buona la prossima/4

più forte di tutto il resto
{di Matteo Scandolin}

Da lì va come deve andare. Cioè che Valentina e io iniziamo a vederci spesso, quasi a tutti i pranzi. Una settimana dopo andiamo al cinema. Neanche ricordo il film, ricordo che ho evitato accuratamente di sfiorarla più del lecito. Peggio d’un liceale. La sera dopo, cena. E di solito scatta la scopata. Ma ci fu solo un timido bacio sulle labbra il giorno dopo la cena, subito dopo pranzo. Un bacio di quelli che mi tennero incollati al monitor tutto il pomeriggio, pur senza concludere una madonna. Uno di quei baci che in terza media forse valeva qualcosa, sul mercato nero, ma che alla mia età dovrebbero essere solo il momento prima di una notte di fuoco.

E invece: un bacio sulle labbra, e un «Ci vediamo domani, eh» detto a mezza voce, con qualche foglia di rucola fra i denti. (Sarà per quello, che non c’è stato sesso.)

Andando via Alvise mi dà una pacca sulla spalla, e strizza l’occhio. Ci ha visti insieme un paio di volte, ha pensato chissà cosa, chissà cosa penso io. Inspiro, salvo quel poco che stavo facendo e chiudo tutto. Ciondolo un poco in centro, sfilo davanti alle vetrine delle librerie e mi fermo a leggere i titoli. Non ce n’è uno che m’interessi. Dopo un minuto mi rendo conto che non ce n’è uno che mi ricordi, ho la testa da un’altra parte e sticazzi.

Attraverso la piazza come se camminassi inebetito a due o tre centimetri dal suolo. In giro vedo una manciata di coppie felici e un paio di venditori di rose che si avvicinano col loro bel mazzo. E basta. Al mondo sembra non esserci nessun altro, ed è un po’ triste. Vado a mangiare sushi vicino a casa, ricevo una chiamata da mia madre. «Ho ancora un figlio?» «Be’, nei tempi morti sì.» «Meno male. Quando ti fai vedere?» Inghiotto un ossomaki al salmone. «Boh, magari domani potremmo mangiare assieme. Ti offro il pranzo?» Grugnisce. «Allora mi vieni a prendere in ufficio, va’.» «Va bene, ma solo perché paghi tu.»



Peggio che in un film. «Mamma, questa è Valentina. Vale, questa è mia madre.»

E sticazzi, peggio che in un film.

«Ma il piacere è tutto mio, signora!» «È una tua collega?» «Mamma, non abbiamo donne in ufficio da almeno tre anni.» Da che Roberta mi ha scaraventato addosso una quantità di merda incredibile perché avevamo preso una segretariA per tenerci in piedi l’ufficio (telefonate, incontri, ordini, quant’altro), anziché un segretariO. «Ah già» fa mia madre. Valentina sorride.

Mi sembra di camminare sopra un mandala, un passo affrettato e svola via tutto. Averlo saputo, neanche sarei entrato in questo bar. Pilucco controvoglia la mia carbonara, mentre mia madre e Valentina fanno tranquilla, rilassata e divertente conversazione. In mezz’ora coprono un bel po’ di argomenti, io intervengo ogni tanto ma mica ce n’è bisogno, sono autonome. Così dopo un po’ che hanno finito gli argomenti ci alziamo, paghiamo il dovuto e fuori dal bar Valentina mi stringe il polso. «Ci vediamo stasera?» dice a voce bassa. «Andiamo al cine, a bere qualcosa, facciamo qualcosa. Ti va?» Annuisco. Mia madre poi, mentre la macchinetta dell’ufficio si fotte l’ennesima cialda (ma dobbiamo ancora chiamare l’assistenza?) mi chiede qualche notizia su di lei. Le dico le cose che so, sorseggiamo il caffè, torna Alvise e chiacchiera un po’ con mia madre. Io mi siedo sul divanetto e li ascolto. Ogni tanto dico una stronzata, m’intrometto nei loro discorsi, faccio ridere. Non ho voglia di fare altro. Sarà la stanchezza, sarà che ho dormito male. Boh.

Un’ora dopo mi arriva un’email di Giorgia, mi chiede se stasera possiamo vederci. Temporeggio un quarto d’ora, agonia, che cazzo le rispondo? Due settimane fa mi sono rifiutato di seguirla al cimitero e ho ritenuto d’aver già fatto il mio dovere andando in chiesa assieme a tutta la sua famiglia, e mi passo una mano fra i capelli e poi sto fermo per un quarto d’ora - il quarto d’ora d’agonia - a fissare la tastiera in alluminio. Poi le scrivo,

Non posso. Mi dispiace. Magari domani, o dopodomani.
Spero tu stia bene.

anche se so già che non sta bene, e che la sto prendendo per il culo con una domanda simile.

Mi sento in colpa tutto il pomeriggio, anche la sera quando vedo Valentina e andiamo al pub a bere una birra e racconto barzellette blasfeme per tirarmi su, più che per far ridere lei. Stranamente, ride. Poi smette di ridere fuori dal pub, camminiamo un po’, mi offro per accompagnarla a casa, scuote la testa. Arriviamo fin sotto casa mia, allora dico: «Be’, è stata una bella serata» e poi vedo nei suoi occhi che la serata non è finita. Di sopra mi dice che s’è presa la giornata libera, domani. Io le riempio un bicchiere d’acqua, glielo porto. Mi guarda. La bacio.

Quando sono sopra di lei, sul divano, con una mano fra i suoi capelli e l’altra sulla sua vita, e respiro il suo respiro, capisco perché s’è presa la giornata libera. E decido che anch’io, sì, domani ho la giornata libera.



Alle quattro di notte lei dorme e io la guardo dormire. Non è che abbiamo superato ogni record (quantomeno, i miei record) in termini di prestazioni sessuali; quella è stata solo la prima parte della serata. Il resto è stato dirsi le cose che non ci si era mai detti, ancora, che non avevamo potuto dirci a pranzo, in mezzo alla gente, guardandoci come due persone che pranzano assieme durante una giornata di lavoro. E invece a pochi centimetri l’uno dall’altra, sotto le coperte e un po’ sudati tutti e due, si parla anche d’altro.

Alle cinque del mattino lei si gira su un fianco e continua a dormire, e io continuo a guardarla. Improvvisamente, la mia vita sembra aver preso una piega un po’ diversa da prima. Per un istante, mi passa per la testa l’immagine di Giorgia. Ma un sospiro di Valentina, durante il sonno, la scaccia via.

--continua venerdì 4 luglio--

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