buona la prossima/7
01/08/08 01:41 Archiviato in:romanzo
Neanche Giulio Cesare
{di Matteo Scandolin}
Un attimo fa stavo controllando il numero di telefono del ristorante giapponese di Venezia, magari ci porto Valentina una di queste sere; adesso ho Alvise davanti che mi guarda e sorride, ma c’ha il sorriso nervoso e istintivamente prendo una lunga boccata d’aria.
«Ti va di parlare un attimo?» Va in sala riunioni. Alè. Lo seguo, mi faccio un caffè e mi parte la cialda, di nuovo. Bestemmio, ne metto un’altra e mi volto verso di lui. «Caffè?» Scuote il capo. Mi siedo e incrocio le braccia.
«Ho pensato una cosa.» Io zitto. «Riguarda Gianluca.» Bevo un sorsetto di caffè, e giuro che questa non me l’aspettavo. Alvise balbetta qualcosa e non capisco esattamente che cosa vuole dire, ma intuisco dove vuole andare a parare. Intuisco, però, soltanto: e la cosa mi fa incazzare parecchio.
«Io non credo che ormai con Gianluca sia possibile lavorare davvero» dice. «Sta diventando un peso e non so quanto possiamo andare avanti a lavorare in due» dice. «Abbiamo aperto ‘sta società da quattro anni e praticamente lui per più di un anno e mezzo non si è fatto vedere» dice. «Non credo sia giusto» dice. «Per noi due» dice.
Finisco il caffè in un sorso solo e mi brucio la lingua. Così non riesco a mandarlo a fare in culo subito, il che gli permette di continuare.
«Ho un contatto, uno bravo, uno di Milano, l’ho conosciuto un paio di mesi fa e siamo rimasti in contatto fino a oggi, via mail» dice. «È uno tosto, s’è fatto da solo un paio di progetti grossi, ma grossi come le mie palle Andrea, davvero» dice. «L’ho tenuto d’occhio, diciamo, ho visto quello che ha fatto negli scorsi anni e pure quello che ha fatto ultimamente, e cazzo, è quello giusto» dice.
Poi si ferma.
Io mi pulisco la bocca col dorso della mano, poi butto la domanda retorica. «Giusto per cosa?»
«Per Gianluca. Per sostituirlo.»
Mi alzo ma mi prende per un polso e torna a farmi sedere. «Vuoi ascoltarmi o no?» Incrocio di nuovo le braccia. «Lo so che Gianluca è tuo amico. Che cazzo, lo conosco da più tempo di te» dice. «Tu eri l’amichetto di Roberta, io lo conosco da molto più tempo» dice.
«Io non sono mai stato uno stracazzo d’amichetto di nessuno. Io ero amico di Roberta. Non l’ho mai scopata.»
«Vabbè, non è quello il punto. Il punto è che continuiamo a perdere soldi» dice. «Non siamo in passivo, ma quanti lavori abbiamo rifiutato? Dall’inizio dell’anno a oggi, dall’anno scorso, ne abbiamo rifiutati troppi. Poi non ci vengono più a cercare, cazzo, Andrea, lo sai anche tu.» Si gratta il mento, cerca la parole nel bicchierino del mio caffè.
Inspiro. Espiro. Inspiro.
«Secondo me dovresti parlarci, con questo tipo. Magari ti piace. È un commerciale.» Fa un gesto con la mano. «Dice che riesce a vendere qualsiasi cosa, a chiunque. Dovresti vedere quello che ha fatto, delle robe veramente, no ti giuro, sono belle.»
Non dico niente e lo guardo.
«Andrea, ragiona. Ragiona. Si tratta dei miei soldi, e dei tuoi. E qui ormai abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Milano, dài, Milano!, è tutta un’altra cosa. Qui abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, Andrea, non possiamo cavar sangue da un buco.»
«Questo lo diceva tua madre» dico. Anni che non sentivo questa frase.
«Sì, vabbè, buco o rapa è uguale. Hai capito il senso? Cioè, mi spiego? Mi capisci?»
«Benissimo, ma ghe sboro!, Alvise! Stai parlando di scaricare Gianluca come se fosse uno stronzo qualsiasi, dai!»
