buona la prossima/16
26/12/08 23:29 Archiviato in:romanzo
Ho ancora la forza
{di Matteo Scandolin}
Credevamo nelle piccole cose, credevamo nelle belle cose: nelle rivoluzioni che prima di cambiare il pianeta cambiano noi stessi, nella cultura alta e pura, che non serve a fare soldi. Credevamo che un giorno il mondo sarebbe stato migliore, e forse anche per merito nostro, perché non ne potevamo più di tutto quello schifo. Credevamo nelle libertà vere di tutti, non nei vaneggiamenti di un omino in doppiopetto. Nella fondamentale validità delle parole e la bellezza del loro suono, la loro musicalità. Credevamo che la vita fosse, in fin dei conti, qualcosa di meritevole di essere vissuto, credevamo che avremmo fatto, in fin dei conti, qualcosa di buono. Credevamo nella maledizione del tempo, che passa veloce. Nella somma dei gesti genuini e coerenza che dovrebbero caratterizzare una persona, credevamo nei libri, e negli uomini, e nel bisogno disperato del silenzio. Eravamo ottimisti: credevamo nel futuro.
Gianluca e io ci siamo incontrati per la prima volta che avevamo quindici anni, o giù di lì. Lui è un anno più piccolo di me, se può interessare la cosa. Abbiamo fatto i cazzi nostri fino ai ventuno, ventidue anni: poi abbiamo iniziato a parlare di lavoro. Vero. Io con la mia laurea stramba in lettere, lui con un paio di corsi di formazione in web-qualcosa, e un lavoro di qualche anno in una software house abbastanza grande da fargli fare lo sborone con le ragazze, con Roberta. Ricordo notti in bianco a imparare a gestire una pagina web, con i computer che traballavano su connessioni stravaganti. Ricordo le email, fittissime, che sprecavamo tutti i giorni, venti, trenta volte al giorno. Ricordo dichiarazioni, io questo non lo farò mai, non sarò mai così.
È stato due settimane dopo il mio compleanno, il mio ventiquattresimo compleanno, che abbiamo incontrato Alvise. Sei mesi dopo, avevamo messo su uno studio. Mia madre mi chiedeva: ma sei sicuro? E io: sì mamma. E lei, subito: ma che cos’è che fai? Faccio il web, mamma. Faccio il futuro. Ci provavamo, a fare il futuro. In un Paese che di futuro non vuol sentir parlare. E per quattro anni abbiamo davvero masticato quel che sapevamo del mondo, e lo abbiamo sputato per farlo nuovo. Non migliore, per forza: quello è il sogno, quello rimane sullo sfondo dei gesti e delle parole, e ci speri. Volevamo farlo nuovo, volevamo cambiare. Ottenere qualcosa che rimanesse, oltre a noi. Anche col web, anche con una cosa che le nostre madri non capiranno mai. Ci si può provare, ci dicevamo: ci proviamo.
Alvise è diventato il terzo perfetto. Agivamo in tre come una cosa sola. È andata benissimo per un paio d’anni, e sono stati mesi fantastici. Poi Gianluca è diventato papà, per la prima volta, e veniva in ufficio giusto un paio di giorni alla settimana, il resto lavorava (ci provava) da casa. Alvise questa cosa non l’ha mandata giù, anche se all’epoca non l’avevo capito. Poi è morto mio padre, e ho avuto delle settimane altalenanti, com’è ovvio. Credo che anche questo abbia contribuito ad allontanare Alvise, anche se il colpo di grazia è stato quando Gianluca è diventato di nuovo papà. Alvise ha sbarellato di brutto, e di nuovo all’epoca non avevamo capito niente. Pensi di vivere una vita che si addice alle tue aspettative: non da favola, non da urlo, semplicemente la vita che volevi, e ti sembra di aver ottenuto già qualcosa di straordinario. Hai una morosa, un lavoro che ti piace e che ti sei costruito da te, e pensi che possa bastare.
