buona la prossima/5

dovevamo essere in due
{di Matteo Scandolin}

Sento il campanello, appoggio il mestolo di legno e vado ad aprire la porta. C’è Giorgia, coi piedi ben piantati sul tappetino sgualcito. Mi guarda e dice dura: «Dobbiamo parlare».

Alè, via, che bel lunedì sera.

Torno in cucina e lascio che sia lei a chiudere la porta; vorrei tirar giù una sonora bestemmia ma riprendo soltanto il mestolo e torno a girare un poco il sugo. Sento che si toglie la giacca e che mi segue in cucina. «Come va?» Alzo le spalle. Non vorrei trattarla male, ma non vorrei neanche fosse qui. Intanto aggiungo a tavola un piatto, un bicchiere e un paio di posate in più. «Aspetti qualcuno?» «No, ma sono le otto e venti, magari hai fame.» La guardo. Sorride imbarazzata. «Non ero venuta qui con l’idea di mangiare, ma sì ho fame.» «Ecco.»

Mi si affianca mentre controllo la cottura della pasta e visto che ci sono do una remestata alle zucchine. «Che fai di buono?» chiede. Io la guardo come si fosse rincoglionita d’un botto, ché fare una domanda del genere quando sto cucinando tutto senza un coperchio è un po’ grave. Arrossisce un po’, prende una forchetta e assaggia le zucchine. «Sono un po’ indietro» dice. Le giro un altro po’ e poi mi appoggio al lavandino. «Sentiamo» dico. Lei mi guarda. Sta zitta. «Sei arrivata qua dicendo che volevi che parlassimo. Parliamo. Di tuo padre?»

Giorgia va alla sedia, la sposta, si siede. Incrocia le mani davanti alla faccia, scuote la testa e dice «No» e sorride. Un bel sorriso stanco. «Non di lui, ne ho già parlato troppo in questo mese.» Conto mentalmente e sì, son passate più o meno cinque settimane. Cazzo. «Volevo parlare di me e di te, in realtà.»

Giro la pasta, ancora, e ho perso il conto dei minuti: è su da sette minuti, o da dodici? E quanto cazzo di tempo ci voleva perché fosse pronta? «Sentiamo.»

Giorgia fa un bel respiro e poi attacca: «Mi dispiace» dice. «Mi dispiace davvero tanto per quello che è successo, e per quello che ho fatto, e per quello che ti ho detto.»

«Anche per quello che non mi hai detto, spero» e forse è su da otto minuti. Forse otto e mezzo. Magari l’assaggio, va’, ché sennò faccio un casino. Hm, è ancora indietro. Un altro paio di minuti. Forse tre. Facciamo due e mezzo, va’.

«Be’, certo, sì. Soprattutto per quello.» Sorride d’un sorriso stanco, bello e incerto. Un terzetto difficile da immaginare assieme. «Insomma, sono qui perché voglio ricominciare.»

Mi giro a guardarla. Conto mentalmente due minuti, da adesso, perché poi c’è da scolare la pasta. «Io no.»
Colpita e affondata, non se l’aspettava. Non dice niente, io godo del suo smarrirsi nella cucina che avrebbe dovuto esser nostra: sposta la mano sulla tavola fino al tavogliolo. «Pensavo che avessi capito.»

«Certo che ho capito. Ho capito che per qualche mese mi dicevi “ti amo” a cazzo, e magari lo dicevi pure a lui.»

«A lui mai.»

«Va bene, ma non è questo il punto. Il punto è che lo dicevi a cazzo a me.» Inspiro. Ho voglia di farle male, con le parole che mi sono tenuto dentro per cinque mesi cinque. Non me ne frega più niente di suo padre, che aveva il nome mio, voglio farle male, e poi mi manca il coraggio e invece di affondare la lama le taglio solo la pelle. Non uccido, non ferisco: infastidisco soltanto. Magari è già abbastanza, non so. «Ascolta: siamo stati bene finch’è durata. Poi lui avrà avuto un porcodìo in più, non so cosa - e non me ne frega niente di cosa era. Tanto basta per farla finire, per me.» Scrollo le spalle. «In questi mesi, hai anche avuto il tempo di conoscerlo per bene, no?»

«Non sono mai stata assieme a lui» dice in un soffio.

«Ah ma ci sarai andata a letto, no? Non si fa così? E comunque: se non è andata come volevi che andasse, non è colpa mia. Ma non me ne frega niente.» Mi dispiace ripetermi, mi sembra che il fiato esca per niente. Quanto tempo è passato? Due minuti? Uno? Dieci secondi di tragedia? Chiamate uno sceneggiatore, potrebbe venire fuori qualcosa di buono per Un posto al sole. «Non è che rimango qui come ruota di scorta, eh.»

«Ma non è quello» dice. Immagino volesse dirlo con un bel punto esclamativo, con forza: ma non ne ce l’ha avuta, la forza.

«Be’, è quello che mi sento, se vieni qui e dici che vuoi ricominciare, e sono cinque mesi che mi hai mandato a fare in culo per colpa di una faccia di merda così.»

«Non sai neanche chi è.»

«E tu non dirmelo!» Sbatto una mano sul lavandino dietro di me. Nell’altra ho il mestolo e sì, lo ammetto, non devo essere molto credibile. Però lei scoppia a piangere, e allora un po’ di credibilità m’è rimasta. Intanto la pasta schiuma l’acqua, il fornello sfrigola e dopo mi toccherà pulire per bene. Ma spegnere è l’ultima cosa che mi viene in mente.

«E mi dispiace se non sai dove sbattere la testa, e mi dispiace che mi vedi come l’unica persona che ti può capire, adesso che è morto tuo padre. Il problema è che non t’avevo capito proprio un cazzo, visto com’è finita.» Mi guarda, lupo ferito e stanato. Io sarei il cacciatore che l’ha stanato, ovviamente - mi pare il minimo, col mestolo che stringo nella sinistra. Si alza, afferra la giacca ed esce. Non sbatte neanche la porta. L’episodio di Un posto al sole verrebbe piuttosto male.

Mi siedo anch’io, dove mi siedo di solito. Sento lo sfrigolio dell’acqua che cola fuori dalla pentole e raggiunge il fuoco. Guardo la fiamma. Poi mi alzo e spengo, scolo la pasta. Colla. Gialla. Aspetterò che si raffreddi, poi butterò tutto via.

Un po’ come questa serata, e i mesi che l’han preceduta.

-- continua venerdì 18 luglio --

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