buona la prossima/13
07/11/08 03:48 Archiviato in:romanzo
Questa è una cosa che non sapremo
mai
{di Matteo Scandolin}
Mi gira un poco tutto, e le cose perdono nitidezza. Non metto più a fuoco chiaramente, e questo succede per due, tre secondi. Forse meno o forse più, non ho il senso del tempo in questo momento. Mi sembra solo che la mia mano sia più distante, e sbiadita, contro uno sfondo scuro che è misto di pavimento e libreria, e quel sottile strato di polvere che non mi riesce mai di togliere dagli scaffali.
Sono ubriaco. Un poco, non troppo; ho bevuto due gin tonic per darmi un tono e sì, la battuta fa schifo, il gin tonic no, era buono. Così ne ho bevuti due. Poi li ho annacquati con un poco di coca cola, e prima di andare verso casa ho fatto un sorso del whisky di Giò. Giò non lo vedevo da diversi mesi, forse addirittura da prima di natale, allora abbiamo pensato di mangiarci una pizza, sdraiarci un paio d’ore su una panchina lurida vicino alla stazione, raccontarci come vanno le nostre vite e cosa ci è successo negli ultimi mesi. Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, in un certo senso.
Vorrei sapere in quanti conoscono il secondo verso, comunque: dell’Orlando furioso.
Giò ha imbastito una storia di corna e risse feroci, otto mesi da pensionato ubriaco, incapace di stare in piedi sul fondo della barca su cui ha navigato per anni. Dev’esser brutto, più brutto di quello che è successo a me. Sì ma: a me cos’è successo, alla fine? Un amico che s’è rivelato più stronzo del previsto, un’ex che ogni tanto torna a farsi sentire, e una ragazza che mi fa girare la testa che vuole stare con me. Direi che vince lui, sul piano del non-avevo-previsto-d’invecchiare-così.
Poi siamo andati a bere in un bar del centro, un posto cogli schienali in pelle, imbottita, rossa: da fare male alla schiena, ma erano tanto chic. Abbiamo ordinato un gin tonic, uno a testa, perché è bello avere in mano un bicchiere largo e spigoloso come quello in cui servono i gin tonic. Abbiamo continuato a parlare, gli ho raccontato di Alvise e Gianluca, e del Fabrizio di Milano che avevo cacciato via in malo modo. Mi ha detto che non sembra una cosa che sono in grado di fare. «Non mi pareva avessi pelo sullo stomaco» dice. Ho alzato le spalle e ho continuato a parlare, e Giò a un certo punto mi ha fermato con la mano e mi ha parlato di Anna. Anna gli ha detto che lo ama, e lui ci crede. Ci credeva quando me l’ha detto, sono convinto che ci creda anche adesso che è a casa, a rotolarsi nel letto, mezzo sbronzo come me. (Però io non mi rotolo: sto in piedi e guardo la mia mano contro lo sfondo decolorato e infido del pavimento, del muro, e le foto appese ai chiodi: tutti amici, non ce n’è una in cui io ci sia. Non mi piacciono le foto con me dentro.)
Anna l’ha conosciuta in internet un paio di mesi fa. E lei dice che lo ama, e lui dice che la ama. In due mesi. Qualcosa non torna. «In due mesi, vi amate?» Annuisce e butta giù un sorso.
In compenso torna la cameriera, prende i bicchieri e traduce il nostro sguardo, da perso nel vuoto a “un altro paio, grazie”. Fossimo in un film americano avremmo detto «Un altro giro, bellezza», e io probabilmente sarei finito al telefono a dire «È la stampa, e tu non puoi farci niente». O forse sarebbe stato Giò.
Piacciono a tutti e due, quei film.
Alla fine del secondo gin tonic, giusto il tempo di un bicchiere da ombra, però carico di coca, e poi siamo fuori, e tra il caldo dell’estate e il gin tonic, maledetto gin tonic, solo per darci un tono: sudo come una bestia e arranco fino a casa. Non reggo più. Niente.
E adesso son qui che mi scruto le mani e mi sembrano un po’ diverse da quelle che avevo un paio d’ore fa. Poi prendo il telefono e chiamo Valentina. È quasi l’una, ma la chiamo.
Quando capisce che sono io, e che sono ubriaco, mi manda a fare in culo, e butta giù. Per un poco non capisco, poi la richiamo.
«Sei ubriaco.» Annuisco. «Che cosa vuoi?» Alzo le spalle. «Che cosa vuoi?» «Niente. Solo parlare.»
La sento che sbuffa. Sento rumori del materasso che cigola, un corpo che ci si muove sopra. «Parla.» Le dico di Giò e Anna. «Giò?» fa lei. Un amico, dico. «Giò? Giorgio? O Giovanni?» Non glielo dico, anche perché non c’entra nulla. È che si amano, capisci? Si sono conosciuti in internet. «Internet?» Sì. «Be’, tu ti guadagni da vivere con internet.» Sì, ma non è la stessa cosa.
«Andrea?»
Sì.
«Dimmi cosa c’è. Devo alzarmi tra qualche ora. Dimmi cosa vuoi dirmi.»
C’è un attimo di silenzio, come se ci passasse tutta la notte dentro. Un attimo solo. Poi mi siedo per terra, appoggio la schiena al muro. Piastrelle e intonaco sono ancora abbastanza freschi. La mia schiena è un lago caldo, e mi scivolano le dita, mi cade il telefono - no, preso all’ultimo.
Allora prendo un bel respiro e glielo dico: «Ti amo.»
