buona la prossima/8
15/08/08 13:18 Archiviato in:romanzo
All I ask of you is believe
{di Matteo Scandolin}
«Aveva la faccia del cantante dei B52’s, capisci? Come fai a prendere sul serio uno così?»
Valentina ride. «Ma aveva anche i capelli, del cantante?»
Mi alzo su un braccio e la bacio, poi torno a distendermi. Rimango in silenzio per un paio di minuti, lei continua ad accarezzarmi, lentamente, il braccio. Sono rimasto in silenzio per quasi tutte le due ore che sono passate da quando siamo andati a letto, e devo ringraziarla perché non mi mette fretta, non vuole farmi sfogare per forza, lascia che sia io a parlare, quando ne ho voglia.
Una santa.
Mi giro di schiena e sbuffo. Infilo la testa sotto al cuscino. «Non voglio andare in ufficio, domani» dico. «Non voglio vedere Alvise. Non voglio lavorare, non voglio fare un cazzo.»
«E vabbè, non facciamo un cazzo. Un giro a Venezia?»
Sbuffo. «Si potrebbe. Perché no?»
«Perché devi andare in ufficio» dice lei e sento che sorride, mi pizzica la schiena e poi mi dà un bacio dove m’ha punto. «Gianluca l’hai sentito?»
«Come no, a ogni ora. E ogni volta gli facevo la descrizione di questo idiota che dovrebbe prendere il suo posto. Ma secondo te ho avuto il coraggio di chiamarlo?» Inspiro, ma non è che ci sia tanta aria sotto al cuscino. «E poi è fanatico di Flash, ‘sto tipo! Ghe sboro, quattro anni che lavoriamo assieme e Alvise non ha capito ancora che Flash io lo odio?»
Lei si avvicina al cuscino e mi sussurra: «Posso dire che non capisco un cazzo?»
«Non ti preoccupare. È roba da psicolabili come me o Gianluca. O Alvise. O ‘sto mona di Milano.» Do un pugno al materasso, bestemmio un poco e poi tiro fuori la testa. «Sei tutto rosso» dice Valentina. Sorride, e per un po’ mi dimentico i mali del mondo.
«Com’è che si chiama, lo stronzo?» chiede arruffandomi i capelli. «Fabrizio.» Sta zitta per un poco, poi mi prende per mano, mi fa alzare e vestire, e in meno di un minuto mi ritrovo fuori casa. «Avevo voglia di camminare» dice e sorride ancora.
Vagoliamo un po’, prendiamo un gelato, camminiamo e inizio a sciogliermi un poco. Le racconto di Fabrizio, di come s’è presentato nel nostro ufficio, sguardando intorno come se vedesse solo merda colare dai muri. E non beve il caffè delle macchinette da ufficio, e parla quattro lingue, e ha contatti in mezza Europa e qualcosa anche negli USA, e fa il commerciale da due anni prima faceva il programmatore come Gianluca, e ha conosciuto i migliori designer di tutto il mondo, e sì il mio lavoro non è male ma si può migliorare e ha un grande plan per rilanciare la nostra società, abbiamo solo bisogno di un paio di resources in più e di aprirci verso nuove core-technologies, abbandonare certi business per le quali sviluppiamo software e magari dedicarci a - chessò io - soggetti più grossi, che ci possano pagare di più. E il problema è che ha usato molte più parole inglesi, e a sproposito, di quelle che mi ricordo.
In quei minuti vedevo tutto quello che ho fatto negli ultimi quattro anni, e anche prima, finire dritto nel cesso. E Fabrizio tirava l’acqua.
E non so ancora con che faccia guardare Gianluca - al di là del fatto che non lo vedo da mesi.
Ci sediamo su una panchina sotto casa sua e rimaniamo in silenzio, ancora. Tira un po’ d’aria e mi rilasso un poco, come a bere camomilla appena calda, sotto un piumone bianco. Le cose più banali. Ma: mi tranquillizzo.
«Che cosa c’è in Fabrizio che non ti convince?»
Fisso un tassello dei sanpietrini e poi fisso lei. «Tutto e niente. Fondamentalmente, che non è Gianluca.»
«Ma hai detto tu che credi che Alvise abbia ragione.»
«Ha ragione quando dice che non possiamo permetterci di rifiutare tanti altri lavori, sì.» Raccolgo una foglia e la osservo. «Ma è l’unica cosa giusta che ha detto, dal mio punto di vista.»
«E cosa c’è di giusto, allora?»
Rimango in silenzio a guardare la foglia. Sento come un rumore lontano, ma dentro di me.
«Niente. Però Gianluca è mio amico. E gli amici non gliela butti in culo così, punto. Neanche se ci sono di mezzo dei soldi.» La guardo. «Se si deve andare a fondo, lo si fa insieme.»
Mi alzo e le porgo la mano. «Andiamo a dormire?»
Lei mi segue a casa sua. Mi cambio, mi lavo i denti, ci coccoliamo ancora un poco, poi lei piano si addormenta. Io fisso il soffitto, e vedo le venature della foglia allargarsi sull’intonaco. E mi chiedo quale sarà il nome dell’azienda di Alvise e Fabrizio.
Poi mi addormento. Mi sento un po’ Al Pacino, e mi sento bene.