Poi quando la incontri, e sai che stai incontrando qualcuno, è tutto ancora più bello. Giorgia io l’ho incontrata per strada, assieme ad amici. Mesi di tentennamenti, poi una sera usciamo e sembra che magari mi smuovo, magari riesco pure a dirglielo. Era inverno e però l’aria era tiepida, e si sentiva il fiumastro strascinarsi poco distante, mi ricordo che la guardai che stava in equilibrio su una palla di cemento grigio, un pezzo orrendo di una costruzione orrenda dietro casa mia, e la vidi colorata. Era un periodo piatto, quello, e lei l’unico colore che percepivo. La vidi così, a braccia spalancate, reggersi su un piede solo, felice, e le dissi Giorgia non te l’ho mai detto, ma ti amo. Tutto qui. Non mi sembrava ci fosse altro da dire. Lei alzò lo sguardo e mi aspettavo dicesse Lo so, e invece abbassò il piede in equilibrio, scese giù con un balzo piccolo e mi diede un bacio sulle labbra. Piccolo, e disse Anch’io. E lì: bam, a colori tutto il mondo. A colori l’ufficio, che inaugurammo quello nuovo poche settimane dopo, a colori la mia vita, a colori persino la morte di mio padre, in un certo senso. Tanto c’era lei.
È che nell’ultimo anno è andato tutto a puttane. Giorgia perde la testa per un altro e mi molla come un mona. Io che mi sistemo per una vita da solo per qualche tempo, e suo padre che muore, e da un giorno all’altro mi sparo ancora quelle facce e quelle voci che pensavo non avrei visto più. Alvise che grugna ogni giorno in ufficio, e poi se ne esce con quell’idea geniale di Fabrizio da Milano. Io che m’incazzo, Gianluca che s’incazza più di me e poi fa spallucce e s’informa dal commercialista: come facciamo a chiudere la società? Disoccupato da un giorno all’altro, e sì. E poi, ta-dah, Valentina. E il resto è storia, o forse no: è che abbiam voglia di provarci, a farlo diventare storia.
Siamo rientrati in Italia due giorni fa, sono ancora pieno d’Inghilterra e - parrà strano - mi manca la loro cucina, e mentre salgo le scale per entrare in casa di Valentina ripenso a un pranzo in un pub a Windermere e la moquette che stava sul pavimento del salone, delle scale, del bagno. Dannati inglesi e dannata moquette.
«Ciao.» Valentina mi bacia e mi passa una mano fra i capelli. «Caldo?» «Abbastanza» dico seguendola in cucina. «Che si mangia?»
Mi fa aspettare un quarto d’ora, perché «Sono indietro». Mangiamo quasi in silenzio, in una domenica d’agosto che il mondo sembra fermo e le case che si vedono dalla finestra sono bianche, schiacciate dal sole e fa tanto un’immagine da Meridione. Valentina ha cucinato un po’ di branzino ed è leggero, va bene per questo tempo torrido, e tanta insalata e qualche grappolo d’uva. Da quando non lavoro più sono dimagrito di tre chili almeno. Senza mangiare male tutti i giorni, dormendo sodo, facendo qualche lavoro in casa, e senza stress. L’idea di dovermi reinventare una vita non mi preoccupa, al momento: preferisco riposare.
Valentina poi si schiarisce la voce e si pulisce la bocca. «Ho parlato un po’ con i capi, in ufficio» dice. «Effettivamente potremmo avere bisogno di qualcuno bravo coi computer.» Io sorrido. «Voi usate PC, lo sai che non sono pratico.» «Ok, però potresti rifarci il sito. Tipo.» «Potrei.» L’idea di fare il web designer freelance, e iniziare proprio con il tour operator in cui lavora la mia ragazza, mi diverte molto.
Ma se posso dirlo, non ho fretta. È come se stessi osservando la mia vita scorrermi davanti. È come quando scarichi una batteria, e hai bisogno di lasciarla lì per un po’ perché torni al massimo. Più o meno: io. Valentina vuole tenermi impegnato, vuole magari che mi trovi un altro lavoro al più presto (che neanche mia madre, per capirci), ma a me non serve.
È che magari ti accorgi che invecchi. Che hai sbagliato. Non tanto nel sogno, ché quello raramente sbaglia, piuttosto nelle persone con cui condividerlo. Ma ho imparato, da poco, che quando sbagli, pace: si ricomincia. Quello che posso fare, l’unica cosa che posso fare, è ricominciare. Ho ancora la forza per farlo.
