buona la prossima/14
21/11/08 01:50 Archiviato in:romanzo
Prima o poi doveva succedere
{di Matteo Scandolin}
«Mi passa l’acqua?» «Ma certo.» «Grazie.» «Ma di che? Si figuri.»
Uno si immagina uno scambio del genere in uno di quei filmacci da pomeriggio su Canale 5, quando sei ammalato e l’unica cosa che ti separa da qualche altra ora di sonno è capire da che parte sta andando il mondo – e Canale 5 non ti aiuta per niente. Oppure, una puntata di Beautiful. Oppure ancora, un libro scritto male, qualcosa come Danielle Steel, o come si scrive. Uno si immagina che una scena così non succeda nella vita reale.
«E allora, che fai di bello nella vita?» «Faccio programmi.» «Programmi? Mi programmi la vita?» «No, al massimo il computer.» «Il computer?» «Papà, te l’avevo detto.» «Ah, che bello, il computer.» «Be’, signora, in verità i programmi che faccio io funzionano su internet.» «Internet? Ma non era morto?» «Papà...»
Signori, vi presento “La scena che non dovrebbe succedere nella vita reale”: mia madre e il sottoscritto a cena dai genitori di Valentina (con Valentina al seguito, ovviamente). Qualcuno mi spari, per favore.
Lei è bellissima, ovviamente. Lei è sempre bellissima: non può farne a meno. Il problema semmai sono i suoi genitori, che con tutta la buona volontà del mondo non sono facilmente sopportabili. Immagino sia il motivo per il quale se ne è andata di casa a diciannove anni appena compiuti.
«E che cosa vuol dire che i programmi tuoi funzionano su internet?» «Vuol dire che quello che lei faceva fino a ieri sul suo computer, lo può fare su internet.» «Tipo scaricare la posta?» «Be’, scaricare la posta fa sempre parte di internet, al di là del client specifico.» «Di che cosa?» «Papààà...» «Del programma.» «Ma non fai programmi, tu?» «Papà!»
Il mio peggiore incubo, ecco: spiegare che lavoro faccio a una persona che non solo non sa come funziona internet, ma pure non gliene frega una beata. E si vede. Valentina mi stringe la mano, sotto al tavolo. Sento il peso leggero della tovaglia sulle vene e i tendini, e la stretta sua che vorrebbe tranquillizzarmi. Ma non sono nervoso o cosa, sono solo stanco.
Con Gianluca abbiamo deciso di chiudere la società. Alvise ha fatto girare le balle più a lui che a me, con la sua storia di fare due soldi, non far fallire quello per cui abbiamo lavorato così duramente, e Gianluca che non c’è mai, e Fabrizio da Milano che è bravo col Flash. È ovvio che a Gianluca girassero le balle, odia Flash quasi più di me.
«E quindi?» «Quindi?» «Quindi cosa fai? Come ti guadagni la pagnotta?» «Niente di che: io faccio un sito attraverso il quale lei può fare le stesse azioni che compiva sul suo computer, solo che le fa attraverso la rete. Una serie ben determinata di azioni.» «Del tipo?» «Be’, per esempio, ci sono molti siti che le permettono di fare videoscrittura. Attraverso internet, non con un programma che sta sul suo computer.» «Ah sì? E se non ho internet?» «Papà!»
Mia madre mangia tranquilla la sua fetta di tonno, sorride e credo si stia godendo la scena. La capisco pure. Valentina invece è rossa in faccia, vorrebbe morire e sta sudando, ha la fronte che brilla. Non era molto convinta di questa cena, e a far due conti aveva ragione lei, era meglio se me ne stavo a casa a dormire un poco. Non ho ancora capito che cosa dobbiamo fare per chiudere bottega, e Gianluca domani mi chiamerà e mi chiederà com’è andata e io che gli rispondo?
«Se non ha internet non può fare niente.» «Ah bella fregatura!» «Papà, se non hai benzina non usi neanche la macchina.» «Cosa c’entra? Ci sono benzinai ovunque!» «Se paragoniamo la situazione odierna a dieci anni fa, anche internet è ovunque. A proposito, buonissimo questo tonno.» «Oh grazie, mi fa piacere. Signora, vuole un altro po’ di vino?» «Gentilissima.»
Valentina mi guarda e alza le sopracciglia. Niente di che, davvero, vorrei dirle. Non voglio dirglielo davanti ai suoi, però.