-- continua venerdì 21 novembre --
{per l’elenco delle puntate: qui}
{di Matteo Scandolin}
Mi gira un poco tutto, e le cose perdono nitidezza. Non metto più a fuoco chiaramente, e questo succede per due, tre secondi. Forse meno o forse più, non ho il senso del tempo in questo momento. Mi sembra solo che la mia mano sia più distante, e sbiadita, contro uno sfondo scuro che è misto di pavimento e libreria, e quel sottile strato di polvere che non mi riesce mai di togliere dagli scaffali.
Sono ubriaco. Un poco, non troppo; ho bevuto due gin tonic per darmi un tono e sì, la battuta fa schifo, il gin tonic no, era buono. Così ne ho bevuti due. Poi li ho annacquati con un poco di coca cola, e prima di andare verso casa ho fatto un sorso del whisky di Giò. Giò non lo vedevo da diversi mesi, forse addirittura da prima di natale, allora abbiamo pensato di mangiarci una pizza, sdraiarci un paio d’ore su una panchina lurida vicino alla stazione, raccontarci come vanno le nostre vite e cosa ci è successo negli ultimi mesi. Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, in un certo senso.
Vorrei sapere in quanti conoscono il secondo verso, comunque: dell’Orlando furioso.
Giò ha imbastito una storia di corna e risse feroci, otto mesi da pensionato ubriaco, incapace di stare in piedi sul fondo della barca su cui ha navigato per anni. Dev’esser brutto, più brutto di quello che è successo a me. Sì ma: a me cos’è successo, alla fine? Un amico che s’è rivelato più stronzo del previsto, un’ex che ogni tanto torna a farsi sentire, e una ragazza che mi fa girare la testa che vuole stare con me. Direi che vince lui, sul piano del non-avevo-previsto-d’invecchiare-così.
Poi siamo andati a bere in un bar del centro, un posto cogli schienali in pelle, imbottita, rossa: da fare male alla schiena, ma erano tanto chic. Abbiamo ordinato un gin tonic, uno a testa, perché è bello avere in mano un bicchiere largo e spigoloso come quello in cui servono i gin tonic. Abbiamo continuato a parlare, gli ho raccontato di Alvise e Gianluca, e del Fabrizio di Milano che avevo cacciato via in malo modo. Mi ha detto che non sembra una cosa che sono in grado di fare. «Non mi pareva avessi pelo sullo stomaco» dice. Ho alzato le spalle e ho continuato a parlare, e Giò a un certo punto mi ha fermato con la mano e mi ha parlato di Anna. Anna gli ha detto che lo ama, e lui ci crede. Ci credeva quando me l’ha detto, sono convinto che ci creda anche adesso che è a casa, a rotolarsi nel letto, mezzo sbronzo come me. (Però io non mi rotolo: sto in piedi e guardo la mia mano contro lo sfondo decolorato e infido del pavimento, del muro, e le foto appese ai chiodi: tutti amici, non ce n’è una in cui io ci sia. Non mi piacciono le foto con me dentro.)
Anna l’ha conosciuta in internet un paio di mesi fa. E lei dice che lo ama, e lui dice che la ama. In due mesi. Qualcosa non torna. «In due mesi, vi amate?» Annuisce e butta giù un sorso.
In compenso torna la cameriera, prende i bicchieri e traduce il nostro sguardo, da perso nel vuoto a “un altro paio, grazie”. Fossimo in un film americano avremmo detto «Un altro giro, bellezza», e io probabilmente sarei finito al telefono a dire «È la stampa, e tu non puoi farci niente». O forse sarebbe stato Giò.
Piacciono a tutti e due, quei film.
Alla fine del secondo gin tonic, giusto il tempo di un bicchiere da ombra, però carico di coca, e poi siamo fuori, e tra il caldo dell’estate e il gin tonic, maledetto gin tonic, solo per darci un tono: sudo come una bestia e arranco fino a casa. Non reggo più. Niente.
E adesso son qui che mi scruto le mani e mi sembrano un po’ diverse da quelle che avevo un paio d’ore fa. Poi prendo il telefono e chiamo Valentina. È quasi l’una, ma la chiamo.
Quando capisce che sono io, e che sono ubriaco, mi manda a fare in culo, e butta giù. Per un poco non capisco, poi la richiamo.
«Sei ubriaco.» Annuisco. «Che cosa vuoi?» Alzo le spalle. «Che cosa vuoi?» «Niente. Solo parlare.»
La sento che sbuffa. Sento rumori del materasso che cigola, un corpo che ci si muove sopra. «Parla.» Le dico di Giò e Anna. «Giò?» fa lei. Un amico, dico. «Giò? Giorgio? O Giovanni?» Non glielo dico, anche perché non c’entra nulla. È che si amano, capisci? Si sono conosciuti in internet. «Internet?» Sì. «Be’, tu ti guadagni da vivere con internet.» Sì, ma non è la stessa cosa.
«Andrea?»
Sì.
«Dimmi cosa c’è. Devo alzarmi tra qualche ora. Dimmi cosa vuoi dirmi.»
C’è un attimo di silenzio, come se ci passasse tutta la notte dentro. Un attimo solo. Poi mi siedo per terra, appoggio la schiena al muro. Piastrelle e intonaco sono ancora abbastanza freschi. La mia schiena è un lago caldo, e mi scivolano le dita, mi cade il telefono - no, preso all’ultimo.
Allora prendo un bel respiro e glielo dico: «Ti amo.»
-- continua venerdì 21 novembre --
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