«Ma ghe sboro, gli daremo una barca di soldi così se ne starà buono e non romperà il cazzo.»
Da qui in poi è un tripudio di parole che svolano fuori dalle nostre bocche come tappi dai colli delle bottiglie, ci mandiamo in culo reciprocamente per una ventina di volte, e l’unica cosa che mi ricordo di tutto il pomeriggio è una sequenza infinita di bestemmie. E io che non ho mai amato Milano e i milanesi mi trovo a difendere Gianluca più perché non è milanese che non per l’amicizia e quelle cose alla Carlito’s Way. Me ne vado sbattendo la porta, a metà pomeriggio, con tutto che abbiamo parlato di scadenze, di clienti, di rispetto, e di stronzate così.
Mi chiudo in un bar, mi ordino un campari soda ghiaccio & limone, me lo bevo d’un fiato e me ne ordino un altro. Faccio fuori un bel po’ di patatine e chiedo una vaschetta d’olive. Me ne danno tre contate, ma me le faccio bastare. Ho voglia di chiamare Valentina, e non lo faccio. Mi vien voglia di chiamare mia madre, e non lo faccio. Cristo, mi vien voglia di chiamare anche Giorgia.
Invece tiro fuori il cellulare. Ho in mente Alvise che mi grida dietro e a fare due conti ha anche ragione lui, cazzo. Ha ragione lui, a far due conti.
Lo chiamo. «Ascolta un po’» gli dico. «Chiama pure il tuo amichetto e digli che venga in ufficio. Gli facciamo un colloquio, vecchio stampo. E parlo io. Se non ti va, ciavite.»
Alvise ridacchia. Dice che va bene.
Io ordino un altro campari soda, ghiaccio e limone. Non troppo ghiaccio, non troppo limone. Quelli del bar sono stronzi, non mi mettono l’oliva.
Sono stronzi, ma non sono i soli, in questo momento. E neanche il terzo camparisoda mi aiuta a scrollarmi di dosso la convinzione di essere lo stronzo peggiore di tutto il bar.
-- continua venerdì 15 agosto --
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
Un attimo fa stavo controllando il numero di telefono del ristorante giapponese di Venezia, magari ci porto Valentina una di queste sere; adesso ho Alvise davanti che mi guarda e sorride, ma c’ha il sorriso nervoso e istintivamente prendo una lunga boccata d’aria.
«Ti va di parlare un attimo?» Va in sala riunioni. Alè. Lo seguo, mi faccio un caffè e mi parte la cialda, di nuovo. Bestemmio, ne metto un’altra e mi volto verso di lui. «Caffè?» Scuote il capo. Mi siedo e incrocio le braccia.
«Ho pensato una cosa.» Io zitto. «Riguarda Gianluca.» Bevo un sorsetto di caffè, e giuro che questa non me l’aspettavo. Alvise balbetta qualcosa e non capisco esattamente che cosa vuole dire, ma intuisco dove vuole andare a parare. Intuisco, però, soltanto: e la cosa mi fa incazzare parecchio.
«Io non credo che ormai con Gianluca sia possibile lavorare davvero» dice. «Sta diventando un peso e non so quanto possiamo andare avanti a lavorare in due» dice. «Abbiamo aperto ‘sta società da quattro anni e praticamente lui per più di un anno e mezzo non si è fatto vedere» dice. «Non credo sia giusto» dice. «Per noi due» dice.
Finisco il caffè in un sorso solo e mi brucio la lingua. Così non riesco a mandarlo a fare in culo subito, il che gli permette di continuare.
«Ho un contatto, uno bravo, uno di Milano, l’ho conosciuto un paio di mesi fa e siamo rimasti in contatto fino a oggi, via mail» dice. «È uno tosto, s’è fatto da solo un paio di progetti grossi, ma grossi come le mie palle Andrea, davvero» dice. «L’ho tenuto d’occhio, diciamo, ho visto quello che ha fatto negli scorsi anni e pure quello che ha fatto ultimamente, e cazzo, è quello giusto» dice.
Poi si ferma.
