Bar NordEst

Bard NordEst (6)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Ma lo sai chi cazzo sono io?»

Io muovo su e giù la testa. E lui rabbioso riprende:
«Non lo sai, tu non lo sai chi sono davvero io».

Io alzo le spalle. Lui continua:
«Io sono l’unico souvenir. Sono il souvenir dell’osteria. Capito?».

Faccio cenno ok con la testa.
«Souvenir uguale oggetto uguale ricordo. Io sono l’oggetto che s’è salvato. Io sono il ricordo d’un mondo che non c’è più. Capito chi sono io?»

Mi alzo. Esco. Boracho resta appeso al bicchiere. Fino all’orlo colmo di ricordi.

Bar NordEst (5)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra Boracho, si siede, mi guarda e dice:
«Le donne sono tutte puttane.»

Si sistema il basco, si strofina le palle, e continua:
«E ricorda sempre, ragazzo, non andare mai con le turche. Gli puzza la pelle. Cazzo, le turche, mangiano cariole di aglio. Davvero troppo aglio, mangiano le turche.»

Poi riflette, uccide il bicchiere, e riprende:
«Ma finché l’uomo non capisce che le donne sono migliori dell’uomo, allora non sarà mai uomo veramente.»

Io non apro bocca. Lui si alza, fa un saluto militare, esce.

Bar NordEst (4)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra il Vez, si siede, mi guarda e dice:
«Da dentro presi la rabbia a piene mani e la buttai nel palcoscenico della vita. Ma spesso siamo attori del vivere, e attorno ci creiamo dei castelli. E quando cadono le mura, rimane solo miseria».
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Bar Nordest (tre)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra l’artista del paese, si siede, mi guarda e dice:
«Mi piacciono le sfumature di colore. Cerco di mettere assieme quelle che tra loro si amano. Non mi interessa la tecnica, lo stile e nemmeno la perfezione. Mi piace quando le sfumature si abbracciano. Tutto qui. Così so che faranno l’amore, nella mia testa e negli occhi altrui».

Si tocca i capelli lunghi, mi sorride e continua:
«La scuola, l’università e i professori, i corsi master esami voti, e le regole, sono tutte cose che creano schemi e caricano pesi. L’artista deve abbattere gli schemi e buttare i pesi, meglio ancora sarebbe evitarli da subito. Arte come assenza».

Attende una mia parola, che non arriva, così conclude:
«La mia vita è un laboratorio. Rivoluzione, del pensiero. Rivoluzione, del messaggio. Rivoluzione, di me stesso».

Non so cosa dire. Sto zitto. Lui prende e se ne va.

Bar NordEst (due)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra il poeta, si siede, mi guarda e dice:
«Ho sempre avuto qualcosa dentro. Ma da sempre tentavo di annegarlo con l’alcol. Però teneva duro, e appena ho messo giù il bicchiere, prendendo in pugno una penna, lui è uscito prepotente. Da quel giorno, non sono più io, perché comanda lui».

Sospira a lungo, poi asciuga gli occhi e riprende:
«Perché scrivo? Perché le parole vengono a trovarmi, e io le accolgo e poi le sputo fuori. Scrivo perché non so fare altro, ma se non fossi stonato, sarei una Rock ‘n’ roll Star. Lo giuro: una Rock ‘n’ roll Star!»

Sospira ancora, più forte, ma riattacca:
«Prendo le parole, le metto in fila, ne ripeto la sequanza ossessivamente, così all’infinito, e se non mi annoio, significa che funzionano. Ma solo per me. Sempre solo per me».

Ora non parla nemmeno più. Io mi alzo e me ne vado.

Bar NordEst (uno)

{di Massimiliano Santarossa}

Entra Paolo, si siede, mi guarda e dice:
«Mi sono ubriacato un milione di volte, ho vissuto serate esagerate, ho frequentato i peggio posti, ho ascoltato i cattivi maestri, ho sentito addosso l’adrenalina tirando pugni, ma nulla mi ha sballato quanto l’Amore».

Segue un breve silenzio e riprende:
«Ancora troppo sballati, siamo noi così, siamo noi così innamorati, degli amici che stanno, sotto la terra, tra la coda d’una stella».

Un’altro istante di silenzio e continua:
«Non ho studiato, non ho cercato la carriera, non ho sognato la fama, non ho racimolato danaro, non ho fatto mai il gentleman. Spesso mi chiedo, ma come cazzo ho fatto, a indovinarle tutte?»

A quel punto si alza ed esce.

Bar NordEst (zero)

{di Massimiliano Santarossa}

Da oggi, e con candenza mensile, pubblico in questa bellissima rivista
inutile piccoli episodi quotidiani e minimi, microperle di saggezza popolare, roba da bar, fatti e parole alle volte senza senso, altre volte accompagnati da una timida pretesa d’insegnare qualcosa. Alla maniera dei “cattivi maestri”.

Sono le vicende che vedo, che sento, che vivo e che mi fanno vivere i miei eroi negativi, i miei profeti della strada, i miei amici sbombardati. Tutte parole raccolte al “Bar Nordest”...

Perché qui parlano loro.
Anzi, qui urla chi non ha mai avuto voce in capitolo. Su nulla.