angusto, in cui l’aria non sia pervasa di tensione. All’altro capo della sala, dietro una fila di banchi disposti orizzontalmente, siede chi giudica se chi affronta l’audizione abbia i requisiti necessari per ottenere una parte, che si presenta a molti come un’occasione unica. Deboli sussurrii di chi ripete tra sé uno stropicciato copione e un rumore di fogli,freneticamente ripassati, sono i suoni che accompagnano le speranze e le paure nella mente di tutti. La competizione si avverte e si osserva, in chi attende il proprio momento. Se non fosse per le sedie tutte occupate, ognuno potrebbe affermare di essere solo...Continua a leggere ->
Ordinaria mania
Hai un viso bellissimo, signorina dai capelli rossi.
Bello di una bellezza che piacerebbe a pochi, non da copertina. E che non si intona all’estate. Ma disturbata e sfuggente, una bellezza di cui tu di certo non ti accorgi, da film un po’ ansiogeno.
Dentro, un paio d’occhi a tratti inespressivi (anestetizzati, si direbbe) e poi subito inafferrabili: due occhi da animale braccato, che sembrano riconoscere in chiunque un carnefice. O forse a chiunque chiedono aiuto.Continua a leggere ->
Prima di sapere
Prima di sapere che Dio aveva scelto me come suo mezzo, pensavo soltanto alla disgrazia. Un figlio è scalogna a 26 anni. Cos’altro sennò? Ha la bocca che dev’essere riempita e il pianto che dev’essere calmato. Ma il Signore sa quanto l’ho ringraziato appena ho saputo che sarebbe toccato a me. D’altronde stare in mezzo alle gambe di qualche ragazza a chi non piace? Se poi è la tua ragazza da sei anni c’è il batticuore che ti fa rimanerci qualche attimo in più. Così è stato, ma il motivo per cui sono rimasto dentro di lei più del dovuto non è stato il piacere della carne. Il motivo me l’ha dato il Cielo, quando tutto stava andando a rotoli.
- Non hai neppure un lavoro.- ha detto lei quella sera che ancora le gemevo addosso.
- Ti amo.- le ho risposto con la lussuria che toglie il senso di realtà.Continua a leggere ->
Hotel
Alcuni aggettivi per descrivere questo posto.
I primi che mi vengono in mente.
Decadente, squallido, in putrefazione, mediocre.
Insomma, senza girarci attorno, il classico hotel da troie.
Un hotel ad ore, minuti, secondi.
E giusto una troia con la T maiuscola sto aspettando qui sotto.
Dall’altro lato della strada catramata, sporca, umida, viscida.
Sotto una pioggia che sembra olio.
Come se in cielo fosse esploso un enorme paracoppa.
E sotto, io e il vetro di questa vetusta Audi 80, una macchina di quelle che non ne fanno più, per fortuna.
Quel verdone per tutte le stagioni, come si diceva una volta.
Un colore uniforme che non da nell’occhio, che non attira l’attenzione, ottimo per chi vuol passare inosservato.
L’auto perfetta se avessi fatto l’investigatore privato.Continua a leggere ->
Volevo dirti
‘Volevo dire però.
Però vaffanculo ecco. È questa la vita? Che gran fregatura allora. Correre, sudare, vomitare, sporcarsi di terra e merda, studiare vaccate, imparare linguaggi, fare l’equilibrista tra consuetudini e costumi. Poi.
Volevo dirti che magari c’è dell’altro.
Le emozioni per esempio. Sempre in agguato. L’odore dell’aria novembrina, pungente e frizzante come una coppa di champagne. Le tonalità che sfumano in un tramonto autunnale mentre sei in macchina di ritorno dal lavoro. La telefonata che non ti aspetti. La pioggia che ti corre fin dentro le mutande mentre la bara sfila tra la ghiaia bianca. Il sorriso di tuo figlio, così intenso e immortale che non esistono parole, non esiste un modo per descriverlo senza sminuirlo, senza inchiodarlo in convenzioni dal sapore vuoto, quel sorriso lì ti resta incollato agli occhi anche quando stai male, proprio per sempre.Continua a leggere ->
13
Lo sapevo.
Ne ero sicura.
Il mister ha insistito tanto, troppo.
Continuava a ripetermi in continuazione.
«Non comprare le scarpe a 13 tacchetti di ferro che non le userai mai».
Stupido idiota del cazzo.
«Non piove più, giusto un paio di volte l’anno, i tacchetti di plastica vanno più che bene, non vale la pena spendere dei soldi per niente».
Mai che si facesse i cazzi suoi.Continua a leggere ->
Amnesia
È buffo: da quando se n’è andata, ho grossi problemi a ricordarmi di certe cose. Per esempio, c’era quella canzone… L’ascoltavamo sempre, quella. Era la “nostra” canzone. Qualcosa del genere. Ed ora non riesco neppure a ricordarne il titolo. Ho il disco, ovvio. Ma non lo trovo da nessuna parte. Oh bene, sembra essere saltato fuori di nuovo.
Stasera ho deciso di cenare in quel posto, quel ristorante in cui andavamo quando eravamo ancora assieme. Me l’aveva fatto scoprire lei, e mi era piaciuto dal primo momento. C’era sempre qualche suo amico da quelle parti. Così ho pensato di farci solamente un salto: qualche faccia amica, un buon pasto…
Non sono capace di trovarlo. Conosco il posto. Sicuro, conosco il posto – dopo tutto, ci sono stato abbastanza spesso, con lei. Era un gran posto. Un ristorante italiano. Penso…
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Se solo anche tu non riuscissi a stare seduta
Mio fratello aspetta il treno. Alza appena il culo e scorreggia, in silenzio. A un paio di metri è seduta una ragazzina, ha l’apparecchio per i denti e una maglietta rosa. Una sottile brezza, improvvisa, muove l’aria e i rami dell’unico albero nell’unica aiuola. Prima che la puzza possa spandersi. Fortuna. A volte capita.
È quasi mezzogiorno, mio fratello è seduto, a gambe larghe. Il suo treno arriverà tra quaranta minuti. Guarda in basso: ha delle scarpe di tela, bianco-rosa(salmone)-azzurro. Un nuovo spasmo. Questa volta decide di reprimersi. Continua a leggere ->