Io mi pulisco la bocca col dorso della mano, poi butto la domanda retorica. «Giusto per cosa?»
«Per Gianluca. Per sostituirlo.»
Mi alzo ma mi prende per un polso e torna a farmi sedere. «Vuoi ascoltarmi o no?» Incrocio di nuovo le braccia. «Lo so che Gianluca è tuo amico. Che cazzo, lo conosco da più tempo di te» dice. «Tu eri l’amichetto di Roberta, io lo conosco da molto più tempo» dice.
«Io non sono mai stato uno stracazzo d’amichetto di nessuno. Io ero amico di Roberta. Non l’ho mai scopata.»
«Vabbè, non è quello il punto. Il punto è che continuiamo a perdere soldi» dice. «Non siamo in passivo, ma quanti lavori abbiamo rifiutato? Dall’inizio dell’anno a oggi, dall’anno scorso, ne abbiamo rifiutati troppi. Poi non ci vengono più a cercare, cazzo, Andrea, lo sai anche tu.» Si gratta il mento, cerca la parole nel bicchierino del mio caffè.
Inspiro. Espiro. Inspiro.
«Secondo me dovresti parlarci, con questo tipo. Magari ti piace. È un commerciale.» Fa un gesto con la mano. «Dice che riesce a vendere qualsiasi cosa, a chiunque. Dovresti vedere quello che ha fatto, delle robe veramente, no ti giuro, sono belle.»
Non dico niente e lo guardo.
«Andrea, ragiona. Ragiona. Si tratta dei miei soldi, e dei tuoi. E qui ormai abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Milano, dài, Milano!, è tutta un’altra cosa. Qui abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, Andrea, non possiamo cavar sangue da un buco.»
«Questo lo diceva tua madre» dico. Anni che non sentivo questa frase.
«Sì, vabbè, buco o rapa è uguale. Hai capito il senso? Cioè, mi spiego? Mi capisci?»
«Benissimo, ma ghe sboro!, Alvise! Stai parlando di scaricare Gianluca come se fosse uno stronzo qualsiasi, dai!»
«Ma ghe sboro, gli daremo una barca di soldi così se ne starà buono e non romperà il cazzo.»
Da qui in poi è un tripudio di parole che svolano fuori dalle nostre bocche come tappi dai colli delle bottiglie, ci mandiamo in culo reciprocamente per una ventina di volte, e l’unica cosa che mi ricordo di tutto il pomeriggio è una sequenza infinita di bestemmie. E io che non ho mai amato Milano e i milanesi mi trovo a difendere Gianluca più perché non è milanese che non per l’amicizia e quelle cose alla Carlito’s Way. Me ne vado sbattendo la porta, a metà pomeriggio, con tutto che abbiamo parlato di scadenze, di clienti, di rispetto, e di stronzate così.
Mi chiudo in un bar, mi ordino un campari soda ghiaccio & limone, me lo bevo d’un fiato e me ne ordino un altro. Faccio fuori un bel po’ di patatine e chiedo una vaschetta d’olive. Me ne danno tre contate, ma me le faccio bastare. Ho voglia di chiamare Valentina, e non lo faccio. Mi vien voglia di chiamare mia madre, e non lo faccio. Cristo, mi vien voglia di chiamare anche Giorgia.
Invece tiro fuori il cellulare. Ho in mente Alvise che mi grida dietro e a fare due conti ha anche ragione lui, cazzo. Ha ragione lui, a far due conti.
Lo chiamo. «Ascolta un po’» gli dico. «Chiama pure il tuo amichetto e digli che venga in ufficio. Gli facciamo un colloquio, vecchio stampo. E parlo io. Se non ti va, ciavite.»
Alvise ridacchia. Dice che va bene.
Io ordino un altro campari soda, ghiaccio e limone. Non troppo ghiaccio, non troppo limone. Quelli del bar sono stronzi, non mi mettono l’oliva.
Sono stronzi, ma non sono i soli, in questo momento. E neanche il terzo camparisoda mi aiuta a scrollarmi di dosso la convinzione di essere lo stronzo peggiore di tutto il bar.
-- continua venerdì 15 agosto --
{per l’elenco delle puntate: qui}