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
Credevamo nelle piccole cose, credevamo nelle belle cose: nelle rivoluzioni che prima di cambiare il pianeta cambiano noi stessi, nella cultura alta e pura, che non serve a fare soldi. Credevamo che un giorno il mondo sarebbe stato migliore, e forse anche per merito nostro, perché non ne potevamo più di tutto quello schifo. Credevamo nelle libertà vere di tutti, non nei vaneggiamenti di un omino in doppiopetto. Nella fondamentale validità delle parole e la bellezza del loro suono, la loro musicalità. Credevamo che la vita fosse, in fin dei conti, qualcosa di meritevole di essere vissuto, credevamo che avremmo fatto, in fin dei conti, qualcosa di buono. Credevamo nella maledizione del tempo, che passa veloce. Nella somma dei gesti genuini e coerenza che dovrebbero caratterizzare una persona, credevamo nei libri, e negli uomini, e nel bisogno disperato del silenzio. Eravamo ottimisti: credevamo nel futuro.
Gianluca e io ci siamo incontrati per la prima volta che avevamo quindici anni, o giù di lì. Lui è un anno più piccolo di me, se può interessare la cosa. Abbiamo fatto i cazzi nostri fino ai ventuno, ventidue anni: poi abbiamo iniziato a parlare di lavoro. Vero. Io con la mia laurea stramba in lettere, lui con un paio di corsi di formazione in web-qualcosa, e un lavoro di qualche anno in una software house abbastanza grande da fargli fare lo sborone con le ragazze, con Roberta. Ricordo notti in bianco a imparare a gestire una pagina web, con i computer che traballavano su connessioni stravaganti. Ricordo le email, fittissime, che sprecavamo tutti i giorni, venti, trenta volte al giorno. Ricordo dichiarazioni, io questo non lo farò mai, non sarò mai così.
È stato due settimane dopo il mio compleanno, il mio ventiquattresimo compleanno, che abbiamo incontrato Alvise. Sei mesi dopo, avevamo messo su uno studio. Mia madre mi chiedeva: ma sei sicuro? E io: sì mamma. E lei, subito: ma che cos’è che fai? Faccio il web, mamma. Faccio il futuro. Ci provavamo, a fare il futuro. In un Paese che di futuro non vuol sentir parlare. E per quattro anni abbiamo davvero masticato quel che sapevamo del mondo, e lo abbiamo sputato per farlo nuovo. Non migliore, per forza: quello è il sogno, quello rimane sullo sfondo dei gesti e delle parole, e ci speri. Volevamo farlo nuovo, volevamo cambiare. Ottenere qualcosa che rimanesse, oltre a noi. Anche col web, anche con una cosa che le nostre madri non capiranno mai. Ci si può provare, ci dicevamo: ci proviamo.
Alvise è diventato il terzo perfetto. Agivamo in tre come una cosa sola. È andata benissimo per un paio d’anni, e sono stati mesi fantastici. Poi Gianluca è diventato papà, per la prima volta, e veniva in ufficio giusto un paio di giorni alla settimana, il resto lavorava (ci provava) da casa. Alvise questa cosa non l’ha mandata giù, anche se all’epoca non l’avevo capito. Poi è morto mio padre, e ho avuto delle settimane altalenanti, com’è ovvio. Credo che anche questo abbia contribuito ad allontanare Alvise, anche se il colpo di grazia è stato quando Gianluca è diventato di nuovo papà. Alvise ha sbarellato di brutto, e di nuovo all’epoca non avevamo capito niente. Pensi di vivere una vita che si addice alle tue aspettative: non da favola, non da urlo, semplicemente la vita che volevi, e ti sembra di aver ottenuto già qualcosa di straordinario. Hai una morosa, un lavoro che ti piace e che ti sei costruito da te, e pensi che possa bastare.