La serata finisce col sottoscritto che sbatte la porta d’ingresso, gridando per le scale cose poco gentili, quando suo padre se ne esce con certi discorsi sulla politica del nuovo governo e della soddisfazione che gli procura. A dirla tutta ne dice di un po’ più grosse, usando parole come “statista”, “salvatore”, e “vero uomo”, e anche “polso”. Contento lui, mi verrebbe da dire; ma poi fa la tirata classica contro i rossi e siccome son cose ferme all’invasione dell’Ungheria mi girano i coglioni (peggio che a Gianluca con Alvise) e me ne vado gridando e sbattendo le porte, lasciando lì mia madre come una cretina, e Valentina che non ci crede, non posso averlo fatto davvero. Ops.
Voglio solo un letto, e firmare tutti i documenti che c’è da firmare e dimenticarmi di Alvise, almeno per qualche giorno.
Mi raggiunge che sono nel cortile del palazzo, mani in tasca e occhi alla punta delle scarpe. Mia madre l’accompagna, mi saluta con la mano e mi fa «Ci sentiamo domani, eh?» poi se ne va lungo la strada male illuminata. Valentina mi si pianta davanti e mi fissa. «Hai lasciato a casa il cervello?» Alzo le spalle. «Il cervello e la lingua?»
«Dai Vale, l’avevi detto tu stessa che erano pesanti.» «Non ti avevo detto anche di mandarli a fare in culo.» «Quello m’è scappato.» «Quello, e un sacco d’altra roba.» Alzo le spalle.
Mi fissa, Valentina. Io non ne ho il coraggio. Penso che qualche mese fa non avevo il coraggio neanche di invitarla a pranzo, e che abbiamo fatto un bel po’ di strada. Poca, ma un bel po’: non vorremo mica sputtanare tutto per colpa della politica?
Fa fresco adesso, anche se è inizio luglio. Il cielo s’annuvola, copre le poche luci della strada. Io ho la maglietta scolorita, adesso sembra nero serio. «Pace?» faccio. «Pace» fa lei. Mi prende per un braccio, facciamo due passi verso dove è scomparsa mia madre. «Avrei voluto dirle io, certe cose. Tempo fa.» «Ecco.» Mi fulmina. «Il che non vuol dire che potevi dirle tu.»
Fa fresco, stasera. Valentina e io camminiamo per strada. Stringe il mio braccio, lei. Improvvisamente, le carte e Alvise e il lavoro mi sembrano davvero lontani.
-- continua venerdì 5 dicembre --
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
«Mi passa l’acqua?» «Ma certo.» «Grazie.» «Ma di che? Si figuri.»
Uno si immagina uno scambio del genere in uno di quei filmacci da pomeriggio su Canale 5, quando sei ammalato e l’unica cosa che ti separa da qualche altra ora di sonno è capire da che parte sta andando il mondo – e Canale 5 non ti aiuta per niente. Oppure, una puntata di Beautiful. Oppure ancora, un libro scritto male, qualcosa come Danielle Steel, o come si scrive. Uno si immagina che una scena così non succeda nella vita reale.
«E allora, che fai di bello nella vita?» «Faccio programmi.» «Programmi? Mi programmi la vita?» «No, al massimo il computer.» «Il computer?» «Papà, te l’avevo detto.» «Ah, che bello, il computer.» «Be’, signora, in verità i programmi che faccio io funzionano su internet.» «Internet? Ma non era morto?» «Papà...»
Signori, vi presento “La scena che non dovrebbe succedere nella vita reale”: mia madre e il sottoscritto a cena dai genitori di Valentina (con Valentina al seguito, ovviamente). Qualcuno mi spari, per favore.
Lei è bellissima, ovviamente. Lei è sempre bellissima: non può farne a meno. Il problema semmai sono i suoi genitori, che con tutta la buona volontà del mondo non sono facilmente sopportabili. Immagino sia il motivo per il quale se ne è andata di casa a diciannove anni appena compiuti.
«E che cosa vuol dire che i programmi tuoi funzionano su internet?» «Vuol dire che quello che lei faceva fino a ieri sul suo computer, lo può fare su internet.» «Tipo scaricare la posta?» «Be’, scaricare la posta fa sempre parte di internet, al di là del client specifico.» «Di che cosa?» «Papààà...» «Del programma.» «Ma non fai programmi, tu?» «Papà!»
Il mio peggiore incubo, ecco: spiegare che lavoro faccio a una persona che non solo non sa come funziona internet, ma pure non gliene frega una beata. E si vede. Valentina mi stringe la mano, sotto al tavolo. Sento il peso leggero della tovaglia sulle vene e i tendini, e la stretta sua che vorrebbe tranquillizzarmi. Ma non sono nervoso o cosa, sono solo stanco.
