buona la prossima/2

rincorse
{di Matteo Scandolin}

Quando accendo il computer è tutto un “Brutta notizia”, “L’hai saputo?”, qualcuno che mi inoltra un’email ricevuta da un amico del cugino del nipote del morto. Non le leggo nemmeno, cancello tutto e non mi pento nemmeno quando vuoto il cestino. Mi metto su un caffè. Come al solito la macchinetta consuma una cialda senza produrre una goccia; come al solito mi dico che devo chiamare l’assistenza e farla sostituire. Gianluca è a casa, anche oggi: da quando è diventato papà (di nuovo) lavora da casa, quando può, e va bene così.

Tra le email c’è anche qualche cliente che chiede consigli e precisazioni; uno vuole farci un’intervista da accludere in qualche rivista specializzata. Due o tre sono reclami per dei motivi talmente assurdi che non mi fermo nemmeno a leggerle. Zucchero il caffè e poi lo mescolo per un minuto. Guardo il cucchiaino di plastica e non penso a niente. Cioè: penso a ieri sera, a Giorgia, a suo padre e alla gatta che mi fissava con odio. Mando giù il caffè ancora bollente e mi metto a lavorare. Alvise entra e butta il giornale sulla sua scrivania, mi saluta con un sorriso. «Gianni ancora a casa, eh?» Annuisco. «Che hai? C’hai una faccia da culo.»

La storia vien via in fretta, è facile. Alvise muove un angolo della prima pagina di Repubblica, guarda fisso lo schermo del suo computer anche se è spento. «Cazzo, mi dispiace. Anche per Giorgia. È un po’ che non la vedo, però mi dispiace.» Non dico nulla ché non avrei molto da dire. Ognuno reagisce come gli pare. Alvise non mi sembra la persona più brillante, ma non posso pretendere che tutti la prendano stoicamente come me.

A pranzo mangio un’insalata e un tramezzino, anche se non ho poi tanta fame. Nessuno mi viene a dire qualcosa su Giorgia: meno male.
Alle quattro Alvise esce: oggi è mercoledì. Andando via mi da una pacca sulla spalla. Come se quello a lutto fossi io. Sto ancora un paio d’ore a cercare un metodo per superare un problema di merda senza dover ricompilare tutto, poi vado a casa. Compro un po’ di sushi vicino alla piazza, e me lo mangio seduto al tavolo del soggiorno, con ancora la giacca addosso. Scena da film, bacchette di legno e pallottoline di riso e pesce crudo. Dietro al mobile del televisore c’è la scatola di robe di Giorgia e penso se chiamarla o no, se avessi un cuore dovrei.

Non ho voglia di film, né di tv, forse qualche canzone. Mi siedo sul letto, sento qualcosa di spesso sulle braccia e realizzo che non ho ancora tolto il giaccone, è un attimo, mi viene tutto su, sento un gran calore sulla nuca. Non è questione di piangere o stare male, è che il padre di Giorgia era l’unica persona della sua famiglia che mi stesse simpatica, e ho sempre pensato che io fossi l’unico della sua famiglia (allargata) a non stargli sui coglioni. Dovrei chiamarla, dirle che mi dispiace, ma non accendo il cellulare, mi distendo e basta.

Sotto al televisore c’è ancora la scatola di roba di Giorgia. Non mi sembra il momento migliore per ricordarglielo. Mi arriva un sms da Gianluca e dice che la pupetta oggi gli ha fatto un sorrisone della madonna, e che gli ha fatto un sacco di foto. Beato.

* * *

Torno in ufficio che non sono neanche le otto e mezzo del mattino, mi metto a lavorare come un matto e a mezzogiorno e un quarto mi alzo per prendere una mela, col problema risolto. Alvise ha chiamato alle nove e mezza dicendo che aveva un appuntamento importante e che non sarebbe arrivato prima di mezzogiorno: che tradotto dalla sua lingua all’italiano corrente vale a dire che si farà vedere verso le quattro. Mi distendo sul divanetto della sala riunione, chiudo gli occhi due secondi e mi viene voglia di ascoltare Because the Night, ma nella versione di Springsteen. La mela mi apre lo stomaco e mi viene fame, così prendo la giacca ed esco.

Passo davanti a un bar che non mi piace e vedo Ilaria seduta a bere uno spritz con qualcuno, mi fermo, mi giro ed entro. Non la vedo da una vita. Ci abbracciamo forte, lei guarda la ragazza che le è seduta accanto. «Valentina, Andrea». Ci stringiamo la mano e va a finire che mi siedo con loro e ordino subito una pasta, anche se so che qui le paste sono quelle precotte del supermercato e fanno anche abbastanza schifo, ma non vedo Ilaria da una vita, appunto, e non voglio farmela scappare. Le dico di Giorgia, a momenti si mette a piangere così, in mezzo al bar, e pure Valentina sembra rimanerci male. Alla fine, quando paghiamo il conto, capisco che aveva pensato che Giorgia fosse mia morosa, e che quindi io avessi perso il “suocero”. «Non è più così la storia» dico.

Andiamo a bere il caffè in un posto nascosto e buio, che ha come unica sua salvezza delle pastine eccezionali. Parliamo ancora un po’. Valentina non aveva mai conosciuto uno che per campare scriveva software. «Eppure campo», le dico con un sorriso. Quando ci salutiamo Ilaria mi stringe forte e mi dice che mi chiamerà presto.

In ufficio Alvise si fa vedere intorno alle quattro e mezzo (più o meno c’ho azzeccato). Io sono felice, di quella felicità piccola che incontri quando risolvi un problema di lavoro, e passo un paio d’ore a pensare come migliorare l’interfaccia del programma: ch’è sempre migliorabile. Alvise si controlla la posta, risponde a qualche email, ma è piuttosto silenzioso. Puzza di fumo: a un certo punto apro la finestra.

Alle sei e un quarto, insieme, chiudiamo l’ufficio e andiamo via. Non ha detto una parola.

--continua venerdì 6 giugno--

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