-- continua venerdì 29 agosto --
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
«Aveva la faccia del cantante dei B52’s, capisci? Come fai a prendere sul serio uno così?»
Valentina ride. «Ma aveva anche i capelli, del cantante?»
Mi alzo su un braccio e la bacio, poi torno a distendermi. Rimango in silenzio per un paio di minuti, lei continua ad accarezzarmi, lentamente, il braccio. Sono rimasto in silenzio per quasi tutte le due ore che sono passate da quando siamo andati a letto, e devo ringraziarla perché non mi mette fretta, non vuole farmi sfogare per forza, lascia che sia io a parlare, quando ne ho voglia.
Una santa.
Mi giro di schiena e sbuffo. Infilo la testa sotto al cuscino. «Non voglio andare in ufficio, domani» dico. «Non voglio vedere Alvise. Non voglio lavorare, non voglio fare un cazzo.»
«E vabbè, non facciamo un cazzo. Un giro a Venezia?»
Sbuffo. «Si potrebbe. Perché no?»
«Perché devi andare in ufficio» dice lei e sento che sorride, mi pizzica la schiena e poi mi dà un bacio dove m’ha punto. «Gianluca l’hai sentito?»
«Come no, a ogni ora. E ogni volta gli facevo la descrizione di questo idiota che dovrebbe prendere il suo posto. Ma secondo te ho avuto il coraggio di chiamarlo?» Inspiro, ma non è che ci sia tanta aria sotto al cuscino. «E poi è fanatico di Flash, ‘sto tipo! Ghe sboro, quattro anni che lavoriamo assieme e Alvise non ha capito ancora che Flash io lo odio?»
Lei si avvicina al cuscino e mi sussurra: «Posso dire che non capisco un cazzo?»
«Non ti preoccupare. È roba da psicolabili come me o Gianluca. O Alvise. O ‘sto mona di Milano.» Do un pugno al materasso, bestemmio un poco e poi tiro fuori la testa. «Sei tutto rosso» dice Valentina. Sorride, e per un po’ mi dimentico i mali del mondo.
«Com’è che si chiama, lo stronzo?» chiede arruffandomi i capelli. «Fabrizio.» Sta zitta per un poco, poi mi prende per mano, mi fa alzare e vestire, e in meno di un minuto mi ritrovo fuori casa. «Avevo voglia di camminare» dice e sorride ancora.
Vagoliamo un po’, prendiamo un gelato, camminiamo e inizio a sciogliermi un poco. Le racconto di Fabrizio, di come s’è presentato nel nostro ufficio, sguardando intorno come se vedesse solo merda colare dai muri. E non beve il caffè delle macchinette da ufficio, e parla quattro lingue, e ha contatti in mezza Europa e qualcosa anche negli USA, e fa il commerciale da due anni prima faceva il programmatore come Gianluca, e ha conosciuto i migliori designer di tutto il mondo, e sì il mio lavoro non è male ma si può migliorare e ha un grande plan per rilanciare la nostra società, abbiamo solo bisogno di un paio di resources in più e di aprirci verso nuove core-technologies, abbandonare certi business per le quali sviluppiamo software e magari dedicarci a - chessò io - soggetti più grossi, che ci possano pagare di più. E il problema è che ha usato molte più parole inglesi, e a sproposito, di quelle che mi ricordo.
In quei minuti vedevo tutto quello che ho fatto negli ultimi quattro anni, e anche prima, finire dritto nel cesso. E Fabrizio tirava l’acqua.
E non so ancora con che faccia guardare Gianluca - al di là del fatto che non lo vedo da mesi.
Ci sediamo su una panchina sotto casa sua e rimaniamo in silenzio, ancora. Tira un po’ d’aria e mi rilasso un poco, come a bere camomilla appena calda, sotto un piumone bianco. Le cose più banali. Ma: mi tranquillizzo.
«Che cosa c’è in Fabrizio che non ti convince?»
Fisso un tassello dei sanpietrini e poi fisso lei. «Tutto e niente. Fondamentalmente, che non è Gianluca.»
«Ma hai detto tu che credi che Alvise abbia ragione.»
«Ha ragione quando dice che non possiamo permetterci di rifiutare tanti altri lavori, sì.» Raccolgo una foglia e la osservo. «Ma è l’unica cosa giusta che ha detto, dal mio punto di vista.»
«E cosa c’è di giusto, allora?»
Rimango in silenzio a guardare la foglia. Sento come un rumore lontano, ma dentro di me.
«Niente. Però Gianluca è mio amico. E gli amici non gliela butti in culo così, punto. Neanche se ci sono di mezzo dei soldi.» La guardo. «Se si deve andare a fondo, lo si fa insieme.»
Mi alzo e le porgo la mano. «Andiamo a dormire?»
Lei mi segue a casa sua. Mi cambio, mi lavo i denti, ci coccoliamo ancora un poco, poi lei piano si addormenta. Io fisso il soffitto, e vedo le venature della foglia allargarsi sull’intonaco. E mi chiedo quale sarà il nome dell’azienda di Alvise e Fabrizio.
Poi mi addormento. Mi sento un po’ Al Pacino, e mi sento bene.
-- continua venerdì 29 agosto --
{per l’elenco delle puntate: qui}