Poi quando la incontri, e sai che stai incontrando qualcuno, è tutto ancora più bello. Giorgia io l’ho incontrata per strada, assieme ad amici. Mesi di tentennamenti, poi una sera usciamo e sembra che magari mi smuovo, magari riesco pure a dirglielo. Era inverno e però l’aria era tiepida, e si sentiva il fiumastro strascinarsi poco distante, mi ricordo che la guardai che stava in equilibrio su una palla di cemento grigio, un pezzo orrendo di una costruzione orrenda dietro casa mia, e la vidi colorata. Era un periodo piatto, quello, e lei l’unico colore che percepivo. La vidi così, a braccia spalancate, reggersi su un piede solo, felice, e le dissi Giorgia non te l’ho mai detto, ma ti amo. Tutto qui. Non mi sembrava ci fosse altro da dire. Lei alzò lo sguardo e mi aspettavo dicesse Lo so, e invece abbassò il piede in equilibrio, scese giù con un balzo piccolo e mi diede un bacio sulle labbra. Piccolo, e disse Anch’io. E lì: bam, a colori tutto il mondo. A colori l’ufficio, che inaugurammo quello nuovo poche settimane dopo, a colori la mia vita, a colori persino la morte di mio padre, in un certo senso. Tanto c’era lei.
È che nell’ultimo anno è andato tutto a puttane. Giorgia perde la testa per un altro e mi molla come un mona. Io che mi sistemo per una vita da solo per qualche tempo, e suo padre che muore, e da un giorno all’altro mi sparo ancora quelle facce e quelle voci che pensavo non avrei visto più. Alvise che grugna ogni giorno in ufficio, e poi se ne esce con quell’idea geniale di Fabrizio da Milano. Io che m’incazzo, Gianluca che s’incazza più di me e poi fa spallucce e s’informa dal commercialista: come facciamo a chiudere la società? Disoccupato da un giorno all’altro, e sì. E poi, ta-dah, Valentina. E il resto è storia, o forse no: è che abbiam voglia di provarci, a farlo diventare storia.
Siamo rientrati in Italia due giorni fa, sono ancora pieno d’Inghilterra e - parrà strano - mi manca la loro cucina, e mentre salgo le scale per entrare in casa di Valentina ripenso a un pranzo in un pub a Windermere e la moquette che stava sul pavimento del salone, delle scale, del bagno. Dannati inglesi e dannata moquette.
«Ciao.» Valentina mi bacia e mi passa una mano fra i capelli. «Caldo?» «Abbastanza» dico seguendola in cucina. «Che si mangia?»
Mi fa aspettare un quarto d’ora, perché «Sono indietro». Mangiamo quasi in silenzio, in una domenica d’agosto che il mondo sembra fermo e le case che si vedono dalla finestra sono bianche, schiacciate dal sole e fa tanto un’immagine da Meridione. Valentina ha cucinato un po’ di branzino ed è leggero, va bene per questo tempo torrido, e tanta insalata e qualche grappolo d’uva. Da quando non lavoro più sono dimagrito di tre chili almeno. Senza mangiare male tutti i giorni, dormendo sodo, facendo qualche lavoro in casa, e senza stress. L’idea di dovermi reinventare una vita non mi preoccupa, al momento: preferisco riposare.
Valentina poi si schiarisce la voce e si pulisce la bocca. «Ho parlato un po’ con i capi, in ufficio» dice. «Effettivamente potremmo avere bisogno di qualcuno bravo coi computer.» Io sorrido. «Voi usate PC, lo sai che non sono pratico.» «Ok, però potresti rifarci il sito. Tipo.» «Potrei.» L’idea di fare il web designer freelance, e iniziare proprio con il tour operator in cui lavora la mia ragazza, mi diverte molto.
Ma se posso dirlo, non ho fretta. È come se stessi osservando la mia vita scorrermi davanti. È come quando scarichi una batteria, e hai bisogno di lasciarla lì per un po’ perché torni al massimo. Più o meno: io. Valentina vuole tenermi impegnato, vuole magari che mi trovi un altro lavoro al più presto (che neanche mia madre, per capirci), ma a me non serve.
È che magari ti accorgi che invecchi. Che hai sbagliato. Non tanto nel sogno, ché quello raramente sbaglia, piuttosto nelle persone con cui condividerlo. Ma ho imparato, da poco, che quando sbagli, pace: si ricomincia. Quello che posso fare, l’unica cosa che posso fare, è ricominciare. Ho ancora la forza per farlo.
{per l’elenco delle puntate: qui}