Con Gianluca abbiamo deciso di chiudere la società. Alvise ha fatto girare le balle più a lui che a me, con la sua storia di fare due soldi, non far fallire quello per cui abbiamo lavorato così duramente, e Gianluca che non c’è mai, e Fabrizio da Milano che è bravo col Flash. È ovvio che a Gianluca girassero le balle, odia Flash quasi più di me.
«E quindi?» «Quindi?» «Quindi cosa fai? Come ti guadagni la pagnotta?» «Niente di che: io faccio un sito attraverso il quale lei può fare le stesse azioni che compiva sul suo computer, solo che le fa attraverso la rete. Una serie ben determinata di azioni.» «Del tipo?» «Be’, per esempio, ci sono molti siti che le permettono di fare videoscrittura. Attraverso internet, non con un programma che sta sul suo computer.» «Ah sì? E se non ho internet?» «Papà!»
Mia madre mangia tranquilla la sua fetta di tonno, sorride e credo si stia godendo la scena. La capisco pure. Valentina invece è rossa in faccia, vorrebbe morire e sta sudando, ha la fronte che brilla. Non era molto convinta di questa cena, e a far due conti aveva ragione lei, era meglio se me ne stavo a casa a dormire un poco. Non ho ancora capito che cosa dobbiamo fare per chiudere bottega, e Gianluca domani mi chiamerà e mi chiederà com’è andata e io che gli rispondo?
«Se non ha internet non può fare niente.» «Ah bella fregatura!» «Papà, se non hai benzina non usi neanche la macchina.» «Cosa c’entra? Ci sono benzinai ovunque!» «Se paragoniamo la situazione odierna a dieci anni fa, anche internet è ovunque. A proposito, buonissimo questo tonno.» «Oh grazie, mi fa piacere. Signora, vuole un altro po’ di vino?» «Gentilissima.»
Valentina mi guarda e alza le sopracciglia. Niente di che, davvero, vorrei dirle. Non voglio dirglielo davanti ai suoi, però.
La serata finisce col sottoscritto che sbatte la porta d’ingresso, gridando per le scale cose poco gentili, quando suo padre se ne esce con certi discorsi sulla politica del nuovo governo e della soddisfazione che gli procura. A dirla tutta ne dice di un po’ più grosse, usando parole come “statista”, “salvatore”, e “vero uomo”, e anche “polso”. Contento lui, mi verrebbe da dire; ma poi fa la tirata classica contro i rossi e siccome son cose ferme all’invasione dell’Ungheria mi girano i coglioni (peggio che a Gianluca con Alvise) e me ne vado gridando e sbattendo le porte, lasciando lì mia madre come una cretina, e Valentina che non ci crede, non posso averlo fatto davvero. Ops.
Voglio solo un letto, e firmare tutti i documenti che c’è da firmare e dimenticarmi di Alvise, almeno per qualche giorno.
Mi raggiunge che sono nel cortile del palazzo, mani in tasca e occhi alla punta delle scarpe. Mia madre l’accompagna, mi saluta con la mano e mi fa «Ci sentiamo domani, eh?» poi se ne va lungo la strada male illuminata. Valentina mi si pianta davanti e mi fissa. «Hai lasciato a casa il cervello?» Alzo le spalle. «Il cervello e la lingua?»
«Dai Vale, l’avevi detto tu stessa che erano pesanti.» «Non ti avevo detto anche di mandarli a fare in culo.» «Quello m’è scappato.» «Quello, e un sacco d’altra roba.» Alzo le spalle.
Mi fissa, Valentina. Io non ne ho il coraggio. Penso che qualche mese fa non avevo il coraggio neanche di invitarla a pranzo, e che abbiamo fatto un bel po’ di strada. Poca, ma un bel po’: non vorremo mica sputtanare tutto per colpa della politica?
Fa fresco adesso, anche se è inizio luglio. Il cielo s’annuvola, copre le poche luci della strada. Io ho la maglietta scolorita, adesso sembra nero serio. «Pace?» faccio. «Pace» fa lei. Mi prende per un braccio, facciamo due passi verso dove è scomparsa mia madre. «Avrei voluto dirle io, certe cose. Tempo fa.» «Ecco.» Mi fulmina. «Il che non vuol dire che potevi dirle tu.»
Fa fresco, stasera. Valentina e io camminiamo per strada. Stringe il mio braccio, lei. Improvvisamente, le carte e Alvise e il lavoro mi sembrano davvero lontani.
-- continua venerdì 5 dicembre --
{per l’elenco delle puntate: qui}



